mercoledì 21 giugno 2017

Pellicole emotive.

Si, probabilmente continuerò tutta la vita a farmi dei bellissimi e lunghissimi film mentali.
Me lo hai sempre detto anche tu.
Ecco, allora, sai cosa sto guardando adesso?

Sto riguardando al rallentatore il preciso istante in cui fai fatica ad aprire la porta perchè il pavimento è sollevato e allora ti spaventi del rumore.
Ed io rido.

Perchè in questo film, tu arrivi, suoni, io apro, tu litighi col porta e senza dirmi nulla te ne vai.

In questi tre minuti di pellicola emotiva sono racchiusi tutti i non dialoghi che non ci sono mai appartenuti.

Troppe parole, le mie.
Ti ho innondato ed affogato.

Allora facciamo così:

ti apro io, ma tu siediti e parla con me, in totale silenzio.

Corridoi.

Un caffè freddo e troppe sigarette, questa siepe che cresce a dismisura.
Lo spettacolo di ieri sera è andato bene, al di là di ogni mia aspettativa.
Ironico come io riesca ancora ad avere aspettative nonostante tutte le delusioni e le improvvise virate alle quali sono stata sottoposta, ma oggi non sono nell'angolo a destra, oggi mi sento a sinistra ed allora mi piace pensare di non essere sottoposta agli eventi.
Oggi sono arrivata presto, prima del mio appuntamento telematico e mi chiedo come sia possibile sentire ancora il bisogno e la voglia di essere qui nonostante il dolore che provo.
Eppure, eccomi qui.
Sistemo i cassetti, pulisco le stanze, impilo i fogli e getto via tutti i miei post it.
Ne ho tantissimi, credo sia una dipenza la mia, ma amo quei foglietti colorati che mi ricordano ciò che devo o dovrei fare, da settembre ad oggi ho scritto centinaia di post it: la scrittura veloce, altre volte lenta, sempre però impregnata di ansia da prestazione.
Oggi sono sola e rivivo il piacevole dolore che ho deciso di assaporare lentamente, giorno dopo giorno, fino alla chiusura definitiva o parziale che sia.

Mi piacerebbe una scuola aperta in estate, con corsi mirati al ripasso, corsi integrativi di storia della musica, prove di un'orchestra che non c'è, attività legate a tutte le forme di arte possibili.
Mi piacerebbe alzare lo sguardo e vedere quindici tavolini riempiti di diverse forme di attesa:
il pranzo, i compiti, il ripasso, le prove, il gioco, i messaggini, la scrittura.

Non è la mia vita e probabilmente non sarò mai inclusa in un progetto che prevede conoscenze ed esperienze che so di non avere, eppure, mi piacerebbe ancora sognare.

Un posto simile a questo e diverso.
Le lezioni al mattino, i bambini con le magliette dalle maniche corte, le entrate e le uscite continue, una sala di danza, una di teatro, una caffettiera. La caffettiera in realtà la vorrei per me, più che per gli altri.

Mi piacerebbe il colore, la magia, la musica continua, sogno i volti conosciuti alle pareti e una sala lettura/studio.

Una comune insomma, come sempre.
Mai nella vita ho imparato a distinguere il dovere dal piacere e ogni volta che il dovere mi pesava, ho imparato a ritagliarmi uno spazio di piacere.

Non è la mia vita, ma vorrei che la fosse.

Vorrei girarmi e dover salutare sei genitori e fare ricevute, vendere libri, sorridere, pulire le lavagne, sentire qualcuno correre da un'aula all'altra.

Che strana forma di perversione, il mio continuo attaccamento emotivo.

Non riesco a farlo con gli uomini, lo faccio con tutto il resto, naturalmente ed irrefrenabilmente.

Ieri mi sono venuti a trovare.
A fare delle fotocopie.
Un momento bellissimo.
Qualcuno ha detto 'sembra di essere a settembre, vi ricordate?'.
L'ho pensato anche io ed è stato un momento bellissimo.

