domenica 30 aprile 2017

Scrivere.

Qualche giorno fa qualcuno mi ha detto 'no so, non leggo' e poi ha aggiunto
'anche se chi scrive, scrive per farsi leggere'.

Si scrive per farsi leggere?
Non so, ci ho riflettuto.

Non si scrive -sempre- per farsi leggere.

Non si vive per farsi vedere vivere.

Strana analogia, scrivere e vivere.
Il poeta dice che si scrive perché forse non si sa vivere.
Io non lo so perché scrivo.
Qualche volta ho pensato di saper scrivere, ma ho letto così tanto da saper riconoscere qualcosa di ben scritto e no, non so scrivere, lo faccio, ma non so farlo.

Come quasi tutto quello che faccio: lo faccio, ma non so farlo.
Ma devo.
Questa volta, invece, scelgo di farlo, con la consapevolezza di non saperlo fare.

So leggere, quello si, sono molto brava a leggere, la sono sempre stata:
fin dall'asilo, sapevo leggere e scrivere, anche un nome come il mio, che di facile ha poco.
Sono sempre stata la più brava della classe nel leggere e nello scrivere, leggevo con sentimento e riuscivo a far sentire mio quello che non era mio, riuscivo a rendere di altri, quello che era mio.

Poi non so cosa sia successo.
Il teatro ha amplificato tutto, di sicuro, scrivi per farti recitare, è vero.
Così come era vero e reale il mio recitare versi che parlavano di abbandono e totale perdita, perché è vero, fino a poco tempo fa, io amavo così, totalmente.
Ho sempre avvolto chi amavo e mi sono lasciata avvolgere, da chi mi amava: questo ero e questo cercavo.
Ora no, non lo so, adesso mi fanno paura gli abbracci e l'idea di aprirmi totalmente a qualcuno, a un uomo.
Non sarei più in grado.
Qualche volta penso di essere diventata così egoista e chiusa da non permettere a nessuno di leggermi davvero, qualche altra volta, ne sono certa.
Cosa mi è successo?
Una brutta storia, è vero, ma capita a tutti prima o poi.
Ho sempre ritenuto sciocco chiudersi nei confronti del mondo ed invece, io, l'ho fatto e sto continuando a farlo.
Non ho voglia di rimanere in nessun modo legata al passato anche quando rimango legata al distacco del passato, adesso basta.
Continuo a perdere tempo nel dissociarmi e nel sottolineare un cambiamento, non ha più senso, non è più tempo di bandiere appese, e poi gli anni sai...e l'Alighieri che troneggia. Sempre e comunque.

Lo stesso per i libri, ti vendi, vendi te stessa e molto spesso non vieni neppure  apprezzata.

Questo blog non lo prendo neppure in considerazione, sono io, ma non sono io.
Mi leggono le mie migliori amiche, mi legge mio padre, insomma, mi leggono le sole persone che sanno che sono io e come sono io.
Le mie amiche mi vogliono bene comunque e mio padre, mi vuole comunque bene.

Che tragedia dover essere mio padre e relazionarsi con me, che palle deve essere avere una figlia che vacilla fra l'indipendenza e il bisogno di lasciarsi sorreggere.
Stasera sono lacrimosa, non la ero, ma ora la sono, sarà il Cannonau.

Hai rifiutato un mio abbraccio una volta. Era il 2004, avevamo parcheggiato accanto al piccolofaro, si poteva ancora, eravamo andati insieme in un negozio, che adesso non esiste più e del quale ricordo a stento il nome (c'entrava il blue?), avevamo comprato un paio di pantaloni neri, classici, che ancora adesso ogni tanto indosso ed un incrociatino borgogna, di lana, che ho indossato anche al liceo, infeltrito. Camminavamo e volevo un tuo abbraccio, lo hai rifiutato.
Ricordo anche quando siamo usciti da quel negozio spendendo una cifra assurda, mi avevi comprato un completo bianco,  il mio primo completo, mi stava benissimo, anche se avevo abbinato delle scarpe che adesso mi sembrano orrende, ma all'epoca, mi piacevano tanto: tacco cinque centimetri e punta.

