venerdì 28 aprile 2017

Pace.

Un risveglio doloroso ed infelice.
Ho sentito il citofono suonare e non sono stata in grado di alzarmi.
Immobile, con gli occhi spalancati.

Il gatto, il telefono che vibrava.
Avevo un disperato bisogno di silenzio.

Pesantezza.

Ho ricercato la leggerezza nell'acqua bollente.
Un sollievo delicato che mi ha fatto crollare la pressione.

Il gatto mi fissava mentre trattenevo il respiro ad occhi chiusi, preoccupato.
Mentre facevo mio tutto il calore della vasca, senza pensieri che non fossero legati alla sensazione di calma dell'essere ricoperta dall'acqua.

Ho fatto fatica ad uscirne, ma dovevo farlo ed io sono sempre così razionale da poter discernere le cose che devo da quelle che posso.

Non ho risposto al telefono, continuava con quella canzoncina insulsa, senza sosta, avrei voluto lanciarlo e frantumarlo.
Non l'ho fatto.
Dovrò pagare una bolletta dell'acqua dalle cifre assurde, non posso permettermi un nuovo telefono non preventivato.

Nell'acqua calda sto bene, non ho freddo.


Questo freddo che non riesco a levarmi da dentro, come se fossi ricoperta di neve, è il freddo che brucia, non quello che infastidisce, è il freddo che taglia.

Sono seduta qui, le gambe quasi incrociate, una felpa, un maglione e questo senso di gelo.

Sorrido, mi copro le mani, orrende, rido.

Passa.

martedì 25 aprile 2017

Circostanze.

Tutto ha un prezzo,
anche la libertà.

Lo scrivo annuendo, una sigaretta nella destra, la luce della cappa accesa, 'fly me to the moon' in sottofondo.
Il cane dei vicini abbaia,
ha proprio dei pessimi gusti musicali.

Un ultimo sorso di caffè e latte di riso, per poter lavare la caffettiera gialla.

"In altre parole, ti amo." E la ripetizione casuale ricade su quel qualcosa che hai nei tuoi occhi o nel tuo sorriso...

Scene démodé vissute con una maschera per il viso da risciacquare entro dieci minuti, prima che mi porti via l'epidermide, la piastra accesa che si riscalda e la zuppa di verza che ho responsabilmente preparato per domani sera, quando non avrò voglia di cucinare.

Dietro a quella parete però, non c'è Banderas che mi sorveglia, non sono Vera e il pensiero di
"La pelle che abito" mi inquieta.

Eravamo andati a vederlo al cinema, io ed Ulisse, tradendo P. con la quale avrei dovuto vedere tutta la filmografia di Almodovar, ma con la quale non sono mai riuscita a finire di vedere un film.
Due estati fa, ci siamo addormentate su Atame, forse colpa del sonno, forse colpa di quel vino rosso che beviamo ogni volta che ci incontriamo, per sentirci più libere o per ridere di quelle cose che ci hanno sempre fatto piangere.

"Investire su una storia precaria, è un fallimento su carta".
Investire.
Storia precaria.
Su carta.

Tecnicismi che fanno tremare il cuore.

Tolgo Frank Sinatra.
Meglio prevenire.
Che curare.

O forse qualche volta dovremmo semplicemente fregarcene di quello che sarebbe meglio,
non siamo nati puffi quattrocchi, siamo nati fallibili ed io ho una lista di fallimenti difficile da battere.

Più lunga della lista della spesa di una famiglia di nove persone.

L'altra sera, con E., mi sono completamente scordata di tutto ed ho riso, cantato, ballato, mi sono sentita libera di fallire e di sorridere di tutte le sciocchezze che abbiamo sempre combinato, sostenendoci sempre e difendendoci davanti al mondo intero, salvo poi insultarci in privato.

Fra un mese scadranno i miei massaggi anticellulite.
Ed io li lascio scadere, come ricordo.
Mi piacciono così tanto i ricordi tormentati, che posso farci?
Certo, ora che non fanno più male, li colleziono con affetto e come promemoria.

