martedì 20 giugno 2017

Compiti di teatro.



Il suo braccio accanto al mio, il leggero strofinio di una pelle che conosco centimetro per centimetro, provo ad occhi chiusi a ricostruire la mappa dei suoi nei, ma mi fermo. Sono assalito dalla consapevolezza che sia giunto il momento di parlarle e dirle tutto. Negli ultimi mesi ero qui e non c’ero già più, da molto. Alle sue domande ho sempre risposto cambiando argomento e dando la colpa al tempo, al lavoro, alla stanchezza, agli impegni, ci ha voluto credere. Dorme ancora e non sa che oggi sarà l’ultima mattina che si sveglierà convinta di avermi accanto.
Siamo al mare, dove la portavo sempre a guardare il tramonto, mi sono fatto coraggio ed ho deciso di portarla qui. Parla, parla tantissimo. Amavo le sue parole, desideravo la sua voce e mi sono lasciato cullare dall’incastro perfetto di terminologie desuete fino al punto di focalizzarmi sulla sua gestualità ritmica ed incosapevole. Oggi, non riesco a sopportare le sue mani, quelle che volano in aria senza fermarsi mai. L’ha fermata sulla mia spalla, proprio ora ed io non riesco a non irrigidirmi. Sto cercando di non guardarla, cerco di focalizzarmi su un punto davanti a me dove il mare è più profondo ed il blu assomiglia a quello del cielo in tempesta. Mi impongo di non voltarmi, come Orfeo.
-          Ricordi? Quella volta che sei venuto a prendermi al lavoro ed abbiamo fatto il bagno in mare, proprio qui vicino, non avevamo gli asciugamani e tu mi ha detto che non importava. Che ‘io ero l’unica acqua in grado di bagnarti davvero’.
-          Non ricordo.
Mento. Getta di colpo un braccio sulle sue gambe, delusa ancora una volta dalla mia risposta. So cosa vorrebbe sentirsi dire, ma non posso dirlo. So cosa si aspetta da me, ma questa non potrò andare contro me stesso per vederla sorridere, ora che il suo sorriso non è più causa del mio.
Ricordo perfettamente di essere uscito di corsa dal lavoro lasciando fogli sulla scrivania e rimandando le telefonate, era bellissima mentre usciva dall’acqua e in un istante ho davvero pensato che lei fosse l’unica acqua in grado di bagnarmi. In un istante, per quell’istante.
Un attimo dopo, era già tutto finito.
-          Ma come fai a non ricordarlo? Abbiamo avuto il raffreddore per settimane! Avevi la voce rocca ed eri insopportabile, a letto, per un raffreddore…
-          Stavo male.
-          Si vabbè, stavi male, anche io stavo male eppure mi prendevo cura di te.

Un’altra delle sue critiche, non le sopporto più. Volta la testa verso di me, cerca un contatto fisico, mi sfiora il volto, provo ribrezzo. Mi sento continuamente sminuito da questo suo modo di fare. Ecco, ora parla della sera in cui ha camminato scalza lungo la strada del ritorno mentre suo padre chiamava e noi avevamo fatto le sei del mattino. Una bella sera, mi piacevano le sue complicazioni e quella visione buffa del mondo che alla lunga porta allo sfinimento . Unicorni e colore, sono una ventata di novità a trent’anni, ma ora, sono solo limiti e frustrazione.
Ora mi giro e le dico tutto.
-          Perché non parli? Ti ricordi quando parlavamo per ore?
-          Si
-          E poi? Non credi che io sia in grado di ascoltare i tuoi discorsi?
-          Ti annoi  e basta. Ho sbagliato tutto con te.
-          Non è vero. Certo, hai fatto degli errori, ma guardaci!Stiamo insieme da nove anni, chi lo avrebbe mai detto? Siamo una vera coppia seria, io ti stiro i vestiti e  finalmente ho trovato lavoro.
-          Non sono felice.
-          Neppure io, neppure io, mi mancano i nostri discorsi, non ridi più insieme a me, come mai?
-          Sei sempre a farmi sensi di colpa.
Allontano la spalla dal suo volto, ma lei si avvicina, non riesco a sopportare il peso della sua presenza. Mi trascina verso il fondo.

-          Cosa ti ho fatto? Perché dici così? Sono così sbagliata?Mi ami ancora?
Mi alzo, non riesco a sentire quella voce così disperata da credere in una relazione nella quale ormai non ridiamo più da mesi. Ho un’altra, ora glielo dico, ora le dico che il suo unico sbaglio è credermi migliore di quello che sono ed avermi sempre voluto esattamente a come lei desiderava che fossi.
-          Mi rispondi?
La sua voce ormai è alta, quando si crepa il suo sorriso ingenuo esce fuori tutta la sua fragilità in uno stridore che è insopportabile, fra qualche minuto cambierà e diventerà profonda, austera e urlante.
Non le rispondo, mi soffermo sul mio passo e gioco con le chiavi in tasca. Cammino.
Si alza di colpo, appoggia veloce il suo braccio sotto al mio e mi serra in un semi abbraccio che ha la stessa valenza della catena di un suicida che decide di gettarsi in mare.
Questo è il momento: se le sciolgo le braccia, lei mi tratterrà, se la ricambio in parte, non ne uscirò più, lascio a lei il compito di staccarsi da sola, quando non riuscirà più a trattenermi.
Cammino più veloce. I muscoli del mio braccio sono forti ed i tendini tesi, sento la differenza fra la mia pelle tesa ed il mio corpo proteso in avanti ed il suo, morbido, incredulo, persino il suo corpo è arrendevole. Potrei girarmi di colpo e darle uno schiaffo e lei rimarrebbe comunque ancorata a me, incredula, arrabbiata forse, ma incapace di andare via.
Aumento il passo, non riesce a starmi dietro.
-          Mi vuoi parlare?Rispondimi perché fai così? Vieni qui. Piantala. Non fare lo stronzo. Vieni qui e parlami.
SI getta a terra, si lascia cadere, le gambe piegate da un lato, cerca nella borsa una sigaretta. Trema. Mentre fuma le sue mani sembrano quelle di una vecchia, tremanti e sanguinanti. Ogni volta che qualcosa non rispetta i suoi piani, si mangia le mani. Piange forte e cerca di attirare la mia attenzione, ma non cedo, rimango fedele agli ordini di Ade: per avere finalmente la mia Euridice non devo voltarmi e così faccio.
Saprei descrivere ogni ruga del suo volto e gli occhi a palla che le vengono quando li strofina volutamente per crearsi un volto disperato che crei dispiacere e pena. Me la suscitava quando era ancora fragile, quando pensavo che le sue lacrime non fossero un modo per attirare l’attenzione ed avevo voglia di preoccuparmi.
Cammino e gioco con le chiavi nella mia tasca destra, sento il peso del corpo che si sposta ed improvvisamente non inarco più la schiena, ondeggio, il mio passo è ringiovanito.
Urla qualcosa di tragico, ma non si butterà in mare. No.
-          Si, eri la sola acqua in grado di bagnarmi, ma ora io tornerò alla mia vita asciutta e tu ti inventerai pioggia per un altro.
Mi infama con una voce a metà fra lo strozzato e il posseduto.
Che cosa si poteva aspettare da uno che ha chiamato ‘uomo degli abissi’ subito dopo avermi conosciuto?

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