La verità, secondo me, è che i rapporti umani sono un casino pazzesco.
Come fai, sbagli,
come non fai, sbagli.
E allora salutiamo l'ultimo briciolo di razionalità e seguiamo il nostro istinto che tanto, casino per casino, quanto meno non ti ritrovi appesa all'idea che ciò che pensi possa differire da ciò che senti ed allora va bene così.
Senza neppure l'alibi di essere deviata da sovrastrutture mentali.
Ultimamente mi chiedo come sia arrivata a tutto questo e con 'tutto questo' intendo una serie di relazioni umane basate sull'esaltazione del proprio punto di vista e sulla rivisitazione del concetto di rispetto.
Mi è capitato di leggere commenti che mai e poi mai avrei pensato che qualcuno potesse scrivermi, o almeno, che non mi potesse scrivere conoscendo la mia persona, ma, invece, li ho letti.
Pugnalate, secche, dritte, dolorose.
E domande, tante.
Il problema non sono quattro frasi sgradevoli che fuoriescono in un momento di rabbia, io la rabbia la conosco e la capisco e so che è un'ottima condottiera nella scelta di parole sbagliate che rimangeresti il secondo dopo averle pronunciate o scritte o gridate o lasciate intendere.
Quello che mi spaventa è il principio di fondo dal quale si parte: io mi permetto di comportarmi così perché tu mi permetti di comportarmi così.
E non ci si ferma più, perché quando alla base del rapporto reputi naturale criticare l'altro per il suo modo di essere e richiedere qualcosa che non ha semplicemente perché tu lo desideri, nascono problemi, ma quando alla base del rapporto c'è l'idea di poter andare oltre i limiti del rispetto umano, nascono enormi problemi, un vortice che ti porta a fare sempre peggio, a dire sempre più per poi concludersi in mera e pura violenza.
E di lì, ci siamo già ampiamente passati e vorrei evitare.
Ci sono dei grossi limiti invalicabili e quando tu fai notare a qualcuno la questione sembri una bacchettona pesante ed intransigente. In realtà, sei lungimirante.
Il rispetto di una persona viene ancora prima dell'amore che provi o del senso di possesso che ti nasce quando inizi a sentirla Tua.
Forse è proprio a causa del senso di possesso che non volevo legami. Mi spaventa. Degenera in un attimo e si esprime in modi brutali e spiacevoli.
Se ben incanalato produce ottimi effetti, ma se vissuto male, crea il disastro e fa emergere la bruttezza umana.
In uno spettacolo visto a teatro il mese scorso su Alda Merini c'è stata una frase che mi ha colpita e non mi ha più lasciata andare : "Pensa a come è lei, a chi è lei, non pensare alle tue paure, ricordati prima di tutto di chi ha conosciuto e di chi ti sei innamorato.".
Ecco, da qui, non mi smuovo.
Se mi hai davvero conosciuta, sai quanto io fugga dalla possibilità di ferire gli altri e quanta paura ho di diffondere malessere nel mondo. E sai anche quanta necessità ho di essere me stessa senza che qualcuno mi trovi sbagliata o si aspetti da me qualcosa che io non sia o non possa dare o non voglia essere.
Per tutta la vita ho sentito le aspettative mordermi il collo e pesarmi al punto tale da soffrire di un dolore al fianco che non aveva nomi, ma frasi.
Allora, perché farmi questo?
Se mi hai conosciuta e mi hai amata per quella che sono, ricordati chi sono quando hai paura, ricordati che sono un'enorme bacchettona piena di etica e morale e sensi di colpa che nascono come nei. Ed io, di nei, ne ho tantissimi.
Ricordati chi sono anche quando hai paura di perdermi o non mi riconosci o ti aspetti da me qualcosa che non so trasmettere. Perché io ho sempre regalato fiducia e tempo e spazio, con amore e per amore, convinta che solo dando spazio e tempo si possa conoscere qualcuno e coltivare qualcosa, ma se mi togli il modo di esprimermi nel mondo, io non esisto più.
E nessuno deve pagare le colpe di chi mi ha fatto male, ma il rischio è quello.
Non so come io sia stata capace di non andarmene, ma l'ho fatto, sono rimasta. Perché io non me ne vado e resto tutte le volte che sento e percepisco la paura dell'abbandono e la sofferenza e la necessità di non sentirsi soli. Ma è anche vero che per rispetto a me stessa, non concedo più la possibilità di ferirmi o di farmi scrivere sul volto parole che nel quotidiano mi istigano alla depressione o al senso di inadeguatezza.
L'amore è bellissimo. Il possesso ne è conseguenza.
E può essere bellissimo.
Ho sempre pensato che il mio modo di esserci potesse trasmettere sicurezza.
Che qualcuno, lontano o vicino, potesse essere sereno di essere nel mondo, sapendo quanto io lo ami, lo voglia o lo aspetti.
Non è così.
Il possesso di poter dire 'ho una donna che mi aspetta' e nel mentre ? Nel mentre vive, perché la mia donna non è solo mia, prima di tutto è di sé stessa e poi dopo, può essere mia.
Se sento la mancanza di libertà di scelta, soffoco.
Se sento la mancanza di fiducia, soffro.
Se sento la mancanza di accettazione, non duro tanto.
Io scelgo di amare, scelgo di aspettare e scelgo di comportarmi al meglio, per me stessa e per gli altri. Ma senza obblighi, senza pesi, senza accuse.
Altrimenti mi comporto bene, ma poi mi allontano perché così neppure una santa...
...spero di chiarire presto questa situazione, spero che diventi ovvia, spero di poter vivere la mia vita, spero che gli altri vivano la loro vita, nella consapevolezza che ci sia amore e attesa, senza aspettative.
Amiamoci per come siamo e anche per come non siamo, amiamoci con rispetto e con possesso, se il possesso non è distruttivo.
Ce la faremo?
Ce la faremo.
Rapporti umani, come fai, sbagli.
giovedì 20 dicembre 2018
lunedì 17 dicembre 2018
Respirare
Respirare.
