Così, in una delle giornate più tristi di sempre, l'orgoglio diviene un particolare ignorabile.
Venerdì mi sono ritrovata sola, completamente sola, per la prima volta:
le stanze che per nove mesi erano piene di sorrisi, persone, suoni, rumori, urla, grida, passi e respiri, completamente vuote.
Nessuno da aspettare, nessuno con cui parlare, nessuno da aiutare.
Un silenzio perpetuo.
Ho riordinato le stanze, ho svolto il mio lavoro, ho impilato fogli e diviso documenti dentro a cartelline etichettate.
Mi sono sentita sola.
Mi sono sentita crollare.
Ho sentito tutta la tensione delle ultime settimane, scivolare via, velocissima e lasciarmi senza forze, completamente vuota.
Un malumore sfociato in sbalzi di umore e depressione.
Era davvero tanto tempo che non mi sentivo così male, nulla a che vedere con la solita ansia, ho attraversato il confine del panico, quello di cui parlavo qualche giorno fa.
Il panico.
E come cercare di tenerlo a distanza di sicurezza.
Inizialmente ho fatto mente locale ed allora ho voluto dare la colpa a una serie di fattori, perché il panico non si scatena mai così, per un solo motivo.
Poi ho fatto una lista delle motivazioni:
1- stanchezza fisica
2- mancanza di sonno
3- mancanza di cibo
4- ormoni
5- tantissimi ormoni
6- i cambiamenti
7- la paura dei cambiamenti
8- l'incapacità di gestire i cambiamenti
9- l'aver trovato nella scuola una scusa per non affrontare gli scalini personali che dovrei scegliere se salire o scendere.
10- la paura nei confronti di settembre
11- la paura che settembre non ci sia
12- la paura di non aver fatto abbastanza
13- l'ansia di sentirmi sola davvero per la prima volta in un posto di lavoro emblema della collettività
14- la paura di essere sola
15- il terrore di non riuscire a stare sola proprio in un momento in cui devo essere sola e devo andare a lavorare
16- l'ansia di aver bisogno di chiedere a qualcuno di venire a farmi compagnia
17- la tristezza dovuta alla fine
18- la conclusione di un anno bellissimo da prendere come parametro per quelli a venire.
19- rendersi conto di non aver concluso nulla
20- il mio compleanno
Mi sono fumata una sigaretta, ho chiuso tutte le aule a chiave, ho impilato i panchetti dei bambini, ordinato i topolini...
...ho sofferto profondamente per tutto il santo giorno.
La conclusione dell'anno è stata splendida e davvero, non sarei riuscita ad immaginare un anno migliore, eppure, sono in crisi totale.
Mentre camminavo, mi è venuto in mente il primo periodo di lavoro:
gente che passava e veniva, ero legittimata ad essere incapace, c'era sempre qualcuno pronto a chiacchierare ed amici ed amiche curiosi di vedere la nuova realtà che mi spaventava ed appassionava.
Gli insegnanti passavano molte più ore del dovuto, qualcuno è venuto semplicemente a conoscermi.
Il periodo delle telefonate continue e della confusione su nomi che non avevano volti e volti che mi avrebbero dovuto ricordare qualcosa che non ricordavo.
Le finestre sempre aperte con la luce del sole.
Le continue iscrizioni e le informazioni e le conoscenze.
La sera in cui sono corsa via veloce per andare a registrare le letture.
I saluti, le presentazioni e la sensazione del completo divenire degli eventi.
Le corse al Bricco per comprare il primo martello della mia vita ed i chiodi.
Mio nonno e la sua precisione, mio padre che è venuto ad aiutarmi.
I quadri appesi.
L'ansia della pitturazione ed il blu che non è il blu adatto.
La prima festività, trascorsa lì.
La festa del 31 ottobre con le caramelle e le zucche, mi sembra una cosa così vicina, ricordo di essere stata al supermercato ed aver comprato vagonate di dolcini. I cappelli da streghe.
L'odio verso la siepe.
I martedì vuoti, che colmavo con moduli e precisione.
Il primo freddo e le giacche appese ovunque.