Tunnel of love.
Capolavoro.
Per me.
Ultimamente sono circondata da estimatori e critici che hanno le loro ragioni e la loro cultura.
Io non ce l'ho.
Ogni tanto cerco di imparare, ma ci sono cose che non mi appartengono e quando qualcosa mi è così lontano, diventa vicino solo ciò che mi fa vibrare il cuore.
Come questa cavolo di chitarra meravigliosa che mi fa venire i brividi.

Domani mattina spremuta, sto diventando dipendente dagli agrumi.
E dal senso di calma che non mi è mai appartenuto ed ora, è così naturale.

Sto ridefinendo i limiti.
Sto cambiando le circostanze.
Sto attraversando il torrente, saltellando sui sassi bagnati.
Ho la sensazione di scivolare da un momento all'altro.
Levo le scarpe.
Se devo farmi male, voglio sentirlo tutto questo dolore.
E poi, sarà un nuovo ricordo affettuoso, da inserire nella collezione.C



lunedì 24 aprile 2017

Acqua dolce.

Esattamente un anno fa correvo, bagnata, quattro metri circa indietro ad Ulisse.

Mia suocera, o meglio, la donna che Ulisse aveva scelto per madre ed io avevo scelto come surrogato, mi copriva, con il suo ombrello ed una dose infinita di protezione.

Tornammo a casa, in silenzio.

Il mio unico ricordo, i jeans attaccati alle gambe, pesanti, freddi, ingombranti ed irritanti.

Un anno fa, sarei dovuta essere in piazza anche io, a leggere parole di ricordo ed onore davanti al mare.
Saltò tutto all'ultimo momento e fino al mese scorso, avevo ancora un tessuto rosso fra gli scatoloni, ricordo di un'incompiutezza.

Chissà se Ulisse sarebbe venuto ad ascoltarmi, chissà se tu, saresti venuto. Io andai ad ascoltare lui, che non parlò, e parlai di te.

Ricordo perfettamente cosa dissi di te,
ma non ricordo il resto della mia serata.
Assurdo, eh?

Anche il cotone bagnato ti si appiccica al corpo e crea un fastidio leggero e perpetuo.


Solo la seta non mi disturba.

Non vedo l'ora che arrivi giugno per chiudere questo cerchio di cattive circostanze che si ripropongono tramite 'l'accadde oggi' o 'le amicizie in comune'.

Basta.

Ulisse, io gli abiti addosso li tollero solo se asciutti, nessuna onda, nessuna lacrima, nessuno schizzo.
Ci vuole poco a cambiarmi.
Sono solo abiti, è solo pelle.




domenica 23 aprile 2017

Frivolezze.

Amo i miei capelli.
Li ho scalati ed oggi li posso lasciare al naturale, una serie di onde ingestibili.
Ho sempre amato la sensazione che si prova quando si è totalmente immersi nell'acqua: il corpo non ha più peso, i capelli diventano impalpabili e se chiudi gli occhi, riesci a sentire l'infinito silenzio del mare, il calore del sole, una sorta di stato naturale dal quale non vorrei mai uscire.

La mia storia d'amore con l'acqua bollente è nota a tutti, soprattutto al signor acam.

Fra poco dovrò andare a dormire, domani mattina dovrò alzarmi presto e fare tutta una serie di cose che oggi mi sono limitata a non fare.

La nottata di ieri mi ha debilitata, bella, diversa, folle, ma insostenibile.

Credo che il sentimento per me non sia legato tanto a ciò che io provo, ma a quello che l'altra persona riesce a farmi provare. Quasi sempre è un sentimento che potrebbe essere definito 'riflessivo', perché amo qualcuno quando amo come mi fa sentire.
Egocentrica anche a livello emotivo ed estremo.

Credo che il problema sia questo.

Credo poi, che non possa farci assolutamente nulla.