Non si scrive sempre per farsi leggere, anche perché ognuno interpreta a proprio modo ciò che si scrive.
Ho scritto di amore, di morte, di sciocchezze ed ognuno ci ha voluto leggere ciò che viveva e ciò che era.
Alcuni hanno voluto vederci un tradimento, altri una tristezza, una rottura, altri ancora un'insicurezza.
Ognuno ha un'opinione diversa su ciò che scrivo, in fin dei conti, ognuno ha un'opinione diversa su ciò che sono.
Almeno, quelli che hanno voglia di averla, un'opinione.
Poi c'è chi trova tutto sciocco a prescindere, in quanto appartenente a me.

Davvero, ascoltando "L'ultimo spettacolo" non si è capito ciò che ho scritto io?
Chi ho io?
Ho scritto di me, tutto.
Ho scritto della Penelope sciocca e frivola che viene guardata come se fosse vuota e stupida per l'amore per le scarpe con i tacchi e gli abiti e il rossetto rosso che indosso perché mi fa sentire meglio,
ho scritto della Penelope che viene appositamente reclusa nel ruolo di fidanzata e di donna, come quando per anni sono stata l'ombra di un'altra persona, grandiosa, ma comunque un'ombra senza idee e senza parola,
ho scritto della Penelope che viene guardata dall'alto in basso ogni volta che firma un foglio o da un'indicazione, perché non è Ulisse, perché ha amato un suo professore, più vecchio e sbagliato di lei, con idee assurde e una vita assurda ed allora, tutto quello che ha studiato, vissuto, imparato viene minimizzato, perché secondo una logica comune, l'ha ottenuto grazie a qualcosa che non è reale e veritiero,
ho scritto di una Penelope folle, che c'è stata ed ogni tanto c'è ancora, quella che non viene presa sul serio, viene emarginata perché è malata e senza scampo,
ho scritto della Penelope che è stata chiamata puttana per aver scelto di vivere il proprio corpo e la propria mente senza limiti, ammettendo cose che tutti facciamo, ma nessuno dice.

Eccomi, sono sempre io: vezzosa, seria, meritevole, folle, consapevole, sono io, in quasi tutte le mie forme e voi, non siete riusciti a leggermi, non mi avete vista nelle parole che ho scritto e recitato e cucito sulla mia pelle.
Si, perché mentre voltavo la testa verso il cielo io mi vedevo stretta in abiti che piacevano ad altri e non a me, perché io ho sempre amato e desiderato nascondere il mio corpo, poi mi sono vista vestita come piace a me, con abiti che lasciano il collo ed i polsi scoperti e mi fanno sentire protetta, lasciando guardare agli altri quello che mi piace di me.
Mi sono vista  seduta a quel tavolo, quando mi è stato detto con rabbia ' o l'uno o l'altra' non sapendo neppure che cazzo fosse la psicoanalisi, guardandomi lottare per la salute di chi amavo, senza la possibilità di parlare davvero e di fare qualcosa che non fosse chiudermi in camera a piegare i panni, perché questo fanno le donne dei grandi uomini: gli stirano la camicia. Poco importa della mia testa.
Mi sono rivista quando hanno sottolineato come io e te prendessimo il caffè, quando hanno voluto vedere nei miei meriti un appiglio sessuale che non c'era, perché per te ero testa, prima che corpo. Per te, il tubino rosso che mi ha regalato P, bello, leggero, ma intanto volevi parlare di rivoluzione e di date, perché gli abiti sono solo abiti ed io ero pensiero, ma gli altri, non lo sapranno mai ed io non lo dirò.
Mi sono vista a letto e poi urlante, in autostrada, sporca e magra, distrutta, con un cerchietto nero in testa, le braccia magre, la pelle gialla, i denti, solo i denti. il mio viso erano denti. E le giornate passate sul divanoletto in sala, tutte uguali, tutte senza senso, il dolore addosso e niente che potesse darmi gioia.
Mi sono vista giudicata quando ho scelto di prendermi le mie responsabilità e poter scegliere di non generare dolore, anche se tutti mi hanno vista come carnefice indolente, mentre il mio dolore era talmente grande da poter essere nascosto solo dal riso e dall'inappetenza.