Comunque vada, avere accanto delle presenze simili, è una gioia.
Mi sono sentita meno sola, più felice, la depressione per un'ora è sparita ed io sentivo che nonostante l'allontanamento, non si sarebbero davvero davvero allontanati.
Bello.

Non ho detto nulla, come sempre. Come glielo spieghi a due persone che il loro passaggio ti cambia la giornata?
Che fumare una sigaretta insieme ascoltando i racconti pieni di battute mentre guardo i loro occhi pieni di gioia, segna il cambiamento della mia giornata?
Beh, così immagino, dicendolo.
Ma dirlo ad alta voce, mi fa sentire ancora più triste e depressa.
Non ho quasi nulla che mi faccia sentire meno sola.

In estate dovrei avere una vita sociale, dovrei pensare a come e cosa fare, truccarmi la sera, uscire al mattino ed invece studio e sogno una scuola estiva.

Sono così patetica.

Sto scrivendo un nuovo spettacolo.
Vorrei chiedere a qualcuno se ha voglia di lavorare alle musiche, ma ho un po' di timore, ho già chiesto così tanto e così tanto a lungo...

Ieri sera qualcuno mi ha detto di continuare a scrivere perchè sono brava.
Sorrido, non la sono.
Vorrei.
Ma non è così.

Come sono finita così?

Scuola, lavoro, teatro e casa.
E sto bene.
E vorrei solo più scuola, lavoro, teatro e casa.

Mi sono innamorata di una vita che sostanzialmente è socialmente inacettabile.
E mi rende anche parecchio felice, per la maggior parte del tempo.

Poi ci sono gli attimi in cui mi chiedo dove sia finita la mia vecchia vita:
amici ovunque, amici a non finire, chiamate continue, messaggini tutto il giorno, cene, viaggi, caffè, passaggi in auto, sorrisi, incastri, contrasti, bicchieri di vino, bottiglie di birra messe in fila, cibo e giornate trascorse in cucina, trenta persone a cena, i giochi da tavolo, le risate, la condivisione continua.
Ogni sera un appuntamento, ogni fine settimana, una meta.
Non ero mai sola, mai.

Non ho scritto in questo spazio per anni, perchè ero talmente piena di vita sociale, da non avere il tempo di mettere in fila dieci parole scorrette.

Dov'è finita quella vita?
Dove sono finite quelle persone?
Sarei ancora capace?

Di viverla, intendo.

Fine giugno, si conclude l'anno scolastico e si conclude un altro anno per me, celebrato in silenzio.

Niente feste, niente cibo, niente amici, niente di niente, il silenzio.
Solo che ormai, solo questo silenzio mi sembra sincero.

I volti, i regali, le torte, le canzoni, le foto...le parole...appartengono ad una vita che so di aver vissuto, ma non ricordo.
Mi sembra di essere stata spettatrice e non attrice della mia vita.

Avevo tutto e mi sentivo costantemente vuota.
Ora non ho quasi più nulla e devo camminare piano per non traboccare, perdere l'equilibrio e riversare tutta questa vita a terra, con lividi che esaltano la lentezza.

Dove sono le amiche quotidiane che dicevano che ci sarebbero state sempre?
E le grandi compagnie?

Quantità e non qualità.

E ad oggi, non mi manca veramente più nessuno.

Se non quelli che correvano veloci in questi corridoi.

martedì 20 giugno 2017

Compiti di teatro.