Nelle giornate casalinghe, mi ritrovo a lavare ed asciugare i piatti, tutto il giorno.
Lavatrici, piatti, pavimenti. Uno sguardo a qualche nuova ricetta. Ho due stanze da finire.
Non sono arrivati i mobili, dovrò attendere.

Non vedo l'ora di aver finito tutto, da un lato.
Non voglio finire, dall'altro.

Ho rivestito una scatola con un motivo a giugliucci, incorniciato una foto di L, spostato alcuni libri.
Vorrei trovare la voglia di dedicarmi alle cose che ho sempre fatto con gioia e piacere, ma adesso che sarebbe il caso di averne voglia, non ne ho più.

Mi fa malissimo la schiena.
Ma amo i miei capelli.


E tu, continui a farmi sentire così.
Ed io, non posso farci nulla.

sabato 22 aprile 2017

Piccolo uomo.

A te, piccolo uomo.

Quando scrivo di uomini, in questo piccolo spazio personale, scrivo di uomini che vanno e che vengono, senza punti fermi, senza una stabilità, senza che l'affetto li leghi realmente a me.
Possono rimanere più o meno nella mia vita, qualcuno può rimanere sulla mia pelle o nei miei ricordi, ma quasi nessuno rimarrà nella mia persona.

Tu, piccolo uomo, ci sarai per sempre, perché tu, mi hai cambiato la vita senza saperlo.

"Tata vai anche tu a letto?"

"Si, certo"
"A casa tua, dal tuo cane?"
"Si..."

Poi mi chiami disperato, arrivo di corsa e mi rimproveri:

"Tata Susina vai a fare la nanna dal tuo cane che piange"

Sei così piccolo e così intelligente e pieno di intuito, mi commuovi, riesci a commuovermi anche mentre fai i capricci perché non vuoi addormentarti e mi dici
"Non la voglio la tata perché sparisce!"

Sapendo benissimo che dopo una frase del genere non posso che rimanere seduta affianco al tuo lettino, fino a quando il respiro pieno di entusiasmo, non diviene sempre più calmo ed inizi a dormire.
Chissà cosa sogni piccolo uomo.

Qualche volta mi hai raccontato i tuoi sogni, quando la tua vita era ancora fatta di biscotti e delle tue sorelle, quando le parole erano ancora intuibili, ma non certe.

Oggi mi parli con tutte queste nuove parole, usi termini da bimbo grande ed io rimango allibita nel guardare il cucciolo d'uomo che sei.

Fare la tata ed essere tata sono due cose diverse e con te, ho scoperto di esserla.

Quando fai la tata sai che devi mantenere la linea dettata dal genitore anche quando non la condividi, sai che devi avere orari precisi, tabella delle allergie, l'allegria o il rigore e sai di dover rimanere seria anche quando è difficile.

Con te sono stata fortunata fin dall'inizio, ho trovato due genitori pieni di amore e di valori, seguire una linea fatta di dolcezza, regole, serenità, è sempre stato un piacere.

Il tono della voce, è tutto.
Un tono che ho imparato e che mai dimenticherò.

Il tono che mi ha salvata quando la prima notte passata insieme tua sorella non ha chiuso il cancello e il cane ha fatto partire l'allarme e tu mi guardavi con il musino impaurito.
Se avessi potuto mi sarei presa a calci da sola, perché quel musino non lo avrei mai voluto vedere.

Quella sera avevo chiamato Ulisse per farmi rassicurare "Sono cose che capitano!" ed io con la paura di non svegliarmi e il bisogno di saperti sereno.

Alla fine è andato tutto bene e il tuo visino era quello di un bambino sereno.
Abbiamo imparato ad avere le nostre dinamiche, ce le siamo create.
Siamo stati bravi. Tu di più.