Come è possibile non avermi riconosciuta?
Come è possibile non avermi letta?

O forse, più semplicemente, non ne avete mai avuto voglia.
Chissenefregavero?

E allora posso dirlo con certezza, non si scrive per essere letti perché tanto, quasi nessuno ti vuol leggere.

Così come quando regali libri e non riescono a ritrovarti fra le pagine.

Io ti regalo la parte migliore di me, quella scritta e nascosta fra le parole di altri e tu non mi trovi neppure.

Non si regala mai, altro, rispetto a sé stessi.




venerdì 28 aprile 2017

Ansia.

Ho paura di aver rovinato tutte le cose importanti della mia vita.
Da sola, una dopo l'altra.

Pace.

Un risveglio doloroso ed infelice.
Ho sentito il citofono suonare e non sono stata in grado di alzarmi.
Immobile, con gli occhi spalancati.

Il gatto, il telefono che vibrava.
Avevo un disperato bisogno di silenzio.

Pesantezza.

Ho ricercato la leggerezza nell'acqua bollente.
Un sollievo delicato che mi ha fatto crollare la pressione.

Il gatto mi fissava mentre trattenevo il respiro ad occhi chiusi, preoccupato.
Mentre facevo mio tutto il calore della vasca, senza pensieri che non fossero legati alla sensazione di calma dell'essere ricoperta dall'acqua.

Ho fatto fatica ad uscirne, ma dovevo farlo ed io sono sempre così razionale da poter discernere le cose che devo da quelle che posso.

Non ho risposto al telefono, continuava con quella canzoncina insulsa, senza sosta, avrei voluto lanciarlo e frantumarlo.
Non l'ho fatto.
Dovrò pagare una bolletta dell'acqua dalle cifre assurde, non posso permettermi un nuovo telefono non preventivato.

Nell'acqua calda sto bene, non ho freddo.


Questo freddo che non riesco a levarmi da dentro, come se fossi ricoperta di neve, è il freddo che brucia, non quello che infastidisce, è il freddo che taglia.

Sono seduta qui, le gambe quasi incrociate, una felpa, un maglione e questo senso di gelo.

Sorrido, mi copro le mani, orrende, rido.

Passa.

martedì 25 aprile 2017

Circostanze.

Tutto ha un prezzo,
anche la libertà.

Lo scrivo annuendo, una sigaretta nella destra, la luce della cappa accesa, 'fly me to the moon' in sottofondo.
Il cane dei vicini abbaia,
ha proprio dei pessimi gusti musicali.

Un ultimo sorso di caffè e latte di riso, per poter lavare la caffettiera gialla.

"In altre parole, ti amo." E la ripetizione casuale ricade su quel qualcosa che hai nei tuoi occhi o nel tuo sorriso...

Scene démodé vissute con una maschera per il viso da risciacquare entro dieci minuti, prima che mi porti via l'epidermide, la piastra accesa che si riscalda e la zuppa di verza che ho responsabilmente preparato per domani sera, quando non avrò voglia di cucinare.

Dietro a quella parete però, non c'è Banderas che mi sorveglia, non sono Vera e il pensiero di
"La pelle che abito" mi inquieta.

Eravamo andati a vederlo al cinema, io ed Ulisse, tradendo P. con la quale avrei dovuto vedere tutta la filmografia di Almodovar, ma con la quale non sono mai riuscita a finire di vedere un film.
Due estati fa, ci siamo addormentate su Atame, forse colpa del sonno, forse colpa di quel vino rosso che beviamo ogni volta che ci incontriamo, per sentirci più libere o per ridere di quelle cose che ci hanno sempre fatto piangere.