Impariamo da subito fin da quando l'aria ci apre i polmoni con prepotenza esaltando il primo vagito.
Eppure in giornate come queste , nonostante siano anni che mi alleni, non respirare.
Poco tempo, poche sigarette, poche certezze e questa sensazione di inadeguatezza che mi coglie e mi pone contro a me stessa in un angolo.
Vorrei sapermi difendere dalle aspettative degli altri, dalle mie su me stessa.
Vorrei cancellare questa sensazione di tristezza che mi coglie quando mi rendo conto della lontananza e della distanza di pensiero.
Di essere inconsolabile come l'Euridice di Pavese.
Di non saper chiedere aiuto e di ricevere in cambio sensi di colpa e impossibilità di difendermi.
Davanti allamoallnon so essere obiettiva né sicura.
Mi sento incapace e poco comprensiva.
Quasi come con questa caldaia che non parte proprio oggi lasciandomi sconsolata.
Potrò mai guarire dalla paura di non fare ed essere abbastanza?
Dalla voglia di controllarmi fino al punto di non mangiare?
Saprò essere giusta per una volta?
Saprò comunicare calma e amore?
Sapro colmare le lacune lasciate dagli altri?
Oggi penso alle parole di altri, alle mancanze sottolineate, alle paure, alle insoddisfazioni.
E se avesse ragione la mia pseudosuocera?
Se avesse ragione nel dire che sono una fra le tante, che il piedistallo su cui mi siedo è inappropriato e che i miei problemi sono solo miei?
Non ho mai chiesto a nessuno di risolverli.
E non centra di certo suo figlio se non riesco a mangiare perché mi si chiude lo stomaco quando mi sento come oggi. E glielo assicurerei.
Avrei bisogno di essere trattata con premura. Senza essere data per scontato, da nessuno.
Avrei bisogno che ogni tanto fossi io quella da ascoltare senza batter ciglio.
Avrei bisogno di spazio per i miei pensieri senza che questo tolga spazio ad altri.
Non sono mai stata capace di sottrarmi alle responsabilità o di allontanarmi da chi mi richiedesse.
In questi giorni sento l'abbandono.
Sento di essere messa di lato, in disparte e sento il peso di ogni pezzettino di me regalato a chi poteva farne benissimo a meno o poteva evitare di stressarmi così a lungo.
Oggi ho bisogno di cure e di sucurezze e nessuno si aspetta mai che anche io abbia bisogno di essere fragile ogni tanto.
Ma è cosi.
Vorrei che oggi fossero gli altri a darmi sicurezza.
A darmi modo di essere fragile senza farmene una colpa.
Mi occupo degli altri fin da quando sono nata.
Ci sarà mai qualcuno che penserà a me come ad un essere umano normale che ha necessità di essere accolto ogni tanto, senza accogliere.
Il problema di fondo nasce quando sono io ad aver bisogno di altri. Perché improvvisamente sono vista fragile ed incapace.
Basterebbe un po'più di premura.
Di attenzione.
Oggi e una giornata difficile.
Passerà.
Come ogni altra.
Attendo domenica.
Impariamo da subito fin da quando l'aria ci apre i polmoni con prepotenza esaltando il primo vagito.
Eppure in giornate come queste , nonostante siano anni che mi alleni, non respirare.
Poco tempo, poche sigarette, poche certezze e questa sensazione di inadeguatezza che mi coglie e mi pone contro a me stessa in un angolo.
Vorrei sapermi difendere dalle aspettative degli altri, dalle mie su me stessa.
Vorrei cancellare questa sensazione di tristezza che mi coglie quando mi rendo conto della lontananza e della distanza di pensiero.
Di essere inconsolabile come l'Euridice di Pavese.
Di non saper chiedere aiuto e di ricevere in cambio sensi di colpa e impossibilità di difendermi.
Davanti allamoallnon so essere obiettiva né sicura.
Mi sento incapace e poco comprensiva.
Quasi come con questa caldaia che non parte proprio oggi lasciandomi sconsolata.
Potrò mai guarire dalla paura di non fare ed essere abbastanza?
Dalla voglia di controllarmi fino al punto di non mangiare?
Saprò essere giusta per una volta?
Saprò comunicare calma e amore?
Sapro colmare le lacune lasciate dagli altri?
Oggi penso alle parole di altri, alle mancanze sottolineate, alle paure, alle insoddisfazioni.
E se avesse ragione la mia pseudosuocera?
Se avesse ragione nel dire che sono una fra le tante, che il piedistallo su cui mi siedo è inappropriato e che i miei problemi sono solo miei?
Non ho mai chiesto a nessuno di risolverli.
E non centra di certo suo figlio se non riesco a mangiare perché mi si chiude lo stomaco quando mi sento come oggi. E glielo assicurerei.
Avrei bisogno di essere trattata con premura. Senza essere data per scontato, da nessuno.
Avrei bisogno che ogni tanto fossi io quella da ascoltare senza batter ciglio.
Avrei bisogno di spazio per i miei pensieri senza che questo tolga spazio ad altri.
Non sono mai stata capace di sottrarmi alle responsabilità o di allontanarmi da chi mi richiedesse.
In questi giorni sento l'abbandono.
Sento di essere messa di lato, in disparte e sento il peso di ogni pezzettino di me regalato a chi poteva farne benissimo a meno o poteva evitare di stressarmi così a lungo.
Oggi ho bisogno di cure e di sucurezze e nessuno si aspetta mai che anche io abbia bisogno di essere fragile ogni tanto.
Ma è cosi.
Vorrei che oggi fossero gli altri a darmi sicurezza.
A darmi modo di essere fragile senza farmene una colpa.
Mi occupo degli altri fin da quando sono nata.
Ci sarà mai qualcuno che penserà a me come ad un essere umano normale che ha necessità di essere accolto ogni tanto, senza accogliere.
Il problema di fondo nasce quando sono io ad aver bisogno di altri. Perché improvvisamente sono vista fragile ed incapace.
Basterebbe un po'più di premura.
Di attenzione.