Quella sera forse mi sono accorta che stavo bene, anche da sola.
Il fatto di avervi gestiti, pranzo, cena, notte, allarme a parte, mi ha fatta sentire competente.
Ricordo tutto, i discorsi con tua sorella e i telefilm, chi veste la sposa ed i matrimoni napoletani.
Non ricordo assolutamente di essere tornata a casa mia, o almeno a quella che chiamavo casa.
Non ho ricordi, so che mi mancava il mio cane, ma non saprei dirti chi ci fosse al mio ritorno o cosa abbia fatto.
Forse era la sera in cui ho trovato il piumone distrutto e nonostante tutto mi sono messa a riempire i sacchi con pazienza.
Forse no, era troppo tardi, era già buio quella volta.
Non ho ricordi felici di quel periodo, solo la telefonata, conclusa in fretta, senza tenerezza.

Mi sei servito anche a questo, pensa te, quanto un bimbino così piccolo possa cambiarti la vita.

Dovevo vestirmi, alzarmi, venire da te e tutto aveva un senso, il dovere.
Mi sono truccata da gatto, da topo, ho portato palloncini e cartoline magnetiche, in poco tempo, sono finita a pensare a te anche quando ero in giro.

Mi hai aiutata.
Mi ha aiutato essere la tua tata.
Economicamente e psicologicamente.

Tu non lo saprai mai quanto i tuoi sorrisi mi fossero di conforto durante le chiamate, fra i tuoi giochi, le camminate, mentre dovevamo decidere della vita di un altro.

Ricordo una mattina, una chiamata con la mia migliore amica, mentre tu mi preparavi il caffè con i tuoi giochi.
Non usavo mai il telefono in tua presenza, ma quella mattina avevo bisogno di sentirmi dire che sarebbe andato tutto bene.

Ero ancora a Itaca, luogo del quale non ho ricordi, se non i parcheggi che ho imparato a fare proprio prima di dovermene andare.
Ero sola e non lo sapevo, ma pensavo al singolare, forse per salvarmi.

Sai, piccolo uomo, a me i ricordi piacciono, i Ricordi...che parola prorompente nella mia vita ed importante.
Ed io non ne ho più.

Ricordo tua mamma, nei giorni in cui non avevo una casa.
E ricordo te, che con quella manina mi hai dato un motivo per truccarmi, sorridere e sentire che il mondo continua a girare, anche quando tu sei in crisi.
Il senso della vita era nei tuoi occhi e nulla era abbastanza importante da farmi perdere la voglia di vivere.

Tu non le sai queste cose ed io non te le dirò mai, ma so che le hai sentite.

Un bambino.
Mai usare questo termine in maniera riduttiva, in te c'era e c'è l'universo.

Un bambino.
E poi un altro bambino, quello che c'è e non c'è nella mia vita e mi fa chiedere e domandare quale sia la cosa giusta, quanto sia il mio egoismo, quanto e come si possa sbagliare e fino a che punto la mia felicità sia più importante di quella di un piccolo essere.

Sai, tu sei felice, si vede nel tuo sguardo.

Ieri qualcuno mi ha fatto riflettere su come quando si mette al mondo un figlio tutto cambi.
Io non lo so.
Non sono madre, sono tata, la tua.

Non mi sento madre ed è giusto così.

Sabato scorso parlavo con il mio avvocato di fiducia e mi diceva che ritornare alla vita normale, dopo una separazione ed una figlia, è difficile, si ha sempre paura che i non genitori non capiscano che il proprio figlio sia la priorità.
Lui è un buon padre, ma si merita anche l'amore di una donna.
Gli ho risposto di slancio che se si ama una persona, si amano anche i suoi figli, come prolungamento della persona stessa e venire al secondo posto, è già una vittoria.
Se invece si tratta di una storia, beh, in quel caso l'impegno non ha una natura specifica: si può dare buca per una partita, un amico o per la propria volontà genitoriale.
Mi ha ringraziata.
Ma io in questa cosa ci credo davvero.

Certo.
Venire sempre dopo un figlio, non è drammatico, qualche volta è difficile, ma è giusto.
Il problema di solito è l'altro genitore, quello che ti odia comunque e qualunque cosa tu faccia.