"Investire su una storia precaria, è un fallimento su carta".
Investire.
Storia precaria.
Su carta.

Tecnicismi che fanno tremare il cuore.

Tolgo Frank Sinatra.
Meglio prevenire.
Che curare.

O forse qualche volta dovremmo semplicemente fregarcene di quello che sarebbe meglio,
non siamo nati puffi quattrocchi, siamo nati fallibili ed io ho una lista di fallimenti difficile da battere.

Più lunga della lista della spesa di una famiglia di nove persone.

L'altra sera, con E., mi sono completamente scordata di tutto ed ho riso, cantato, ballato, mi sono sentita libera di fallire e di sorridere di tutte le sciocchezze che abbiamo sempre combinato, sostenendoci sempre e difendendoci davanti al mondo intero, salvo poi insultarci in privato.

Fra un mese scadranno i miei massaggi anticellulite.
Ed io li lascio scadere, come ricordo.
Mi piacciono così tanto i ricordi tormentati, che posso farci?
Certo, ora che non fanno più male, li colleziono con affetto e come promemoria.

Tunnel of love.
Capolavoro.
Per me.
Ultimamente sono circondata da estimatori e critici che hanno le loro ragioni e la loro cultura.
Io non ce l'ho.
Ogni tanto cerco di imparare, ma ci sono cose che non mi appartengono e quando qualcosa mi è così lontano, diventa vicino solo ciò che mi fa vibrare il cuore.
Come questa cavolo di chitarra meravigliosa che mi fa venire i brividi.

Domani mattina spremuta, sto diventando dipendente dagli agrumi.
E dal senso di calma che non mi è mai appartenuto ed ora, è così naturale.

Sto ridefinendo i limiti.
Sto cambiando le circostanze.
Sto attraversando il torrente, saltellando sui sassi bagnati.
Ho la sensazione di scivolare da un momento all'altro.
Levo le scarpe.
Se devo farmi male, voglio sentirlo tutto questo dolore.
E poi, sarà un nuovo ricordo affettuoso, da inserire nella collezione.C



lunedì 24 aprile 2017

Acqua dolce.

Esattamente un anno fa correvo, bagnata, quattro metri circa indietro ad Ulisse.

Mia suocera, o meglio, la donna che Ulisse aveva scelto per madre ed io avevo scelto come surrogato, mi copriva, con il suo ombrello ed una dose infinita di protezione.

Tornammo a casa, in silenzio.

Il mio unico ricordo, i jeans attaccati alle gambe, pesanti, freddi, ingombranti ed irritanti.

Un anno fa, sarei dovuta essere in piazza anche io, a leggere parole di ricordo ed onore davanti al mare.
Saltò tutto all'ultimo momento e fino al mese scorso, avevo ancora un tessuto rosso fra gli scatoloni, ricordo di un'incompiutezza.

Chissà se Ulisse sarebbe venuto ad ascoltarmi, chissà se tu, saresti venuto. Io andai ad ascoltare lui, che non parlò, e parlai di te.

Ricordo perfettamente cosa dissi di te,
ma non ricordo il resto della mia serata.
Assurdo, eh?

Anche il cotone bagnato ti si appiccica al corpo e crea un fastidio leggero e perpetuo.


Solo la seta non mi disturba.

Non vedo l'ora che arrivi giugno per chiudere questo cerchio di cattive circostanze che si ripropongono tramite 'l'accadde oggi' o 'le amicizie in comune'.

Basta.

Ulisse, io gli abiti addosso li tollero solo se asciutti, nessuna onda, nessuna lacrima, nessuno schizzo.
Ci vuole poco a cambiarmi.
Sono solo abiti, è solo pelle.




domenica 23 aprile 2017

Frivolezze.