Oggi e una giornata difficile.
Passerà.
Come ogni altra.
Attendo domenica.
domenica 16 dicembre 2018
Debolezze.
Come si convive con la debolezza?
E come è giusto, se è giusto, proteggere gli altri dalle nostre debolezze?
Oggi mi sento fragile, così fragile da non riuscire a reggere la normalità delle cose, delle situazioni e delle persone che mi accompagnano da sempre. O da un po' meno di sempre.
Non mi sento all'altezza delle cose, delle situazioni e grazie al cielo almeno lavorativamente oggi sembra essere stata una giornata positiva, nonostante di fondo senta sempre un'incapacità enorme e l'impossibilità di risollevare le cose come vorrei.
Mi sento una pessima lavoratrice, una pessima figlia, una pessima amica ed una pessima compagna.
Non riesco assolutamente ad assolvermi e non sono in grado di evolvere. Sono ferma.
E insoddisfatta, di tutto.
Vorrei essere più presente in famiglia, cosa che non sono, ma anche diversamente presente: vorrei che le mie necessità fossero prese sul serio e non vorrei vivere il senso di colpa che vivo ogni volta che non riesco ad essere (o non voglio) all'altezza delle situazioni. Vorrei dei rapporti diversi con tutti che mi permettessero di ritagliare spazi non solo dovuti, ma anche voluti. Non si vive di solo lavoro, non si vive di soli doveri. Vorrei essere in grado di affermarmi senza sentirmi così in colpa o sbagliata e per quanto io abbia affrontato l'argomento tanto e a lungo, non è mai servito, mai abbastanza. Le cose non cambieranno e come consiglio sempre si deve imparare ad accettare anche ciò che non cambia. Ma non ci riesco. Bei consigli di merda che do alla gente!
Come amica sono distante e presa da me stessa ed oggi ho risposto malissimo alla mia migliore amica solo perché non supportava il mio vittimismo di fondo. Poi abbiamo fatto subito pace, ma intanto l'ho fatto. E non è giusto. Perché nonostante il brutto carattere sono sempre stata in grado di accettare la sua opinione e farne un ottimo uso, crescendo ed usando la sua visione come costruttiva. Invece oggi sono stata antipatica e nervosa e mi chiedo come faccia a volermi ancora bene dopo tutti questi anni.
Come compagna sono un casino pazzesco. Non c'è molto da aggiungere.
Non è una giornata facile, ma una giornata difficile di una settimana difficile di un mese difficile e non so, sto male, mi sento così debole da non sapere dove trovare le forze di affrontare questa settimana impegnativa e difficile. E poi, poi stasera vorrei qualcuno che cucinasse per me. E parlasse piano e mi accarezzasse i capelli. Stasera avrei bisogno di essere fragile e di essere accudita.
E invece non c'è nessuno ed io non riesco a mangiare perché la mia testa ancora una volta batte il mio stomaco ed allora, tutti a letto senza cena, che tanto, va bene così.
Debolezze ed altre pessime abitudini.
E come è giusto, se è giusto, proteggere gli altri dalle nostre debolezze?
Oggi mi sento fragile, così fragile da non riuscire a reggere la normalità delle cose, delle situazioni e delle persone che mi accompagnano da sempre. O da un po' meno di sempre.
Non mi sento all'altezza delle cose, delle situazioni e grazie al cielo almeno lavorativamente oggi sembra essere stata una giornata positiva, nonostante di fondo senta sempre un'incapacità enorme e l'impossibilità di risollevare le cose come vorrei.
Mi sento una pessima lavoratrice, una pessima figlia, una pessima amica ed una pessima compagna.
Non riesco assolutamente ad assolvermi e non sono in grado di evolvere. Sono ferma.
E insoddisfatta, di tutto.
Vorrei essere più presente in famiglia, cosa che non sono, ma anche diversamente presente: vorrei che le mie necessità fossero prese sul serio e non vorrei vivere il senso di colpa che vivo ogni volta che non riesco ad essere (o non voglio) all'altezza delle situazioni. Vorrei dei rapporti diversi con tutti che mi permettessero di ritagliare spazi non solo dovuti, ma anche voluti. Non si vive di solo lavoro, non si vive di soli doveri. Vorrei essere in grado di affermarmi senza sentirmi così in colpa o sbagliata e per quanto io abbia affrontato l'argomento tanto e a lungo, non è mai servito, mai abbastanza. Le cose non cambieranno e come consiglio sempre si deve imparare ad accettare anche ciò che non cambia. Ma non ci riesco. Bei consigli di merda che do alla gente!
Come amica sono distante e presa da me stessa ed oggi ho risposto malissimo alla mia migliore amica solo perché non supportava il mio vittimismo di fondo. Poi abbiamo fatto subito pace, ma intanto l'ho fatto. E non è giusto. Perché nonostante il brutto carattere sono sempre stata in grado di accettare la sua opinione e farne un ottimo uso, crescendo ed usando la sua visione come costruttiva. Invece oggi sono stata antipatica e nervosa e mi chiedo come faccia a volermi ancora bene dopo tutti questi anni.
Come compagna sono un casino pazzesco. Non c'è molto da aggiungere.
Non è una giornata facile, ma una giornata difficile di una settimana difficile di un mese difficile e non so, sto male, mi sento così debole da non sapere dove trovare le forze di affrontare questa settimana impegnativa e difficile. E poi, poi stasera vorrei qualcuno che cucinasse per me. E parlasse piano e mi accarezzasse i capelli. Stasera avrei bisogno di essere fragile e di essere accudita.
E invece non c'è nessuno ed io non riesco a mangiare perché la mia testa ancora una volta batte il mio stomaco ed allora, tutti a letto senza cena, che tanto, va bene così.
Debolezze ed altre pessime abitudini.
Come diventare egoisti. Vol 1
Vivi ogni giorno applicando i tuoi principi alla quotidianità.
Poi, inizia una relazione a distanza e diventa una super mega egoista che gioisce davanti alla possibilità che qualcuno stravolga la sua vita per tornare.