Mia madre dice che io sono particolarmente portata per una famiglia allargata, tenderei alla conciliazione continua e si vede costretta a Natali e compleanni con innumerevoli schiere di parenti, non miei.

Non lo so.
Non è facile spiegare ad una madre che nel tuo futuro ti vedi sola.
Mi vedo così, però, senza nessuno accanto.

Nella mia biblioteca non c'è spazio per i libri di un altro, non sono più disposta a marchiare i miei con un timbro a forma di gatto, anche perché ho capito che i libri spariscono comunque.
Non voglio vivere dovendo marchiare le mie pagine con il dubbio di dover dividere sempre e comunque il mio dal suo.
Piccolo uomo, pensa a quante cose avevo già dentro mentre ti conoscevo, con le mie all stars viola ed un piumino blu che ormai è distrutto dai morsi del mio cane.
Pensa a quando sia cambiata in questi anni ed io penso a quanto tu sia cresciuto.

Certo, ogni tanto vorrei chiamare una voce sicura che io stia facendo qualcosa di giusto, ma non ho nessuno che sia ancora in grado di crederlo e nemmeno io in realtà ne ho certezza.

Quante cose ho sbagliato, a partire dalla volta in cui mi è scappato il tuo cane.
Tanto facile relazionarmi con te, tanto difficile farlo con lui.

Credo che la maggior parte delle volte tu sia stato ubbidiente con me per paura di farmi scoppiare in lacrime.

E poi, quella volta in cui preso dall'idea del pranzo, hai sbattuto la testa ed io ho chiamato disperata il nostro pediatra e tu, così coraggioso, da non versare una lacrima e chiedermi solo la pappa.
Certo, ci hai marciato sopra chiedendomi dei biscotti, ma trovavo e trovo che tutto sommato sia stato legittimo.

Ora vuoi la ninna nanna, prima le mie storie sugli asini ti bastavano, ma oggi mi hai detto "brava tata così si canta la ninna nanna" e sei stato meraviglioso, come sempre.
Le nostre cantate in inglese, gli urletti continui ed i balletti sul tappeto, scalzi.
Io, che canto malissimo e sono stonata e tu, che ti divertivi così tanto da non volermi far smettere.

E la volta in cui mi hai fatto prendere un colpo, chiamandomi, urlando e facendomi BA non appena sono accorsa nella tua cameretta.
Avrei voluto farti promettere di non farlo MAAAIII Più, ma sono scoppiata a ridere, quando mi sono resa conto che non mi era scoppiato il cuore.

Mai più. Come la volta che ti ho trovato intento a degustare un pastello verde e il tuo viso di angelo sembrava quello di un piccolo alieno.
Ringrazio il cielo che non fosse tossico, ancora oggi.
Mio piccolo omino verde.

Mi fai il verso e sei la mia versione migliore, con quei dentini meravigliosi e le fossette del tuo sorriso.

Pensando a te ho iniziato a scrivere un libro per bambini, perché se le mie storie sono passate al tuo severo giudizio, forse, avrebbero potuto far ridere anche altri cuccioli.

Forse no.
Ma la prima copia è tua.
Così quando sarai grande e autonomo e ti sarai dimenticato il mio nome, potrai sempre ricordarti della tata pazza che ti faceva ballare in giardino.

Nel giardino in cui ho scritto il mio ultimo spettacolo, mentre dormivi.
Stavo diventando ufficialmente sola, indossavo il mio vestito scamiciato ed avevo questo pc.
Le tende volavano ed io fumavo senza sosta perché erano giorni in cui il mio corpo mi chiedeva acqua e nicotina. E pazienza. E forza.

Tu sei stato parte di quella forza, tutta la tua famiglia la è stata.
Se non ho perso il senno era perché sapevo che dovevo essere responsabile e lucida e non potevo crogiolarmi in un dolore che effettivamente non c'era già più, prima di doverci essere.