Amo i miei capelli.
Li ho scalati ed oggi li posso lasciare al naturale, una serie di onde ingestibili.
Ho sempre amato la sensazione che si prova quando si è totalmente immersi nell'acqua: il corpo non ha più peso, i capelli diventano impalpabili e se chiudi gli occhi, riesci a sentire l'infinito silenzio del mare, il calore del sole, una sorta di stato naturale dal quale non vorrei mai uscire.

La mia storia d'amore con l'acqua bollente è nota a tutti, soprattutto al signor acam.

Fra poco dovrò andare a dormire, domani mattina dovrò alzarmi presto e fare tutta una serie di cose che oggi mi sono limitata a non fare.

La nottata di ieri mi ha debilitata, bella, diversa, folle, ma insostenibile.

Credo che il sentimento per me non sia legato tanto a ciò che io provo, ma a quello che l'altra persona riesce a farmi provare. Quasi sempre è un sentimento che potrebbe essere definito 'riflessivo', perché amo qualcuno quando amo come mi fa sentire.
Egocentrica anche a livello emotivo ed estremo.

Credo che il problema sia questo.

Credo poi, che non possa farci assolutamente nulla.

Nelle giornate casalinghe, mi ritrovo a lavare ed asciugare i piatti, tutto il giorno.
Lavatrici, piatti, pavimenti. Uno sguardo a qualche nuova ricetta. Ho due stanze da finire.
Non sono arrivati i mobili, dovrò attendere.

Non vedo l'ora di aver finito tutto, da un lato.
Non voglio finire, dall'altro.

Ho rivestito una scatola con un motivo a giugliucci, incorniciato una foto di L, spostato alcuni libri.
Vorrei trovare la voglia di dedicarmi alle cose che ho sempre fatto con gioia e piacere, ma adesso che sarebbe il caso di averne voglia, non ne ho più.

Mi fa malissimo la schiena.
Ma amo i miei capelli.


E tu, continui a farmi sentire così.
Ed io, non posso farci nulla.

sabato 22 aprile 2017

Piccolo uomo.

A te, piccolo uomo.

Quando scrivo di uomini, in questo piccolo spazio personale, scrivo di uomini che vanno e che vengono, senza punti fermi, senza una stabilità, senza che l'affetto li leghi realmente a me.
Possono rimanere più o meno nella mia vita, qualcuno può rimanere sulla mia pelle o nei miei ricordi, ma quasi nessuno rimarrà nella mia persona.

Tu, piccolo uomo, ci sarai per sempre, perché tu, mi hai cambiato la vita senza saperlo.

"Tata vai anche tu a letto?"

"Si, certo"
"A casa tua, dal tuo cane?"
"Si..."

Poi mi chiami disperato, arrivo di corsa e mi rimproveri:

"Tata Susina vai a fare la nanna dal tuo cane che piange"

Sei così piccolo e così intelligente e pieno di intuito, mi commuovi, riesci a commuovermi anche mentre fai i capricci perché non vuoi addormentarti e mi dici
"Non la voglio la tata perché sparisce!"

Sapendo benissimo che dopo una frase del genere non posso che rimanere seduta affianco al tuo lettino, fino a quando il respiro pieno di entusiasmo, non diviene sempre più calmo ed inizi a dormire.
Chissà cosa sogni piccolo uomo.

Qualche volta mi hai raccontato i tuoi sogni, quando la tua vita era ancora fatta di biscotti e delle tue sorelle, quando le parole erano ancora intuibili, ma non certe.

Oggi mi parli con tutte queste nuove parole, usi termini da bimbo grande ed io rimango allibita nel guardare il cucciolo d'uomo che sei.

Fare la tata ed essere tata sono due cose diverse e con te, ho scoperto di esserla.

Quando fai la tata sai che devi mantenere la linea dettata dal genitore anche quando non la condividi, sai che devi avere orari precisi, tabella delle allergie, l'allegria o il rigore e sai di dover rimanere seria anche quando è difficile.