L'angolo dove abbiamo messo l'albero di Natale con tutti i bigliettini contenenti i desideri dei bambini, bigliettini disegnati e decorati durante un mio sabato sera, in una casa che non era ancora la mia.
L'organizzazione di una giornata di storia della musica.
Lo scambio dei regali, io che corro per Sarzana con un enorme pacco pieno di cibo che poi in realtà si è rivelato veleno con un senso di colpa assurdo.
La lampada che ho nell'entrata, la penna che ho usato per firmare i primi documenti da adulta, il vino.
Le feste in cui mi sono mancate le regolarità.
Il ritorno, l'affanno, i mille problemi che mi fanno sentire davvero attiva ed i bambini che raccontano le loro feste.
Il carnevale.
Il primo caldo e le giacche dimenticate e poi recuperate.
Le mille bacchette perse e ritrovate.
I libri che nessuno trova mai.
Le liti con il pos.
Ancora l'odio per la siepe.
I sabati passati a riordinare la scrivania.
Il pianoforte che mi piaceva, i violini impilati, il termosifone con la manopola in alto, la serranda sempre rotta.
Il martedì che ha iniziato a prendere suono.
Le feste, i saggi, i genitori riuniti, i primi discorsi imbarazzanti, le liste attaccate alle porte, i bambini in ansia, il vociare continuo.
La gioia nell'aver trovato una sala per il saggio finale, i genitori che nel corso del tempo sono diventati familiari, appuntamenti settimanali.
Il pullman, io che mi arrabbio, le mie sfuriate, le chiamate al mattino.
I moduli da firmare, da firmare, da firmare.
Le lotte con lo scanner.
Le lotte con la fotocopiatrice.
La scatola di carta che mi ha regalato mio padre.
Spostare i mobili.
Le persone.
Ecco, mi è mancato tutto questo.
A settembre sarà tutto diverso.
E il cambiamento mi manda in ansia, come la solitudine, come il rendermi conto davvero che difficilmente potrà essere un anno migliore di quello trascorso.
Ho avuto un crollo.
Avrei voluto chiamare qualcuno e non sentirmi sola, avrei voluto vedere un viso attorno, una voce, uno scambio, ma è normale che non ci sia stato, devo abituarmici.
Solo un fatto di abitudine.
Per me quelle stanze, erano casa ed erano famiglia.
Mi sono buttata totalmente in quella casa ed in quella famiglia, senza consapevolezza, come sempre.
Mi ci sono nascosta ed è stato un bene, ma forse poi, è stato un male.
Un alibi.
Si, è stato il mio alibi ogni volta che non volevo uscire, non volevo pensare alla mia vita sociale e sentimentale.
Un bellissimo alibi.
Lo sarebbe stato per tutti.
Era impossibile non innamorarsi ed io l'ho fatto perdutamente.
La mia nuova, grande, storia d'amore.
Non ho amato qualcuno, ma qualcosa: quel posto, quelle persone, quelle anime, quelle vocine, quegli occhietti.
Tutto l'ambiente.
Sono perdutamente innamorata e come ogni volta, mi sento fottuta.
Le mezze misure mai eh?
Così, venerdì, è stato naturale alzare il telefono e in un attimo, superare tutto, chiamando la persona che avrebbe saputo calmarmi.
"-Ciao, sei ancora incazzato con me?
- Ti ho pensata molto in questi giorni, sarei passato io da scuola."
E in un attimo, il mio amico procione, era di nuovo lì, con me.
Lui che mi è stato accanto per tutta l'estate facendo il tifo per me, lui che è stato al Bricco circa trenta volte per controllare i chiodini giusti, lui che avrebbe voluto cambiare tutti i mobili con nuovi mobili ikea dai nomi improbabili, lui che arrivava a chiudermi il termosifone e a riparare la tapparella alla quale non riuscivo ad arrivare. Che mi ha montato le lampade ikea ed aiutato a cercare le lampadine online, lui che rompeva le palle con la siepe ed è stato il mio supporto ogni volta che ho avuto dubbi su me stessa, sulle mie capacità e sulla persona che sono.
'è un insieme di cose Penelope, passa tutto, sei più forte del panico'
Ed è subito pace.
Si litiga solo con chi si vuole fare pace.
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