E allora tu ti metti lì a scegliere con cura le parole e le parole sono sempre difficili da trovare, soprattutto in momenti in cui anche tu non sai cosa vuoi.
Vuoi che torni, questo si, ma quanto è corretto dirlo?
Si può chiedere a qualcuno di tornare?
Si può chiedere alla persona che ami di rinunciare a qualcosa di sé, per te?
Me lo sto chiedendo da circa setti mesi e da circa sette mesi mi rendo conto di essere naturalmente egoista.
Io vorrei proprio prenderlo per la collottola e dirgli guardandolo negli occhi che deve tornare, prima di subito, perché ho voglia di averlo vicino, perché sarebbe tutto più facile, perché mi piace condividere le cose con lui (benché lo ritenessi improbabile, non perché lui sia lui, ma perché ormai la mia dimensione era prettamente individualistica) e perché ho voglia di potergli passare un dito su quelle fossette ai lati del sorriso ogni volta che mi vada.
Ma non lo faccio.
Perché non sarebbe giusto.
Per lui.
E per me.
Allora quando mi parla dell'eventualità di tornare io rimango vaga. Sorrido. Due battute. Scherzo.
E mi autoimpongo di rispettare le scelte di vita precedenti a me, perché questo si fa, questo è giusto: accettare, anche la distanza.
Ed io questa distanza l'accetto e la rispetto anche se la odio, anche se non ne posso più, anche se scherzare sulla distanza è divertente, ma mi ha stufata ed io sento questa enorme e profonda voglia di averlo vicino. Qui. Lì.
Se non volesse affrettare i tempi e non venire a vivere qui, lo capirei, lo accetterei, sarebbe bello provare le gioie di qualsiasi relazione con tempi e spazi propri.
Lo capirei anche se volesse venire subito qui e non andarsene più.
E lo capirei anche se non scegliesse di tornare.
Purtroppo.
Perché non posso dirgli chiaramente quanto lo vorrei qui perché improvvisamente sarebbe colto dalla paura che io non regga questa distanza quando invece l'accetto, la rispetto e la odio con tutta me stessa.
E allora anche oggi, mangiamoci un po' di fegato. Perché se ami qualcuno lo accetti. Ed accetti anche le sue scelte. Ed accetti anche i progetti di vita che non ti contemplano. Ed accetti le paure. Ed accetti le titubanze. Ed accetti che si macchi di continuo ed abbia una preferenza per le bottiglie di vino rosso costosissimo e di cotone ceruleo sbiadito.
Però, nonostante tutto, io vorrei che fosse qui. Anche se sarebbe sbagliato chiederglielo e forse è sbagliato pensarlo. Eppure sono naturalmente così, egoista.
Poi, inizia una relazione a distanza e diventa una super mega egoista che gioisce davanti alla possibilità che qualcuno stravolga la sua vita per tornare.
E allora tu ti metti lì a scegliere con cura le parole e le parole sono sempre difficili da trovare, soprattutto in momenti in cui anche tu non sai cosa vuoi.
Vuoi che torni, questo si, ma quanto è corretto dirlo?
Si può chiedere a qualcuno di tornare?
Si può chiedere alla persona che ami di rinunciare a qualcosa di sé, per te?
Me lo sto chiedendo da circa setti mesi e da circa sette mesi mi rendo conto di essere naturalmente egoista.
Io vorrei proprio prenderlo per la collottola e dirgli guardandolo negli occhi che deve tornare, prima di subito, perché ho voglia di averlo vicino, perché sarebbe tutto più facile, perché mi piace condividere le cose con lui (benché lo ritenessi improbabile, non perché lui sia lui, ma perché ormai la mia dimensione era prettamente individualistica) e perché ho voglia di potergli passare un dito su quelle fossette ai lati del sorriso ogni volta che mi vada.
Ma non lo faccio.
Perché non sarebbe giusto.
Per lui.
E per me.
Allora quando mi parla dell'eventualità di tornare io rimango vaga. Sorrido. Due battute. Scherzo.
E mi autoimpongo di rispettare le scelte di vita precedenti a me, perché questo si fa, questo è giusto: accettare, anche la distanza.
Ed io questa distanza l'accetto e la rispetto anche se la odio, anche se non ne posso più, anche se scherzare sulla distanza è divertente, ma mi ha stufata ed io sento questa enorme e profonda voglia di averlo vicino. Qui. Lì.
Se non volesse affrettare i tempi e non venire a vivere qui, lo capirei, lo accetterei, sarebbe bello provare le gioie di qualsiasi relazione con tempi e spazi propri.
Lo capirei anche se volesse venire subito qui e non andarsene più.
E lo capirei anche se non scegliesse di tornare.
Purtroppo.
Perché non posso dirgli chiaramente quanto lo vorrei qui perché improvvisamente sarebbe colto dalla paura che io non regga questa distanza quando invece l'accetto, la rispetto e la odio con tutta me stessa.
E allora anche oggi, mangiamoci un po' di fegato. Perché se ami qualcuno lo accetti. Ed accetti anche le sue scelte. Ed accetti anche i progetti di vita che non ti contemplano. Ed accetti le paure. Ed accetti le titubanze. Ed accetti che si macchi di continuo ed abbia una preferenza per le bottiglie di vino rosso costosissimo e di cotone ceruleo sbiadito.
Però, nonostante tutto, io vorrei che fosse qui. Anche se sarebbe sbagliato chiederglielo e forse è sbagliato pensarlo. Eppure sono naturalmente così, egoista.
sabato 8 dicembre 2018
Solitudini e compagnia.
" Ne avevi proprio bisogno."
O comunque i peggiori rimangono quei commenti su come prima di avere il compagno fossi in cerca di chissà cosa. Come se prima fossi una folle in cerca di qualcuno che le desse ossigeno e motivo di vivere.
Ragà l'amore è tanto bello e fa tanto bene.
Ma non è che prima fossi una disadattata sociale eh. Ritmi e tempi diversi per carità, ma stai bene con qualcuno solo se sai stare bene da sola e sinceramente io da sola ci sono stata proprio bene.
