mercoledì 21 giugno 2017

Corridoi.

Un caffè freddo e troppe sigarette, questa siepe che cresce a dismisura.
Lo spettacolo di ieri sera è andato bene, al di là di ogni mia aspettativa.
Ironico come io riesca ancora ad avere aspettative nonostante tutte le delusioni e le improvvise virate alle quali sono stata sottoposta, ma oggi non sono nell'angolo a destra, oggi mi sento a sinistra ed allora mi piace pensare di non essere sottoposta agli eventi.
Oggi sono arrivata presto, prima del mio appuntamento telematico e mi chiedo come sia possibile sentire ancora il bisogno e la voglia di essere qui nonostante il dolore che provo.
Eppure, eccomi qui.
Sistemo i cassetti, pulisco le stanze, impilo i fogli e getto via tutti i miei post it.
Ne ho tantissimi, credo sia una dipenza la mia, ma amo quei foglietti colorati che mi ricordano ciò che devo o dovrei fare, da settembre ad oggi ho scritto centinaia di post it: la scrittura veloce, altre volte lenta, sempre però impregnata di ansia da prestazione.
Oggi sono sola e rivivo il piacevole dolore che ho deciso di assaporare lentamente, giorno dopo giorno, fino alla chiusura definitiva o parziale che sia.

Mi piacerebbe una scuola aperta in estate, con corsi mirati al ripasso, corsi integrativi di storia della musica, prove di un'orchestra che non c'è, attività legate a tutte le forme di arte possibili.
Mi piacerebbe alzare lo sguardo e vedere quindici tavolini riempiti di diverse forme di attesa:
il pranzo, i compiti, il ripasso, le prove, il gioco, i messaggini, la scrittura.

Non è la mia vita e probabilmente non sarò mai inclusa in un progetto che prevede conoscenze ed esperienze che so di non avere, eppure, mi piacerebbe ancora sognare.

Un posto simile a questo e diverso.
Le lezioni al mattino, i bambini con le magliette dalle maniche corte, le entrate e le uscite continue, una sala di danza, una di teatro, una caffettiera. La caffettiera in realtà la vorrei per me, più che per gli altri.

Mi piacerebbe il colore, la magia, la musica continua, sogno i volti conosciuti alle pareti e una sala lettura/studio.

Una comune insomma, come sempre.
Mai nella vita ho imparato a distinguere il dovere dal piacere e ogni volta che il dovere mi pesava, ho imparato a ritagliarmi uno spazio di piacere.

Non è la mia vita, ma vorrei che la fosse.

Vorrei girarmi e dover salutare sei genitori e fare ricevute, vendere libri, sorridere, pulire le lavagne, sentire qualcuno correre da un'aula all'altra.

Che strana forma di perversione, il mio continuo attaccamento emotivo.

Non riesco a farlo con gli uomini, lo faccio con tutto il resto, naturalmente ed irrefrenabilmente.

Ieri mi sono venuti a trovare.
A fare delle fotocopie.
Un momento bellissimo.
Qualcuno ha detto 'sembra di essere a settembre, vi ricordate?'.
L'ho pensato anche io ed è stato un momento bellissimo.

Comunque vada, avere accanto delle presenze simili, è una gioia.
Mi sono sentita meno sola, più felice, la depressione per un'ora è sparita ed io sentivo che nonostante l'allontanamento, non si sarebbero davvero davvero allontanati.
Bello.

Non ho detto nulla, come sempre. Come glielo spieghi a due persone che il loro passaggio ti cambia la giornata?
Che fumare una sigaretta insieme ascoltando i racconti pieni di battute mentre guardo i loro occhi pieni di gioia, segna il cambiamento della mia giornata?
Beh, così immagino, dicendolo.
Ma dirlo ad alta voce, mi fa sentire ancora più triste e depressa.
Non ho quasi nulla che mi faccia sentire meno sola.

In estate dovrei avere una vita sociale, dovrei pensare a come e cosa fare, truccarmi la sera, uscire al mattino ed invece studio e sogno una scuola estiva.

Sono così patetica.

Sto scrivendo un nuovo spettacolo.
Vorrei chiedere a qualcuno se ha voglia di lavorare alle musiche, ma ho un po' di timore, ho già chiesto così tanto e così tanto a lungo...

Ieri sera qualcuno mi ha detto di continuare a scrivere perchè sono brava.
Sorrido, non la sono.
Vorrei.
Ma non è così.

Come sono finita così?

Scuola, lavoro, teatro e casa.
E sto bene.
E vorrei solo più scuola, lavoro, teatro e casa.

Mi sono innamorata di una vita che sostanzialmente è socialmente inacettabile.
E mi rende anche parecchio felice, per la maggior parte del tempo.

Poi ci sono gli attimi in cui mi chiedo dove sia finita la mia vecchia vita:
amici ovunque, amici a non finire, chiamate continue, messaggini tutto il giorno, cene, viaggi, caffè, passaggi in auto, sorrisi, incastri, contrasti, bicchieri di vino, bottiglie di birra messe in fila, cibo e giornate trascorse in cucina, trenta persone a cena, i giochi da tavolo, le risate, la condivisione continua.
Ogni sera un appuntamento, ogni fine settimana, una meta.
Non ero mai sola, mai.

Non ho scritto in questo spazio per anni, perchè ero talmente piena di vita sociale, da non avere il tempo di mettere in fila dieci parole scorrette.

Dov'è finita quella vita?
Dove sono finite quelle persone?
Sarei ancora capace?

Di viverla, intendo.

Fine giugno, si conclude l'anno scolastico e si conclude un altro anno per me, celebrato in silenzio.

Niente feste, niente cibo, niente amici, niente di niente, il silenzio.
Solo che ormai, solo questo silenzio mi sembra sincero.

I volti, i regali, le torte, le canzoni, le foto...le parole...appartengono ad una vita che so di aver vissuto, ma non ricordo.
Mi sembra di essere stata spettatrice e non attrice della mia vita.

Avevo tutto e mi sentivo costantemente vuota.
Ora non ho quasi più nulla e devo camminare piano per non traboccare, perdere l'equilibrio e riversare tutta questa vita a terra, con lividi che esaltano la lentezza.

Dove sono le amiche quotidiane che dicevano che ci sarebbero state sempre?
E le grandi compagnie?

Quantità e non qualità.

E ad oggi, non mi manca veramente più nessuno.

Se non quelli che correvano veloci in questi corridoi.

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