Il suo braccio accanto al mio, il leggero strofinio di una pelle che conosco centimetro per centimetro, provo ad occhi chiusi a ricostruire la mappa dei suoi nei, ma mi fermo. Sono assalito dalla consapevolezza che sia giunto il momento di parlarle e dirle tutto. Negli ultimi mesi ero qui e non c’ero già più, da molto. Alle sue domande ho sempre risposto cambiando argomento e dando la colpa al tempo, al lavoro, alla stanchezza, agli impegni, ci ha voluto credere. Dorme ancora e non sa che oggi sarà l’ultima mattina che si sveglierà convinta di avermi accanto.
Siamo al mare, dove la portavo sempre a guardare il tramonto, mi sono fatto coraggio ed ho deciso di portarla qui. Parla, parla tantissimo. Amavo le sue parole, desideravo la sua voce e mi sono lasciato cullare dall’incastro perfetto di terminologie desuete fino al punto di focalizzarmi sulla sua gestualità ritmica ed incosapevole. Oggi, non riesco a sopportare le sue mani, quelle che volano in aria senza fermarsi mai. L’ha fermata sulla mia spalla, proprio ora ed io non riesco a non irrigidirmi. Sto cercando di non guardarla, cerco di focalizzarmi su un punto davanti a me dove il mare è più profondo ed il blu assomiglia a quello del cielo in tempesta. Mi impongo di non voltarmi, come Orfeo.
-          Ricordi? Quella volta che sei venuto a prendermi al lavoro ed abbiamo fatto il bagno in mare, proprio qui vicino, non avevamo gli asciugamani e tu mi ha detto che non importava. Che ‘io ero l’unica acqua in grado di bagnarti davvero’.
-          Non ricordo.
Mento. Getta di colpo un braccio sulle sue gambe, delusa ancora una volta dalla mia risposta. So cosa vorrebbe sentirsi dire, ma non posso dirlo. So cosa si aspetta da me, ma questa non potrò andare contro me stesso per vederla sorridere, ora che il suo sorriso non è più causa del mio.
Ricordo perfettamente di essere uscito di corsa dal lavoro lasciando fogli sulla scrivania e rimandando le telefonate, era bellissima mentre usciva dall’acqua e in un istante ho davvero pensato che lei fosse l’unica acqua in grado di bagnarmi. In un istante, per quell’istante.
Un attimo dopo, era già tutto finito.
-          Ma come fai a non ricordarlo? Abbiamo avuto il raffreddore per settimane! Avevi la voce rocca ed eri insopportabile, a letto, per un raffreddore…
-          Stavo male.
-          Si vabbè, stavi male, anche io stavo male eppure mi prendevo cura di te.

Un’altra delle sue critiche, non le sopporto più. Volta la testa verso di me, cerca un contatto fisico, mi sfiora il volto, provo ribrezzo. Mi sento continuamente sminuito da questo suo modo di fare. Ecco, ora parla della sera in cui ha camminato scalza lungo la strada del ritorno mentre suo padre chiamava e noi avevamo fatto le sei del mattino. Una bella sera, mi piacevano le sue complicazioni e quella visione buffa del mondo che alla lunga porta allo sfinimento . Unicorni e colore, sono una ventata di novità a trent’anni, ma ora, sono solo limiti e frustrazione.
Ora mi giro e le dico tutto.
-          Perché non parli? Ti ricordi quando parlavamo per ore?
-          Si
-          E poi? Non credi che io sia in grado di ascoltare i tuoi discorsi?
-          Ti annoi  e basta. Ho sbagliato tutto con te.
-          Non è vero. Certo, hai fatto degli errori, ma guardaci!Stiamo insieme da nove anni, chi lo avrebbe mai detto? Siamo una vera coppia seria, io ti stiro i vestiti e  finalmente ho trovato lavoro.
-          Non sono felice.
-          Neppure io, neppure io, mi mancano i nostri discorsi, non ridi più insieme a me, come mai?
-          Sei sempre a farmi sensi di colpa.
Allontano la spalla dal suo volto, ma lei si avvicina, non riesco a sopportare il peso della sua presenza. Mi trascina verso il fondo.