Con te sono stata fortunata fin dall'inizio, ho trovato due genitori pieni di amore e di valori, seguire una linea fatta di dolcezza, regole, serenità, è sempre stato un piacere.

Il tono della voce, è tutto.
Un tono che ho imparato e che mai dimenticherò.

Il tono che mi ha salvata quando la prima notte passata insieme tua sorella non ha chiuso il cancello e il cane ha fatto partire l'allarme e tu mi guardavi con il musino impaurito.
Se avessi potuto mi sarei presa a calci da sola, perché quel musino non lo avrei mai voluto vedere.

Quella sera avevo chiamato Ulisse per farmi rassicurare "Sono cose che capitano!" ed io con la paura di non svegliarmi e il bisogno di saperti sereno.

Alla fine è andato tutto bene e il tuo visino era quello di un bambino sereno.
Abbiamo imparato ad avere le nostre dinamiche, ce le siamo create.
Siamo stati bravi. Tu di più.

Quella sera forse mi sono accorta che stavo bene, anche da sola.
Il fatto di avervi gestiti, pranzo, cena, notte, allarme a parte, mi ha fatta sentire competente.
Ricordo tutto, i discorsi con tua sorella e i telefilm, chi veste la sposa ed i matrimoni napoletani.
Non ricordo assolutamente di essere tornata a casa mia, o almeno a quella che chiamavo casa.
Non ho ricordi, so che mi mancava il mio cane, ma non saprei dirti chi ci fosse al mio ritorno o cosa abbia fatto.
Forse era la sera in cui ho trovato il piumone distrutto e nonostante tutto mi sono messa a riempire i sacchi con pazienza.
Forse no, era troppo tardi, era già buio quella volta.
Non ho ricordi felici di quel periodo, solo la telefonata, conclusa in fretta, senza tenerezza.

Mi sei servito anche a questo, pensa te, quanto un bimbino così piccolo possa cambiarti la vita.

Dovevo vestirmi, alzarmi, venire da te e tutto aveva un senso, il dovere.
Mi sono truccata da gatto, da topo, ho portato palloncini e cartoline magnetiche, in poco tempo, sono finita a pensare a te anche quando ero in giro.

Mi hai aiutata.
Mi ha aiutato essere la tua tata.
Economicamente e psicologicamente.

Tu non lo saprai mai quanto i tuoi sorrisi mi fossero di conforto durante le chiamate, fra i tuoi giochi, le camminate, mentre dovevamo decidere della vita di un altro.

Ricordo una mattina, una chiamata con la mia migliore amica, mentre tu mi preparavi il caffè con i tuoi giochi.
Non usavo mai il telefono in tua presenza, ma quella mattina avevo bisogno di sentirmi dire che sarebbe andato tutto bene.

Ero ancora a Itaca, luogo del quale non ho ricordi, se non i parcheggi che ho imparato a fare proprio prima di dovermene andare.
Ero sola e non lo sapevo, ma pensavo al singolare, forse per salvarmi.

Sai, piccolo uomo, a me i ricordi piacciono, i Ricordi...che parola prorompente nella mia vita ed importante.
Ed io non ne ho più.

Ricordo tua mamma, nei giorni in cui non avevo una casa.
E ricordo te, che con quella manina mi hai dato un motivo per truccarmi, sorridere e sentire che il mondo continua a girare, anche quando tu sei in crisi.
Il senso della vita era nei tuoi occhi e nulla era abbastanza importante da farmi perdere la voglia di vivere.

Tu non le sai queste cose ed io non te le dirò mai, ma so che le hai sentite.

Un bambino.
Mai usare questo termine in maniera riduttiva, in te c'era e c'è l'universo.

Un bambino.
E poi un altro bambino, quello che c'è e non c'è nella mia vita e mi fa chiedere e domandare quale sia la cosa giusta, quanto sia il mio egoismo, quanto e come si possa sbagliare e fino a che punto la mia felicità sia più importante di quella di un piccolo essere.