Sai, il dolore è strano.
Ci sono volte in cui lo porti così tanto dentro da non riuscire a farlo scoppiare.
Si limita a volar via e a sgonfiarsi da solo, come quel gioco con i palloncini che ci faceva ridere, ma rimanendo in un angolo, vuoto, usurato, a ricoprirsi di polvere.

Poi ci sono altri dolori, quelli che sono meno evidenti, quelli dei quali non si può parlare e quando scegli di parlarne comunque, succede un bel casino e tu sei proprio il centro e la voce di quel casino.

La tua tata è bravissima a prendersi le sue responsabilità e anche quelle degli altri, perché tanto, se sei in grado di prenderti le colpe, finirai sempre per prenderti anche quelle che non ti appartengono, quasi per sfida o per un senso di superiorità innato che fondamentalmente mi appartiene, pur essendo piuttosto ironico.
Però penso che sia giusto accettarsi per come siamo, migliorarsi, sicuramente, ma poter ridere del nostro superIo.

Caro piccolo uomo, sono il centro e l'origine di questa tempesta, dalla quale non so se voglio uscire, ma nella quale lottare, è proprio difficile.

Quando parlo con le mamme, mi trovo a dire "il mio bambino fa questo, questo e questo", mi chiedono come faccia ad avere un figlio cosi grande alla mia età.
Questo perché sembro effettivamente molto molto giovane, e non me ne dispiaccio, e perché quando parlo di te, divento una deficiente.
Si, ogni tanto anche le tate dicono parolacce.
Oggi mi sono accorta che il termine 'pupù' è surclassato.
Grazie per farmi sentire una tata sciocca ogni tanto.
Mi piace, mi fa vedere quanto sei grande e sveglio e vispo.

Eri così piccolo, con i tuoi boccoli ed ora sei in grado di dirmi cosa io possa o non possa fare.
Ti hanno cresciuto bene e fare la tua tata è stata un'esperienza meravigliosa.

Ieri al lavoro mi hanno portato i tuoi saluti.
Poi è successo un dramma e allora guardandomi attorno ho detto "Ecco perché amo fare la tata susina".
- Quel bambino ti vuole bene.
Mi hanno risposto.

Si, tu si, altri bambini no, sembra che io abbia il potere di farli piangere con la mia sola presenza.
Ma è giusto così.
Dentro di voi avete un universo, ognuno è diverso e grandioso e in continuo cambiamento.
Io so solo che dentro di te, c'è un universo splendido.
E sento di doverti ringraziare, per avermi resa partecipe del capolavoro che sei.

Grazie piccolo uomo.

La tua, per sempre, Tata Susina.





E se Penelope, non tornasse?

Sabato mattina, mi sveglio con il rumore della tv rimasta accesa da ieri sera e il mio buongiorno è segnato da Benedetta Parodi che sorride cucinando non so quale parte di non so quale animale.
Cosa avrà da sorridere maneggiando qualcosa che era vivo ed ora non lo è più?

Il gatto mi calpesta e si sdraia sulla mia schiena, è insistente, invadente e tremendamente egocentrico.
Chiunque varchi la soglia, si ritrova obbligato a coccolarlo, mi chiedono se gliel'ho insegnato io, ma credo ci sia anche un fattore naturale di indole.

Ho già bevuto un bicchiere di caffè svuotando la mia nuova caffettiera gialla, da sei persone, ma ancora non mi sento sveglia. So che dovrei prepararmi al volo, ma le mamme continuano a chiamarmi per sapere se lunedì facciamo ponte. No, non lo facciamo.

Ho appeso tre calendari, uno arriva con l'iscrizione, tendo a ribadire i giorni di chiusura allo sfinimento, ma qualche volta non basta.

Fra poco la tata susina entra in azione e poi di corsa diventerò nuovamente io, con una delle mie migliori amiche accanto, dalla voce sempre presente, dal consiglio pronto, ma che mi manca sempre.

Condividiamo un tatuaggio e un numero indefinito di disagi mentali, serie tv, uomini sbagliati e prospettive poco probabili.