Diverso, va bene, ma la libertà di decidere minuto per minuto che cosa fare dove la mettiamo?
Va bene che io in qualche modo continuo a conservare questo privilegio a discapito di una lontananza che ogni giorno pesa un po' di più, però non è che senza il 'moroso' sei la tristezza di vivere eh.
Partiamo dal presupposto che se vuoi bene a qualcuno vuoi vederlo felice secondo me, felice da solo o felice con qualcuno non cambia molto.
Per gli altri. Intendo.
Poi, personalmente, credo siano due felicità diverse ma di fondo uguali.
Ho avuto la fortuna di poter stare da sola, cosa che per chi saltella da una storia seria ad un'altra è difficile da capire, ma nello stare da sola e gestirsi la propria vita, si impara anche gradualmente a conoscere sé stessi, a capire i propri limiti, a capire cosa possa mancare e cosa si possa volere da qualcuno.
Se per tutta la vita hai qualcuno accanto, non saprai mai cosa ti possa rendere felice la domenica alle quattro del pomeriggio, magari tante volte lo vivi, ma non sai di cosa si stia parlando.
Per me e per quelli fatti come me, che di verità in tasca tanto non ne ho mai avute e mai ne avrò, il fatto di conoscersi è di per sé la possibilità di condividersi con altri. Nella solitudine impari cosa piace a te, non alla coppia, ma a te.
Nella solitudine ti comprendi e comprendi chi siano i tuoi amici, quali ritmi facciano per te, quali cose tu preferisca fare e quali attività invece siano solo facoltative.
Impari.
Impari così tanto che diventi selettivo probabilmente ed anche un po' rompicoglioni effettivamente, ma quantomeno sai chi sei e che cosa vuoi.
Poi si evolve.
Poi incontri quello che ti fa perdere la testa e proprio non credevi e allora le dinamiche evolvono come evolvi tu, ma quantomeno ti conosci per come sei stata quando non dovevi essere niente per nessuno.
Vuoi mettere?
O comunque i peggiori rimangono quei commenti su come prima di avere il compagno fossi in cerca di chissà cosa. Come se prima fossi una folle in cerca di qualcuno che le desse ossigeno e motivo di vivere.
Ragà l'amore è tanto bello e fa tanto bene.
Ma non è che prima fossi una disadattata sociale eh. Ritmi e tempi diversi per carità, ma stai bene con qualcuno solo se sai stare bene da sola e sinceramente io da sola ci sono stata proprio bene.
Diverso, va bene, ma la libertà di decidere minuto per minuto che cosa fare dove la mettiamo?
Va bene che io in qualche modo continuo a conservare questo privilegio a discapito di una lontananza che ogni giorno pesa un po' di più, però non è che senza il 'moroso' sei la tristezza di vivere eh.
Partiamo dal presupposto che se vuoi bene a qualcuno vuoi vederlo felice secondo me, felice da solo o felice con qualcuno non cambia molto.
Per gli altri. Intendo.
Poi, personalmente, credo siano due felicità diverse ma di fondo uguali.
Ho avuto la fortuna di poter stare da sola, cosa che per chi saltella da una storia seria ad un'altra è difficile da capire, ma nello stare da sola e gestirsi la propria vita, si impara anche gradualmente a conoscere sé stessi, a capire i propri limiti, a capire cosa possa mancare e cosa si possa volere da qualcuno.
Se per tutta la vita hai qualcuno accanto, non saprai mai cosa ti possa rendere felice la domenica alle quattro del pomeriggio, magari tante volte lo vivi, ma non sai di cosa si stia parlando.
Per me e per quelli fatti come me, che di verità in tasca tanto non ne ho mai avute e mai ne avrò, il fatto di conoscersi è di per sé la possibilità di condividersi con altri. Nella solitudine impari cosa piace a te, non alla coppia, ma a te.
Nella solitudine ti comprendi e comprendi chi siano i tuoi amici, quali ritmi facciano per te, quali cose tu preferisca fare e quali attività invece siano solo facoltative.
Impari.
Impari così tanto che diventi selettivo probabilmente ed anche un po' rompicoglioni effettivamente, ma quantomeno sai chi sei e che cosa vuoi.
Poi si evolve.
Poi incontri quello che ti fa perdere la testa e proprio non credevi e allora le dinamiche evolvono come evolvi tu, ma quantomeno ti conosci per come sei stata quando non dovevi essere niente per nessuno.
Vuoi mettere?
L'inizio.
Che i rapporti siano strani, non sono la prima a sospettarlo, eppure, ogni volta, me ne stupisco.
I rapporti sono fatti di distanze e di limiti, così come di vicinanze e permessi, un po' come la quotidianità.
Io posso arrivare laddove non vado a tangere il prossimo.
Eppure i rapporti sono molto più strani della quotidianità, non esiste una vera routine, non esistono abitudini costanti, non esistono punti fissi, anche quando dovrebbero forse esserci, non esiste la chiarezza massima e non esiste neppure una vera e propria costante.
Io amo e non sopporto al contempo e sopporto e non tollero e poi quando mi chiedo come ci siamo arrivati qui, scoppio a ridere.
Ci sono giorni in cui mi sento soffocare e giorni in cui mi manchi come mi manca l'aria quando mi fai incazzare.
La costante c'è e la costante è che ti voglio e non me ne vado.
Non vorrei.
Potrei.
E questa è la differenza rispetto ai rapporti serie che ci sono stati prima di te ed hanno coinvolto grandi parole.
Prima, in qualche modo, non c'era via di scampo e quando c'era ho sempre scelto di allontanare la possibilità stessa di allontanarmi.
Con te, questo errore, non voglio che esista.
Io sono libera di andarmene in ogni momento e tu sei libero di non tornare in ogni momento.
L'indipendenza, questa grande amica che mi lascia la libertà di scegliere in ogni momento.
E in ogni momento, ho scelto di averti. Vicino, a distanza, molto vicino, molto a distanza, troppo a distanza, troppo vicino.