Sai, tu sei felice, si vede nel tuo sguardo.

Ieri qualcuno mi ha fatto riflettere su come quando si mette al mondo un figlio tutto cambi.
Io non lo so.
Non sono madre, sono tata, la tua.

Non mi sento madre ed è giusto così.

Sabato scorso parlavo con il mio avvocato di fiducia e mi diceva che ritornare alla vita normale, dopo una separazione ed una figlia, è difficile, si ha sempre paura che i non genitori non capiscano che il proprio figlio sia la priorità.
Lui è un buon padre, ma si merita anche l'amore di una donna.
Gli ho risposto di slancio che se si ama una persona, si amano anche i suoi figli, come prolungamento della persona stessa e venire al secondo posto, è già una vittoria.
Se invece si tratta di una storia, beh, in quel caso l'impegno non ha una natura specifica: si può dare buca per una partita, un amico o per la propria volontà genitoriale.
Mi ha ringraziata.
Ma io in questa cosa ci credo davvero.

Certo.
Venire sempre dopo un figlio, non è drammatico, qualche volta è difficile, ma è giusto.
Il problema di solito è l'altro genitore, quello che ti odia comunque e qualunque cosa tu faccia.

Mia madre dice che io sono particolarmente portata per una famiglia allargata, tenderei alla conciliazione continua e si vede costretta a Natali e compleanni con innumerevoli schiere di parenti, non miei.

Non lo so.
Non è facile spiegare ad una madre che nel tuo futuro ti vedi sola.
Mi vedo così, però, senza nessuno accanto.

Nella mia biblioteca non c'è spazio per i libri di un altro, non sono più disposta a marchiare i miei con un timbro a forma di gatto, anche perché ho capito che i libri spariscono comunque.
Non voglio vivere dovendo marchiare le mie pagine con il dubbio di dover dividere sempre e comunque il mio dal suo.
Piccolo uomo, pensa a quante cose avevo già dentro mentre ti conoscevo, con le mie all stars viola ed un piumino blu che ormai è distrutto dai morsi del mio cane.
Pensa a quando sia cambiata in questi anni ed io penso a quanto tu sia cresciuto.

Certo, ogni tanto vorrei chiamare una voce sicura che io stia facendo qualcosa di giusto, ma non ho nessuno che sia ancora in grado di crederlo e nemmeno io in realtà ne ho certezza.

Quante cose ho sbagliato, a partire dalla volta in cui mi è scappato il tuo cane.
Tanto facile relazionarmi con te, tanto difficile farlo con lui.

Credo che la maggior parte delle volte tu sia stato ubbidiente con me per paura di farmi scoppiare in lacrime.

E poi, quella volta in cui preso dall'idea del pranzo, hai sbattuto la testa ed io ho chiamato disperata il nostro pediatra e tu, così coraggioso, da non versare una lacrima e chiedermi solo la pappa.
Certo, ci hai marciato sopra chiedendomi dei biscotti, ma trovavo e trovo che tutto sommato sia stato legittimo.

Ora vuoi la ninna nanna, prima le mie storie sugli asini ti bastavano, ma oggi mi hai detto "brava tata così si canta la ninna nanna" e sei stato meraviglioso, come sempre.
Le nostre cantate in inglese, gli urletti continui ed i balletti sul tappeto, scalzi.
Io, che canto malissimo e sono stonata e tu, che ti divertivi così tanto da non volermi far smettere.

E la volta in cui mi hai fatto prendere un colpo, chiamandomi, urlando e facendomi BA non appena sono accorsa nella tua cameretta.
Avrei voluto farti promettere di non farlo MAAAIII Più, ma sono scoppiata a ridere, quando mi sono resa conto che non mi era scoppiato il cuore.