-          Cosa ti ho fatto? Perché dici così? Sono così sbagliata?Mi ami ancora?
Mi alzo, non riesco a sentire quella voce così disperata da credere in una relazione nella quale ormai non ridiamo più da mesi. Ho un’altra, ora glielo dico, ora le dico che il suo unico sbaglio è credermi migliore di quello che sono ed avermi sempre voluto esattamente a come lei desiderava che fossi.
-          Mi rispondi?
La sua voce ormai è alta, quando si crepa il suo sorriso ingenuo esce fuori tutta la sua fragilità in uno stridore che è insopportabile, fra qualche minuto cambierà e diventerà profonda, austera e urlante.
Non le rispondo, mi soffermo sul mio passo e gioco con le chiavi in tasca. Cammino.
Si alza di colpo, appoggia veloce il suo braccio sotto al mio e mi serra in un semi abbraccio che ha la stessa valenza della catena di un suicida che decide di gettarsi in mare.
Questo è il momento: se le sciolgo le braccia, lei mi tratterrà, se la ricambio in parte, non ne uscirò più, lascio a lei il compito di staccarsi da sola, quando non riuscirà più a trattenermi.
Cammino più veloce. I muscoli del mio braccio sono forti ed i tendini tesi, sento la differenza fra la mia pelle tesa ed il mio corpo proteso in avanti ed il suo, morbido, incredulo, persino il suo corpo è arrendevole. Potrei girarmi di colpo e darle uno schiaffo e lei rimarrebbe comunque ancorata a me, incredula, arrabbiata forse, ma incapace di andare via.
Aumento il passo, non riesce a starmi dietro.
-          Mi vuoi parlare?Rispondimi perché fai così? Vieni qui. Piantala. Non fare lo stronzo. Vieni qui e parlami.
SI getta a terra, si lascia cadere, le gambe piegate da un lato, cerca nella borsa una sigaretta. Trema. Mentre fuma le sue mani sembrano quelle di una vecchia, tremanti e sanguinanti. Ogni volta che qualcosa non rispetta i suoi piani, si mangia le mani. Piange forte e cerca di attirare la mia attenzione, ma non cedo, rimango fedele agli ordini di Ade: per avere finalmente la mia Euridice non devo voltarmi e così faccio.
Saprei descrivere ogni ruga del suo volto e gli occhi a palla che le vengono quando li strofina volutamente per crearsi un volto disperato che crei dispiacere e pena. Me la suscitava quando era ancora fragile, quando pensavo che le sue lacrime non fossero un modo per attirare l’attenzione ed avevo voglia di preoccuparmi.
Cammino e gioco con le chiavi nella mia tasca destra, sento il peso del corpo che si sposta ed improvvisamente non inarco più la schiena, ondeggio, il mio passo è ringiovanito.
Urla qualcosa di tragico, ma non si butterà in mare. No.
-          Si, eri la sola acqua in grado di bagnarmi, ma ora io tornerò alla mia vita asciutta e tu ti inventerai pioggia per un altro.
Mi infama con una voce a metà fra lo strozzato e il posseduto.
Che cosa si poteva aspettare da uno che ha chiamato ‘uomo degli abissi’ subito dopo avermi conosciuto?

domenica 18 giugno 2017

Compleanno.

La regina degli egocentrici non può che amare con tutta sé stessa il giorno adibito ad una celebrazione del sé.

Così almeno è stato da sempre.

Ad oggi, che sia causa il tempo, il periodo, l'umoraccio, vorrei saltare a piedi pari il giorno del mio compleanno, trascorrendolo a letto , da sola, a dormire.

Mi sale l'ansia nei confronti del futuro e la paura in rapporto alla me stessa di oggi.

Forse, sono solo consapevole che non ci sia nessuno ad amarmi.

Non parlo di un uomo, no, anzi, ho proibito a chiunque sia nella mia vita di fare qualsiasi tipo di gesto. Non sarebbe appropriato. Non sarebbe adeguato e non sarebbe gradito.

Vorrei forse avere un forte motivo per cui piangere, crogiolarmi nel dolore, sentirmi talmente ignorata da soffrire e trascorrere la giornata a piangere.

In quel caso avrei davvero un grande motivo per sentirmi triste, insomma, un altro alibi.

Avrei preferito arrivare alla mia età senza il disperato bisogno di alibi che invece ho.

Sono preoccupata per il giorno del mio compleanno, sarà triste, ma forse non abbastanza.

Per circa dieci anni ho chiesto a qualcuno un regalo, un regalo da dieci euro, che mi sarebbe piaciuto, per ogni festa, chiedevo sempre il solito punto luce. Piccolo, scemo, luminoso. Mi sarebbe piaciuto.
Per dieci anni, ho ricevuto regali di ogni genere, ma nessuno mi ha dato retta.