Avevi il profumo più buono del mondo, lo hai cambiato, ma il tuo profumo rimane l'odore più buono del mondo.
E non so se è per quel tuo modo di sorridere o per il fatto che sei un po' strano, ma mi piaci.
Mi piaci anche quando non ti sopporto e vorrei tirarti una testata secca in fronte, come quando lavoravamo insieme e sospiravi come risposta ad ogni mio dubbio.
Le parti si sono ribaltate e trovare un equilibrio è stato strano.
Ho lavorato così tanto sulla mia persona e sul mio equilibrio individuale che il tuo arrivo mi ha spiazzata e continuo ad essere terrorizzata perché non so dove sia il limite fra l'essere disponibile e il sacrificio.
Mi chiedo di continuo se quello che faccio lo faccio per te o per me, mi chiedo se sia giusto o sbagliato e poi come sempre mi vengono in mente le tue mani ed allora alzo la voce e continuo ad amarti.
Tu che vivi questo mio bisogno estremo di indipendenza come un distacco dichiarato quando non può essere altro che una vicinanza estrema.
Nelle mie esperienze, quelle poche degne di un nome e di un numero da richiamare, non c'erano uomini come te. Quelli degni di essere ricordati, o quasi, sono pochi e così diversi da te da rendermi chiaro quanto io sia cambiata e quanto in fretta.
Uomini che avevano un estremo bisogno di affermarsi in quanto tali prima ancora di aver fatto i conti con sé stessi, uomini talmente disonesti col mondo da non sapersi raccontare neppure una verità, uomini fragili e nascosti dietro una parvenza di sicurezza che non gli è mai appartenuta.
Uomini che sostanzialmente hanno sempre ricercato in me qualcosa che di fondo annoiava anche me.
Uomini che hai conosciuto e che ancora mi chiedi come mi potessero piacere.
Potevano. Potevano in uno stato confusionale, in mezzo alla fragilità in cui mi hai conosciuta, potevano piacermi, prima, ma non adesso.
E tu, tu hai tutto quello che io trovo bello in un essere umano: la bontà, la l'allegria, il sorriso, la gioia, la fragilità, la forza, la sicurezza, l'amore, la naturalezza, l'intelligenza, lo stupore.
Ecco, magari pecchi in fiducia, ma può succedere.
Tutto sommato ci sta.
Tu, che hai raccolto tutto il coraggio che potevi avere e mi hai messa alle strette dopo anni di rapporti vani.
Tu col tuo modo di farti spazio dove spazio proprio non c'era.
Tu che 'posso baciarti o devo aspettare come al solito almeno tre ore?'.
E allora premiamo questa audacia e baciamoci pure.
Che anche i greci ti avrebbero premiato, figurati io, che dopo il primo bacio non sapevo neppure più dove guardare ed allora ho continuato a parlare di libri, proporzioni e arte greca.
E dopo il secondo ero già a farmi un esame sul fatto che potessi essere fuori luogo o poco etica.
Ma i sensi di colpa son durati giusto il tempo di un chinotto che tanto lo sapevo che sarebbe andata a finire così, lo sapevo fin da quando mi hai rimproverata del ritardo. Mentre io ero già dentro ad aspettarti.
E con te per la prima volta ho davvero messo in dubbio il fatto di poterti piacere perché sembrava che l'estetica non contasse e che ti interessasse davvero cosa dicessi.
Ed ore ad ascoltarmi, come per altro fai ancora per poi sorridermi.
Io non lo so se sia moralmente accettabile quello che sia successo, sicuramente è ancora un po' imbarazzante per me raccontare di come e di quando ci siamo conosciuti.
E poi è sempre pieno di gente che ama giudicare ciò che è successo e quando è successo e di come probabilmente tutto sia precocemente iniziato nonostante. Nonostante tu non mi filassi un granché.
Ora cambi versione perché hai questo dono per il quale devi far sentire gli altri speciali. Me compresa. E ci riesci. Anche troppo.
Mi hai messa su un tale piedistallo da riuscire spesso a non raggiungermi.
Mettimi più in basso che qui nessuno è santo.
E va bene la mia bellezza.
Pure l'intelligenza ammesso che non la veda solo tu.
E anche l'etica e tutto il resto.
Ma essere messi in soggezione da me è proprio folle.
Tranne quando voglio mettere qualcuno in soggezione perché a quel punto sono piuttosto brava, ma non l'ho fatto con te.
Almeno non dopo le prime tre sere trascorse insieme.
I rapporti sono strani.
Io non cercavo te e tu non cercavi me e non era proprio il momento giusto.
E poi ci sono momenti in cui penso che in realtà, non ci fosse momento più giusto.
Non ti aspettavo, non mi aspettavi. E non ci credevo, ma poi ci ho creduto. E pare anche tu, a tratti.
Io tanto un amore facile, non l'ho mai voluto.
Di quelli con un bel finale allegro e senza troppe complicazioni.
Che sembro una banale fidanzata?
No dai. No.
Vuoi mettere l'attesa? E la voglia di vederti? E quegli ultimi dieci metri prima di cercarti con lo sguardo? E quando finalmente ti vedo? E la gioia nel sapere che sei con me per tante ore? E quella sensazione nello stomaco la sera prima di un aereo?
Ecco, per esempio.
La gioia di vederti come se fosse la prima volta, dopo tutto questo tempo.
Beh, forse non proprio la prima volta e neppure la seconda ecco.
Però diciamo, la voglia di vederti come la prima volta che ci siamo rivisti...
...vabbè facciamo prima a riassumere che è un po' come la prima volta che siamo usciti insieme, ecco.
E gli inizi sono strani, sono sempre belli e con te ogni volta, è come ri-iniziare, ma non dal principio, anche perché al principio io avevo dei tacchi troppo alti e tu eri decisamente rigido, ma dal dopo, dall'inizio, ma con un dopo, sempre, di continuo.