Mai più. Come la volta che ti ho trovato intento a degustare un pastello verde e il tuo viso di angelo sembrava quello di un piccolo alieno.
Ringrazio il cielo che non fosse tossico, ancora oggi.
Mio piccolo omino verde.

Mi fai il verso e sei la mia versione migliore, con quei dentini meravigliosi e le fossette del tuo sorriso.

Pensando a te ho iniziato a scrivere un libro per bambini, perché se le mie storie sono passate al tuo severo giudizio, forse, avrebbero potuto far ridere anche altri cuccioli.

Forse no.
Ma la prima copia è tua.
Così quando sarai grande e autonomo e ti sarai dimenticato il mio nome, potrai sempre ricordarti della tata pazza che ti faceva ballare in giardino.

Nel giardino in cui ho scritto il mio ultimo spettacolo, mentre dormivi.
Stavo diventando ufficialmente sola, indossavo il mio vestito scamiciato ed avevo questo pc.
Le tende volavano ed io fumavo senza sosta perché erano giorni in cui il mio corpo mi chiedeva acqua e nicotina. E pazienza. E forza.

Tu sei stato parte di quella forza, tutta la tua famiglia la è stata.
Se non ho perso il senno era perché sapevo che dovevo essere responsabile e lucida e non potevo crogiolarmi in un dolore che effettivamente non c'era già più, prima di doverci essere.

Sai, il dolore è strano.
Ci sono volte in cui lo porti così tanto dentro da non riuscire a farlo scoppiare.
Si limita a volar via e a sgonfiarsi da solo, come quel gioco con i palloncini che ci faceva ridere, ma rimanendo in un angolo, vuoto, usurato, a ricoprirsi di polvere.

Poi ci sono altri dolori, quelli che sono meno evidenti, quelli dei quali non si può parlare e quando scegli di parlarne comunque, succede un bel casino e tu sei proprio il centro e la voce di quel casino.

La tua tata è bravissima a prendersi le sue responsabilità e anche quelle degli altri, perché tanto, se sei in grado di prenderti le colpe, finirai sempre per prenderti anche quelle che non ti appartengono, quasi per sfida o per un senso di superiorità innato che fondamentalmente mi appartiene, pur essendo piuttosto ironico.
Però penso che sia giusto accettarsi per come siamo, migliorarsi, sicuramente, ma poter ridere del nostro superIo.

Caro piccolo uomo, sono il centro e l'origine di questa tempesta, dalla quale non so se voglio uscire, ma nella quale lottare, è proprio difficile.

Quando parlo con le mamme, mi trovo a dire "il mio bambino fa questo, questo e questo", mi chiedono come faccia ad avere un figlio cosi grande alla mia età.
Questo perché sembro effettivamente molto molto giovane, e non me ne dispiaccio, e perché quando parlo di te, divento una deficiente.
Si, ogni tanto anche le tate dicono parolacce.
Oggi mi sono accorta che il termine 'pupù' è surclassato.
Grazie per farmi sentire una tata sciocca ogni tanto.
Mi piace, mi fa vedere quanto sei grande e sveglio e vispo.

Eri così piccolo, con i tuoi boccoli ed ora sei in grado di dirmi cosa io possa o non possa fare.
Ti hanno cresciuto bene e fare la tua tata è stata un'esperienza meravigliosa.

Ieri al lavoro mi hanno portato i tuoi saluti.
Poi è successo un dramma e allora guardandomi attorno ho detto "Ecco perché amo fare la tata susina".
- Quel bambino ti vuole bene.
Mi hanno risposto.

Si, tu si, altri bambini no, sembra che io abbia il potere di farli piangere con la mia sola presenza.
Ma è giusto così.
Dentro di voi avete un universo, ognuno è diverso e grandioso e in continuo cambiamento.
Io so solo che dentro di te, c'è un universo splendido.
E sento di doverti ringraziare, per avermi resa partecipe del capolavoro che sei.

Grazie piccolo uomo.

La tua, per sempre, Tata Susina.