Io non ricevo mai libri, perché tutti pensano che io abbia letto tutto e quindi non sanno cosa regalarmi e non ricevo un punto luce che non mi rappresenta perché 'è troppo fine per te, tu sei una da colore e creatività'.

Certo, continuiamoci a far dire da altri ciò che siamo, è un bel vivere.

Sono preoccupata per domani e per la mia solitudine.

Devo imparare a gestire anche quella inaspettata, perché credo che anche questo voglia dire crescere.
E così, va già meglio.

Occhi da incrociare.

Col culo per terra e il morale alle stelle,
come l'altro giorno, sdraiata su un tappeto con tanto sonno negli occhi a ridere a crepapelle.

Un momento di cuore da tenermi stretto nei momenti bui.

Quando mi impanico e la mia amica che si è scoperta figlia quando era già madre litiga con i clienti in tre lingue e nel mentre mi consola.

Seduta a terra, con le gambe incrociate sulle sedie e l'incapacità di mantenere un'apparenza che davvero non mi appartiene neppure quando io appartengo a lei.


Mentre ero sdraiata a ridere, mi è venuto in mente un ricordo.

Arezzo 2014, una giornata di dicembre, molto triste per una delle mie più care amiche.

Inverno, di De Andrè.


Ed io che ero immersa dentro quegli affreschi così belli e il Vasari ed il museo archeologico.

Ed il mio cappotto viola, il vino, i muri.

Pensavo a te, in ogni angolo di vita e pensavo a quando e come tu fossi passato di lì.
Senza conoscermi.
Dopo avermi conosciuta.
Magari pensandomi.

Un messaggio, l'unico che mi sia mai concessa.
Ero lì, senza te, per te.
E mi bastava.


Ho sempre preteso tantissimo dalle persone con le quali ho condiviso una storia, esageratamente troppo.
Senza essere mai riuscita a pretendere rispetto e sincerità.

E poi, poi tu.
Che con te io non ho mai condiviso nulla che non fosse al di fuori di ogni definizione, eppure, non ho mai vissuto una sola volta una tua mancanza. Assenze, continue e ripetute, ma non mancanze.

Il modo in cui mi guardi mentre parli, quello in cui mi guardi mentre entrambi parliamo con altri, la ricerca di un contatto visivo, non mi hanno mai fatto vivere un distacco anche nel momento dell'addio.

Continuerai a cercare i miei occhi?
Continuerò a cercare i tuoi.
Smetterò di cercarci dentro sentimento e risposte.
Inizierò a guardarli vedendo solo te.
Sarà comunque un bell'incontro, come sempre.

Pace.

Si litiga solo con chi si vuole fare pace.

Così, in una delle giornate più tristi di sempre, l'orgoglio diviene un particolare ignorabile.

Venerdì mi sono ritrovata sola, completamente sola, per la prima volta:
le stanze che per nove mesi erano piene di sorrisi, persone, suoni, rumori, urla, grida, passi e respiri, completamente vuote.

Nessuno da aspettare, nessuno con cui parlare, nessuno da aiutare.

Un silenzio perpetuo.

Ho riordinato le stanze, ho svolto il mio lavoro, ho impilato fogli e diviso documenti dentro a cartelline etichettate.

Mi sono sentita sola.

Mi sono sentita crollare.

Ho sentito tutta la tensione delle ultime settimane, scivolare via, velocissima e lasciarmi senza forze, completamente vuota.

Un malumore sfociato in sbalzi di umore e depressione.

Era davvero tanto tempo che non mi sentivo così male, nulla a che vedere con la solita ansia, ho attraversato il confine del panico, quello di cui parlavo qualche giorno fa.

Il panico.
E come cercare di tenerlo a distanza di sicurezza.

