Il suo braccio accanto al mio, il leggero strofinio di una
pelle che conosco centimetro per centimetro, provo ad occhi chiusi a
ricostruire la mappa dei suoi nei, ma mi fermo. Sono assalito dalla
consapevolezza che sia giunto il momento di parlarle e dirle tutto. Negli
ultimi mesi ero qui e non c’ero già più, da molto. Alle sue domande ho sempre
risposto cambiando argomento e dando la colpa al tempo, al lavoro, alla
stanchezza, agli impegni, ci ha voluto credere. Dorme ancora e non sa che oggi
sarà l’ultima mattina che si sveglierà convinta di avermi accanto.
Siamo al mare, dove la portavo sempre a guardare il
tramonto, mi sono fatto coraggio ed ho deciso di portarla qui. Parla, parla
tantissimo. Amavo le sue parole, desideravo la sua voce e mi sono lasciato cullare
dall’incastro perfetto di terminologie desuete fino al punto di focalizzarmi
sulla sua gestualità ritmica ed incosapevole. Oggi, non riesco a sopportare le
sue mani, quelle che volano in aria senza fermarsi mai. L’ha fermata sulla mia
spalla, proprio ora ed io non riesco a non irrigidirmi. Sto cercando di non
guardarla, cerco di focalizzarmi su un punto davanti a me dove il mare è più
profondo ed il blu assomiglia a quello del cielo in tempesta. Mi impongo di non
voltarmi, come Orfeo.
-
Ricordi? Quella volta che sei venuto a prendermi
al lavoro ed abbiamo fatto il bagno in mare, proprio qui vicino, non avevamo
gli asciugamani e tu mi ha detto che non importava. Che ‘io ero l’unica acqua
in grado di bagnarti davvero’.
-
Non ricordo.
Mento. Getta di colpo un braccio sulle sue
gambe, delusa ancora una volta dalla mia risposta. So cosa vorrebbe sentirsi
dire, ma non posso dirlo. So cosa si aspetta da me, ma questa non potrò andare
contro me stesso per vederla sorridere, ora che il suo sorriso non è più causa
del mio.
Ricordo perfettamente di essere uscito di
corsa dal lavoro lasciando fogli sulla scrivania e rimandando le telefonate,
era bellissima mentre usciva dall’acqua e in un istante ho davvero pensato che
lei fosse l’unica acqua in grado di bagnarmi. In un istante, per quell’istante.
Un attimo dopo, era già tutto finito.
-
Ma come fai a non ricordarlo? Abbiamo avuto il
raffreddore per settimane! Avevi la voce rocca ed eri insopportabile, a letto,
per un raffreddore…
-
Stavo male.
-
Si vabbè, stavi male, anche io stavo male eppure
mi prendevo cura di te.
Un’altra delle sue critiche, non le
sopporto più. Volta la testa verso di me, cerca un contatto fisico, mi sfiora
il volto, provo ribrezzo. Mi sento continuamente sminuito da questo suo modo di
fare. Ecco, ora parla della sera in cui ha camminato scalza lungo la strada del
ritorno mentre suo padre chiamava e noi avevamo fatto le sei del mattino. Una
bella sera, mi piacevano le sue complicazioni e quella visione buffa del mondo
che alla lunga porta allo sfinimento . Unicorni e colore, sono una ventata di
novità a trent’anni, ma ora, sono solo limiti e frustrazione.
Ora mi giro e le dico tutto.
-
Perché non parli? Ti ricordi quando parlavamo
per ore?
-
Si
-
E poi? Non credi che io sia in grado di
ascoltare i tuoi discorsi?
-
Ti annoi
e basta. Ho sbagliato tutto con te.
-
Non è vero. Certo, hai fatto degli errori, ma
guardaci!Stiamo insieme da nove anni, chi lo avrebbe mai detto? Siamo una vera
coppia seria, io ti stiro i vestiti e
finalmente ho trovato lavoro.
-
Non sono felice.
-
Neppure io, neppure io, mi mancano i nostri
discorsi, non ridi più insieme a me, come mai?
-
Sei sempre a farmi sensi di colpa.
Allontano la spalla dal suo volto, ma lei
si avvicina, non riesco a sopportare il peso della sua presenza. Mi trascina
verso il fondo.
-
Cosa ti ho fatto? Perché dici così? Sono così
sbagliata?Mi ami ancora?
Mi alzo, non riesco a sentire quella voce così disperata da
credere in una relazione nella quale ormai non ridiamo più da mesi. Ho un’altra,
ora glielo dico, ora le dico che il suo unico sbaglio è credermi migliore di
quello che sono ed avermi sempre voluto esattamente a come lei desiderava che
fossi.
-
Mi rispondi?
La sua voce ormai è alta, quando si crepa
il suo sorriso ingenuo esce fuori tutta la sua fragilità in uno stridore che è
insopportabile, fra qualche minuto cambierà e diventerà profonda, austera e
urlante.
Non le rispondo, mi soffermo sul mio passo
e gioco con le chiavi in tasca. Cammino.
Si alza di colpo, appoggia veloce il suo
braccio sotto al mio e mi serra in un semi abbraccio che ha la stessa valenza
della catena di un suicida che decide di gettarsi in mare.
Questo è il momento: se le sciolgo le
braccia, lei mi tratterrà, se la ricambio in parte, non ne uscirò più, lascio a
lei il compito di staccarsi da sola, quando non riuscirà più a trattenermi.
Cammino più veloce. I muscoli del mio
braccio sono forti ed i tendini tesi, sento la differenza fra la mia pelle tesa
ed il mio corpo proteso in avanti ed il suo, morbido, incredulo, persino il suo
corpo è arrendevole. Potrei girarmi di colpo e darle uno schiaffo e lei
rimarrebbe comunque ancorata a me, incredula, arrabbiata forse, ma incapace di
andare via.
Aumento il passo, non riesce a starmi
dietro.
-
Mi vuoi parlare?Rispondimi perché fai così?
Vieni qui. Piantala. Non fare lo stronzo. Vieni qui e parlami.
SI getta a terra, si lascia cadere, le gambe piegate da un
lato, cerca nella borsa una sigaretta. Trema. Mentre fuma le sue mani sembrano
quelle di una vecchia, tremanti e sanguinanti. Ogni volta che qualcosa non
rispetta i suoi piani, si mangia le mani. Piange forte e cerca di attirare la
mia attenzione, ma non cedo, rimango fedele agli ordini di Ade: per avere
finalmente la mia Euridice non devo voltarmi e così faccio.
Saprei descrivere ogni ruga del suo volto e gli occhi a
palla che le vengono quando li strofina volutamente per crearsi un volto
disperato che crei dispiacere e pena. Me la suscitava quando era ancora
fragile, quando pensavo che le sue lacrime non fossero un modo per attirare l’attenzione
ed avevo voglia di preoccuparmi.
Cammino e gioco con le chiavi nella mia tasca destra, sento
il peso del corpo che si sposta ed improvvisamente non inarco più la schiena,
ondeggio, il mio passo è ringiovanito.
Urla qualcosa di tragico, ma non si butterà in mare. No.
-
Si, eri la sola acqua in grado di bagnarmi, ma
ora io tornerò alla mia vita asciutta e tu ti inventerai pioggia per un altro.
Mi infama con una voce a metà fra lo
strozzato e il posseduto.
Che cosa si poteva aspettare da uno che ha
chiamato ‘uomo degli abissi’ subito dopo avermi conosciuto?