E non sai quanto io ringrazi il cosmo per questa sensazione stasera e per la voglia di vederti che mi fa tremare le gambe sotto al tavolo (la gamba che tanto seduta composta non ci sto stare) e per il fatto che tu sia esattamente come sia, diverso, da tutti gli altri uomini.
I rapporti sono fatti di distanze e di limiti, così come di vicinanze e permessi, un po' come la quotidianità.
Io posso arrivare laddove non vado a tangere il prossimo.
Eppure i rapporti sono molto più strani della quotidianità, non esiste una vera routine, non esistono abitudini costanti, non esistono punti fissi, anche quando dovrebbero forse esserci, non esiste la chiarezza massima e non esiste neppure una vera e propria costante.
Io amo e non sopporto al contempo e sopporto e non tollero e poi quando mi chiedo come ci siamo arrivati qui, scoppio a ridere.
Ci sono giorni in cui mi sento soffocare e giorni in cui mi manchi come mi manca l'aria quando mi fai incazzare.
La costante c'è e la costante è che ti voglio e non me ne vado.
Non vorrei.
Potrei.
E questa è la differenza rispetto ai rapporti serie che ci sono stati prima di te ed hanno coinvolto grandi parole.
Prima, in qualche modo, non c'era via di scampo e quando c'era ho sempre scelto di allontanare la possibilità stessa di allontanarmi.
Con te, questo errore, non voglio che esista.
Io sono libera di andarmene in ogni momento e tu sei libero di non tornare in ogni momento.
L'indipendenza, questa grande amica che mi lascia la libertà di scegliere in ogni momento.
E in ogni momento, ho scelto di averti. Vicino, a distanza, molto vicino, molto a distanza, troppo a distanza, troppo vicino.
Avevi il profumo più buono del mondo, lo hai cambiato, ma il tuo profumo rimane l'odore più buono del mondo.
E non so se è per quel tuo modo di sorridere o per il fatto che sei un po' strano, ma mi piaci.
Mi piaci anche quando non ti sopporto e vorrei tirarti una testata secca in fronte, come quando lavoravamo insieme e sospiravi come risposta ad ogni mio dubbio.
Le parti si sono ribaltate e trovare un equilibrio è stato strano.
Ho lavorato così tanto sulla mia persona e sul mio equilibrio individuale che il tuo arrivo mi ha spiazzata e continuo ad essere terrorizzata perché non so dove sia il limite fra l'essere disponibile e il sacrificio.
Mi chiedo di continuo se quello che faccio lo faccio per te o per me, mi chiedo se sia giusto o sbagliato e poi come sempre mi vengono in mente le tue mani ed allora alzo la voce e continuo ad amarti.
Tu che vivi questo mio bisogno estremo di indipendenza come un distacco dichiarato quando non può essere altro che una vicinanza estrema.
Nelle mie esperienze, quelle poche degne di un nome e di un numero da richiamare, non c'erano uomini come te. Quelli degni di essere ricordati, o quasi, sono pochi e così diversi da te da rendermi chiaro quanto io sia cambiata e quanto in fretta.
Uomini che avevano un estremo bisogno di affermarsi in quanto tali prima ancora di aver fatto i conti con sé stessi, uomini talmente disonesti col mondo da non sapersi raccontare neppure una verità, uomini fragili e nascosti dietro una parvenza di sicurezza che non gli è mai appartenuta.
Uomini che sostanzialmente hanno sempre ricercato in me qualcosa che di fondo annoiava anche me.
Uomini che hai conosciuto e che ancora mi chiedi come mi potessero piacere.
Potevano. Potevano in uno stato confusionale, in mezzo alla fragilità in cui mi hai conosciuta, potevano piacermi, prima, ma non adesso.
E tu, tu hai tutto quello che io trovo bello in un essere umano: la bontà, la l'allegria, il sorriso, la gioia, la fragilità, la forza, la sicurezza, l'amore, la naturalezza, l'intelligenza, lo stupore.
Ecco, magari pecchi in fiducia, ma può succedere.
Tutto sommato ci sta.
Tu, che hai raccolto tutto il coraggio che potevi avere e mi hai messa alle strette dopo anni di rapporti vani.
Tu col tuo modo di farti spazio dove spazio proprio non c'era.
Tu che 'posso baciarti o devo aspettare come al solito almeno tre ore?'.
E allora premiamo questa audacia e baciamoci pure.
Che anche i greci ti avrebbero premiato, figurati io, che dopo il primo bacio non sapevo neppure più dove guardare ed allora ho continuato a parlare di libri, proporzioni e arte greca.
E dopo il secondo ero già a farmi un esame sul fatto che potessi essere fuori luogo o poco etica.
Ma i sensi di colpa son durati giusto il tempo di un chinotto che tanto lo sapevo che sarebbe andata a finire così, lo sapevo fin da quando mi hai rimproverata del ritardo. Mentre io ero già dentro ad aspettarti.
E con te per la prima volta ho davvero messo in dubbio il fatto di poterti piacere perché sembrava che l'estetica non contasse e che ti interessasse davvero cosa dicessi.
Ed ore ad ascoltarmi, come per altro fai ancora per poi sorridermi.
Io non lo so se sia moralmente accettabile quello che sia successo, sicuramente è ancora un po' imbarazzante per me raccontare di come e di quando ci siamo conosciuti.
E poi è sempre pieno di gente che ama giudicare ciò che è successo e quando è successo e di come probabilmente tutto sia precocemente iniziato nonostante. Nonostante tu non mi filassi un granché.
Ora cambi versione perché hai questo dono per il quale devi far sentire gli altri speciali. Me compresa. E ci riesci. Anche troppo.
Mi hai messa su un tale piedistallo da riuscire spesso a non raggiungermi.
Mettimi più in basso che qui nessuno è santo.
E va bene la mia bellezza.
Pure l'intelligenza ammesso che non la veda solo tu.
E anche l'etica e tutto il resto.
Ma essere messi in soggezione da me è proprio folle.
Tranne quando voglio mettere qualcuno in soggezione perché a quel punto sono piuttosto brava, ma non l'ho fatto con te.