Inizialmente ho fatto mente locale ed allora ho voluto dare la colpa a una serie di fattori, perché il panico non si scatena mai così, per un solo motivo.
Poi ho fatto una lista delle motivazioni:

1- stanchezza fisica
2- mancanza di sonno
3- mancanza di cibo
4- ormoni
5- tantissimi ormoni
6- i cambiamenti
7- la paura dei cambiamenti
8- l'incapacità di gestire i cambiamenti
9- l'aver trovato nella scuola una scusa per non affrontare gli scalini personali che dovrei scegliere se salire o scendere.
10- la paura nei confronti di settembre
11- la paura che settembre non ci sia
12- la paura di non aver fatto abbastanza
13- l'ansia di sentirmi sola davvero per la prima volta in un posto di lavoro emblema della collettività
14- la paura di essere sola
15- il terrore di non riuscire a stare sola proprio in un momento in cui devo essere sola e devo andare a lavorare
16- l'ansia di aver bisogno di chiedere a qualcuno di venire a farmi compagnia
17- la tristezza dovuta alla fine
18- la conclusione di un anno bellissimo da prendere come parametro per quelli a venire.
19- rendersi conto di non aver concluso nulla
20- il mio compleanno

Mi sono fumata una sigaretta, ho chiuso tutte le aule a chiave, ho impilato i panchetti dei bambini, ordinato i topolini...
...ho sofferto profondamente per tutto il santo giorno.

La conclusione dell'anno è stata splendida e davvero, non sarei riuscita ad immaginare un anno migliore, eppure, sono in crisi totale.

Mentre camminavo, mi è venuto in mente il primo periodo di lavoro:
gente che passava e veniva, ero legittimata ad essere incapace, c'era sempre qualcuno pronto a chiacchierare ed amici ed amiche curiosi di vedere la nuova realtà che mi spaventava ed appassionava.
Gli insegnanti passavano molte più ore del dovuto, qualcuno è venuto semplicemente a conoscermi.

Il periodo delle telefonate continue e della confusione su nomi che non avevano volti e volti che mi avrebbero dovuto ricordare qualcosa che non ricordavo.

Le finestre sempre aperte con la luce del sole.
Le continue iscrizioni e le informazioni e le conoscenze.

La sera in cui sono corsa via veloce per andare a registrare le letture.

I saluti, le presentazioni e la sensazione del completo divenire degli eventi.

Le corse al Bricco per comprare il primo martello della mia vita ed i chiodi.
Mio nonno e la sua precisione, mio padre che è venuto ad aiutarmi.
I quadri appesi.

L'ansia della pitturazione ed il blu che non è il blu adatto.
La prima festività, trascorsa lì.

La festa del 31 ottobre con le caramelle e le zucche, mi sembra una cosa così vicina, ricordo di essere stata al supermercato ed aver comprato vagonate di dolcini. I cappelli da streghe.

L'odio verso la siepe.

I martedì vuoti, che colmavo con moduli e precisione.
Il primo freddo e le giacche appese ovunque.

L'angolo dove abbiamo messo l'albero di Natale con tutti i bigliettini contenenti i desideri dei bambini, bigliettini disegnati e decorati durante un mio sabato sera, in una casa che non era ancora la mia.

L'organizzazione di una giornata di storia della musica.

Lo scambio dei regali, io che corro per Sarzana con un enorme pacco pieno di cibo che poi in realtà si è rivelato veleno con un senso di colpa assurdo.
La lampada che ho nell'entrata, la penna che ho usato per firmare i primi documenti da adulta, il vino.

Le feste in cui mi sono mancate le regolarità.

Il ritorno, l'affanno, i mille problemi che mi fanno sentire davvero attiva ed i bambini che raccontano le loro feste.

Il carnevale.

Il primo caldo e le giacche dimenticate e poi recuperate.

Le mille bacchette perse e ritrovate.

I libri che nessuno trova mai.

Le liti con il pos.

Ancora l'odio per la siepe.

I sabati passati a riordinare la scrivania.

Il pianoforte che mi piaceva, i violini impilati, il termosifone con la manopola in alto, la serranda sempre rotta.

Il martedì che ha iniziato a prendere suono.

Le feste, i saggi, i genitori riuniti, i primi discorsi imbarazzanti, le liste attaccate alle porte, i bambini in ansia, il vociare continuo.