Mi chiedo che madre sarei stata io, se i tre giorni lontani da un figlio siano sofferenza per il figlio o per il genitore. Rifletto su un giudizio morale.
I separati esistono, così come esistono bambini che gioiscono quando comprendono che la sofferenza di un genitore sarebbe stata legata alla loro presenza. Sono fondamentalmente convinta che sia meglio avere i genitori separati che infelici.
Poi mi domando quanto della mia esperienza personale e della mia infelicità possa essere legata a dei cedimenti.

Mi sono accorta che i rapporti stabili non sono così stabili a sette anni e mi porto dentro il dubbio.
Non so se sia per questo che non riesca a trovare disdicevole un concetto di coppia che non sia per forza legato.
Per indole, forse la stessa del mio gatto, sono fedele e ricerco in una sola persona tutto quello che desidero, ma così facendo, ho sempre sottoposto gli altri ad uno stress emotivo altissimo, che crea sofferenza e senso di inadeguatezza.

Mi aspetto totale comprensione ed apertura, senza una mia effettiva esposizione diretta.

Sarei stata una madre ansiosa ed opprimente, si, sicuramente.
Una di quelle che trasmette le proprie insicurezze .
Non sarei stata pronta, non sarei stata in grado, sono un'egoista.

Guardo il mio cane e penso di aver sospinto su di lui tutti i lati che nascondo più o meno bene, dentro di me.

La paura, le ansie, la timidezza, la voglia di essere scusata perennemente.

Ieri la cassiera della banca mi ha chiesto se ero io quella sul giornale, come fosse la vita da attrice.
E che cosa ne posso sapere io, che attrice non la sono?
Ci provo, a tratti.
Oppure, in quei pochi istanti smetto di fingere e sono vera.

Maschere, contromaschere.

So chi sono, so cosa voglio, so chi ho scelto e neppure la paura del rifiuto mi frena.
Solo, che tutto questo non mi piace.

E se Penelope rimanesse sulla sua isola, lontana da tutti?
Se preferisse stare nascosta nel riflesso di una finestra accostata, senza che la luce le oscuri la vista?
Se fra la passione e il dolore, scegliesse un'astinenza?
O forse, semplicemente, scegliesse di non scegliere.

Non scegliere.
Sempre di scelte si parla.

venerdì 21 aprile 2017

Attenzioni.

Io le regole del poker non le conosco,
ma se cali quattro assi tutti di un colore solo,
so che hai barato.

Bari al tavolo e bari con me, tirando fuori dalla manica le più incredibili scuse.

L'altro giorno parlavo di Delitto e Castigo con qualcuno e mi è venuta in mente una semicitazione, o forse meglio, un ricordo di poche righe: il protagonista era o credeva di essere monitorato dalla polizia, ma nessuno conosceva ancora il suo crimine.
Nessuno, tranne sé stesso.

Dimmi, tu lo conosci il tuo crimine?
SI.
Lo conoscevi nel commetterlo e nel raccontarmi storie divertenti che mi facevano ridere senza prestare attenzione ai dettagli.
Tu sei un universo di dettagli mentre io sono così disattenta da non ricordare qualche volta, neppure il colore dei tuoi occhi.

I classici non sono pesanti come si crede che siano, questo mi hanno detto in questa settimana che di letterario ha avuto ben poco.

Vero, ho risposto.
C'è un pregiudizio nei confronti dei classici russi.

Sai verso chi non c'è un pregiudizio?

Verso di te e le tue carte.
Male, molto male, avrei dovuto averlo.

Stasera mangio il cous cous e aspetterò le undici e trenta.
Tu non arriverai ed io mi addormenterò.

Sarai in ritardo in balia delle scuse alle quali neppure tu riesci a credere ormai.

Non ti risponderò.

Non è più tempo di bandiere appese e poi gli anni sai, non ti aspetto più...
ricordi come finisce l'Alighieri, vero?

P.