Almeno non dopo le prime tre sere trascorse insieme.
I rapporti sono strani.
Io non cercavo te e tu non cercavi me e non era proprio il momento giusto.
E poi ci sono momenti in cui penso che in realtà, non ci fosse momento più giusto.
Non ti aspettavo, non mi aspettavi. E non ci credevo, ma poi ci ho creduto. E pare anche tu, a tratti.
Io tanto un amore facile, non l'ho mai voluto.
Di quelli con un bel finale allegro e senza troppe complicazioni.
Che sembro una banale fidanzata?
No dai. No.
Vuoi mettere l'attesa? E la voglia di vederti? E quegli ultimi dieci metri prima di cercarti con lo sguardo? E quando finalmente ti vedo? E la gioia nel sapere che sei con me per tante ore? E quella sensazione nello stomaco la sera prima di un aereo?
Ecco, per esempio.
La gioia di vederti come se fosse la prima volta, dopo tutto questo tempo.
Beh, forse non proprio la prima volta e neppure la seconda ecco.
Però diciamo, la voglia di vederti come la prima volta che ci siamo rivisti...
...vabbè facciamo prima a riassumere che è un po' come la prima volta che siamo usciti insieme, ecco.
E gli inizi sono strani, sono sempre belli e con te ogni volta, è come ri-iniziare, ma non dal principio, anche perché al principio io avevo dei tacchi troppo alti e tu eri decisamente rigido, ma dal dopo, dall'inizio, ma con un dopo, sempre, di continuo.
E non sai quanto io ringrazi il cosmo per questa sensazione stasera e per la voglia di vederti che mi fa tremare le gambe sotto al tavolo (la gamba che tanto seduta composta non ci sto stare) e per il fatto che tu sia esattamente come sia, diverso, da tutti gli altri uomini.
giovedì 6 dicembre 2018
Questione di utero.
"Non sopporto il maschilismo perché siamo tutti nati da una donna."
Ottimo motivo.
Grazie per averlo comunicato proprio a me che di figli non ne ho e non perché non ne desideri ardentemente uno o non possa crescerlo o non abbia un compagno o non desideri averlo con lui.
Ebbene si: ci sono donne che non sono capaci ad avere dei figli.
Svelata una grande, incomprensibile, verità.
Non siamo tutte predisposte geneticamente alla riproduzione.
Che dobbiamo fare?
Che ci dovete fare?
Il rispetto di un essere umano non dipende dallo stato dei suoi ovuli o dalla velocità degli spermatozoi.
In fin dei conti nessuno rispetta un uomo per la sua capacità di fecondare un ovulo, non capisco quindi perché il rispetto di una donna debba dipendere dalla sua capacità di far fuoriuscire un essere umano dalla sua vagina.
Magico.
Assurdo.
Meraviglioso.
Il mistero della vita e la capacità umana di riprodursi, non sembra vero che dall'unione di un uomo ed una donna possa nascere la vita e che nel corso di 39 settimane ci sia un cuore, un cervello, due occhi, delle dita, dentro qualcuno. Un enorme, enorme, enorme miracolo.
Questo per dire che io stessa mi stupisco e mi emoziono pensando alla nascita.
Tuttavia non credo che sia l'unico motivo per il quale essere contrario ad un maschilismo che comunque stai affermando dicendo una frase come quella di cui sopra.
E se una donna non sa farlo? Non può farlo?
Che succede?
Non è degna di rispetto?Può essere discriminata? Non sarà mai una madre?
Nel momento in cui io cresco un figlio, ne sono madre.
Così come quando insegno musica ad un bambino, ne sono l'insegnante.
Succede così. Automaticamente. Non è questione di parto, sono dati di fatto.
Che solo alcuni scorgono e sanno leggere ed altri nonostante tutto, nonostante la mente aperta ed il buonismo, continueranno a vederli come dati corretti, risultati ottenuti per mano di una calcolatrice, senza sforzo alcuno.
Peccato che ad alcuni i figli nascano meglio che ad altri, senza che per forza debbano averli desiderati o voluti o cercati, peccato che capitino e basta. Ma per averlo un figlio, quando non puoi fartelo tu, allora devi dimostrare di meritartelo.
Devi mostrare il tuo reddito, la tua buona persona, la tua dignità di essere umano, l'affidabilità, la serietà, la volontà, devi diventare un ottimo genitore sulla carta, su tante carte, per tanto tempo e poi forse sì, lo puoi diventare un genitore, ma sempre e solo sulla carta finché qualcuno non ti considererà comunque un vero genitore perché quel figlio per il quale hai pianto e lottato come piangono e lottano le partorienti durante il travaglio, non è uscito tu e non ti assomiglia.
Se il tuo corpo si deforma perché è pieno di vita, tu sei una madre, se il tuo corpo si deforma dalla voglia di averlo un figlio, non la sei comunque.
Se riesci a rimanere incinta, nessuno mette in dubbio il tuo diritto di partorire tuo figlio e tenerlo accanto a te, se tu lo cerchi in giro per il mondo, non sei pronta, perché devi pensarci bene ed è un peso troppo grande da affrontare.
Se lo dici poi, che stai cercando un bambino, tutti si aspettano che tu stia avendo un'intensa attività sessuale e nessuno pensa al fatto che la sera non si faccia l'amore perché sei persa nella burocrazia di uno stato che abusa della tua incapacità.
Anche se sai che in giro per il mondo da qualche parte magari tuo figlio è già nato e sta aspettando te e tu non puoi prenderlo per mano dicendogli che va tutto bene e portartelo nel lettone per spostarlo nel lettino ikea che hai da anni ormai e poi pensi che tanto in quel lettino non ce lo metterai mai perché vaffanculo anche l'educazione, dopo tante lotte, te lo terresti nel lettone anche con i suoi piedini impiantati nelle costole.
E la voglia di maternità che non ti levi da dentro. Mentre dentro, continui ad essere vuota.
Ma si, le donne che si rispettano, sanno procreare. Giusto?
Iscriviti a:
Commenti (Atom)