La gioia nell'aver trovato una sala per il saggio finale, i genitori che nel corso del tempo sono diventati familiari, appuntamenti settimanali.

Il pullman, io che mi arrabbio, le mie sfuriate, le chiamate al mattino.

I moduli da firmare, da firmare, da firmare.

Le lotte con lo scanner.
Le lotte con la fotocopiatrice.

La scatola di carta che mi ha regalato mio padre.

Spostare i mobili.

Le persone.

Ecco, mi è mancato tutto questo.

A settembre sarà tutto diverso.
E il cambiamento mi manda in ansia, come la solitudine, come il rendermi conto davvero che difficilmente potrà essere un anno migliore di quello trascorso.

Ho avuto un crollo.
Avrei voluto chiamare qualcuno e non sentirmi sola, avrei voluto vedere un viso attorno, una voce, uno scambio, ma è normale che non ci sia stato, devo abituarmici.

Solo un fatto di abitudine.

Per me quelle stanze, erano casa ed erano famiglia.

Mi sono buttata totalmente in quella casa ed in quella famiglia, senza consapevolezza, come sempre.
Mi ci sono nascosta ed è stato un bene, ma forse poi, è stato un male.

Un alibi.
Si, è stato il mio alibi ogni volta che non volevo uscire, non volevo pensare alla mia vita sociale e sentimentale.
Un bellissimo alibi.
Lo sarebbe stato per tutti.
Era impossibile non innamorarsi ed io l'ho fatto perdutamente.

La mia nuova, grande, storia d'amore.
Non ho amato qualcuno, ma qualcosa: quel posto, quelle persone, quelle anime, quelle vocine, quegli occhietti.
Tutto l'ambiente.
Sono perdutamente innamorata e come ogni volta, mi sento fottuta.

Le mezze misure mai eh?

Così, venerdì, è stato naturale alzare il telefono e in un attimo, superare tutto, chiamando la persona che avrebbe saputo calmarmi.

"-Ciao, sei ancora incazzato con me?
- Ti ho pensata molto in questi giorni, sarei passato io da scuola."

E in un attimo, il mio amico procione, era di nuovo lì, con me.
Lui che mi è stato accanto per tutta l'estate facendo il tifo per me, lui che è stato al Bricco circa trenta volte per controllare i chiodini giusti, lui che avrebbe voluto cambiare tutti i mobili con nuovi mobili ikea dai nomi improbabili, lui che arrivava a chiudermi il termosifone e a riparare la tapparella alla quale non riuscivo ad arrivare. Che mi ha montato le lampade ikea ed aiutato a cercare le lampadine online, lui che rompeva le palle con la siepe ed è stato il mio supporto ogni volta che ho avuto dubbi su me stessa, sulle mie capacità e sulla persona che sono.

'è un insieme di cose Penelope, passa tutto, sei più forte del panico'

Ed è subito pace.

Si litiga solo con chi si vuole fare pace.



Via Moravia.

Ho lasciato perdere.
Ho lasciato perdere le stanze in cui mi leggevi e mi ritrovavi esattamente come fossi.
Ho smesso perché ogni volta che scrivevo, finivo per parlare di te.
Di via Moravia, delle stazioni che fanno male al cuore, ad un letto disfatto e dei frutti di mare alle tre di notte.
E questo non importa a nessuno.
Nulla più.
Voglio lasciare credere ciò che è credibile, vuoto, battute e colpi di testa.
Lasciamo credere che non ci sia un cappello traboccante di vita da finire in un abisso scavato dalle mie stesse unghie, ormai finte, per estetica e difesa.
Sorrido, perché non posso fare altro di fronte a chi ha pretesa di aver capito tutto nella vita o aver scoperto l'amore vero o l'assunzione del compito preciso di etichettare le persone. Non puoi essere sicuro di tutte queste cose e sapere le risposte giuste, le definizioni adatte....ma poi, esistono davvero? Le etichette intendo. E le risposte giuste.
Lascio questa presunzione e la invidio.
Mi assolverò mai?