martedì 19 dicembre 2017

Umanità.

C'è una frase che mi porto dentro,

'ricordati di essere umano'.

Umano.

E per chi riduce la natura umana al pari di quella animale e fugge dalla violenza per paura di sbranare, forse, è importante ricordarsi di essere umani.

Mi hanno messa in discussione, pesantemente e a nessuno piace essere messi in discussione,
così come a nessuno piace sentirsi sotto accusa.

Volendo trarre un insegnamento da tutto questo, ci ho riflettuto.

Ho smesso di essere umana?

Ho sbagliato tutto,
i conti, le relazioni, gli uomini, il taglio di capelli, il modo di pormi.

Mettiamoci in discussione e vediamo da dove ripartire.

Dopo nove ore trascorse fra i brividi della febbre, il senso del dovere ed i dubbi,
sono abbastanza sicura di non aver smesso di essere umana.

Ci sono delle regole, ci sono dei doveri, ci sono dei compiti e poi c'è una forte solitudine,
mi avevano avvisata che mi sarei sentita sola, ma ho preferito non dare credito, credere negli unicorni e in un mondo fatato nel quale ognuno si rendesse conto del fatto che ci siano dei doveri e dei ruoli e poi anche l'umanità, che li accompagna, sempre, anche quando non dovrebbe o quando non è evidente.

Mi viene da sorridere, ripensando al mio primo ed unico giorno di ferie, trascorso con le amiche di sempre accanto, con l'ansia, la paura, il timore, la sensazione di vivere l'ennesimo fallimento,
la sensazione di abbandono, la mancanza dei miei genitori accanto, la voglia di gioire e la convinzione che sia inutile, perché ormai, ciò che sono è stato, ciò che non ho fatto, anche e tornare indietro non è più possibile.

Il telefono acceso, i genitori che chiamano, gli allievi davanti al portone chiuso, gli interessati, i messaggini fuori luogo, non ho avuto un attimo per poter tirare un sospiro di sollievo.

E ieri sera mi sono sentita dire che faccio il minimo indispensabile ed è palese che non mi interessi più nulla.

Ed è solo l'ennesima critica che arriva, precisa, mirata, a farmi sentire così fortemente inadeguata.

Non dovrei avere potere decisionale perché le mie decisioni non risentono di una cultura mirata, preparata, non sono Lui, Lui che magicamente riusciva a fare ed essere tutto.

Sono vista che un ingranaggio di un sistema marcio e brutale che schiavizza e impone.

Sono davvero questo?

Quando ho smesso di entrare in empatia con il prossimo ed ho iniziato ad essere distaccata?

Quando ho iniziato ad essere come quel tipo con il quale sono uscita ultimamente, che parlava di numeri ed obiettivi e di aziendalismo ed economia, ma non rivolgeva parola ai bambini?

Sono tornata a casa con un disegno del mio cane firmato da una bimba che abita in un'altra regione e che il mio cane, non lo vedrà mai. E mi sono chiesta come abbiano fatto a scordarsi di alzare la testa dallo schermo per sorridere ad una bambina che attende i suoi genitori dopo una giornata frenetica, senza fine, senza averli visti.

Sono diventata anche io così?

Non ho mai pensato di lavorare con numeri, ma con persone.
E forse ho anche richiesto troppo a queste persone:
pensavo che avrebbero 'capito'.

Ma giusto due giorni fa, durante una chiamata alle undici di sera, dopo il freddo, la pioggia, il tentativo di fare la cosa giusta, ho ricordato alla mia versione adolescente, che non possiamo aspettarci che gli altri ci 'capiscano' solo perché ci 'conoscono'.

Allora perché io me lo aspetto ancora?


Le mie migliori amiche mi hanno sempre detto che da fuori sembro altro,
che  si arrabbiano quando il mondo mi sceglie come riferimento espiatorio, perché non mi giro spiegando che laddove vedono rigidità o estrema frivolezza, c'è un motivo.

Le mie migliori amiche, le uniche che ho voluto accanto quando forse ci sarebbe dovuto essere altro, mi hanno sempre capita, senza bisogno dei perché.

Ed a loro rispondo che non mi interessa, che se mi conosci anche solo un po', non hai bisogno di spiegazioni, di motivi, di sapere che la mia vita familiare, amorosa, personale, lavorativa, è un casino, non hai bisogno di sapere che io stia soffrendo in maniera assurda, che mi senta solissima, che senta tutto il peso degli abbracci che non ho mai ricevuto e di quelli che non ho imparato a chiedere, che viva un fallimento continuo e perpetuo che non termina mai, neppure quando chiudo un cerchio, ho un successo. Rispondo che se vuoi sfogarti in me perché leggi in me il menefreghismo e la cattiveria, devi farlo, spaccando irreparabilmente il nostro rapporto, per sempre.

Perché anche se la domenica notte do splendidi consigli, non riesco a smettere di pensare che se entri nel mio mondo, non puoi pensare che io voglia davvero ferirti o sminuirti o farti del male.
Perché non lo farei mai con volontà e dedizione,
perché ricevere il dolore è bruttissimo e qualsiasi cosa accada, non voglio fare del male a nessuno, mai.

E se sei entrato in contatto con la mia anima e vuoi pensarmi capace di atti di volontario sadismo, non ci sarai più per me, posso ascoltare le tue opinioni, elaborarle, capire dove appaio meschina e come ho imposto malamente me stessa, ma non posso proprio più considerarti una 'mia persona'.

Se mi credi capace di tutto questo orrore, non so perdonarti.

Perché viviamo le cose per come siamo e non per come sono, quasi sempre.

Tentando di rimanere umana.

lunedì 18 dicembre 2017

Follie.

Che tanto quello che ho provato su quel taxi nel traffico, con le luci di Natale e il buio attorno, lo so solo io.
Non credevo sarei stata più in grado di perdere la testa.
L'ho persa.

Per una notte e mezzo, sia chiaro.

Poi l'ho ripresa e sono tornata quella di sempre.

Capisco che la mia indipendenza da te, ti abbia spaventato.

Ogni tanto spaventa anche me.

Ma io una scuola di musica dentro alla pancia l'ho avuta ed è stato proprio bello.

Grazie a te, che mi hai chiamata fin dal primo giorno 'ragazza solitaria' e forse sapevi, prima ancora di poter sapere, che nella mia solitudine, uno spazio per te forse, non ci sarebbe poi magari stato mai.

Paghi il peso di una relazione finita caro mio,
di un uomo che non mi ha lasciata distrutta, ma piena di vita.

E laddove ci sono macerie, è facile ricostruire,
dove ci sono muri portanti, o ti appoggi o te ne vai.

Non ho costruito muri con il tuo nome
e mi dispiace dirlo, ma le tue mani non ne sarebbero in grado.

Però,
grazie,
per quello che ho sentito,
ancora,
di nuovo.

E non sono follie, sono boccate di vita.

Ma uno come te, questo, non lo potrà capire mai.

giovedì 16 novembre 2017

Sarà.

Sarà il contraccolpo,
sarà questo mal di testa,
saranno gli ormoni
o la tua lontananza.

Sarà l'umore,
sarà il cielo buio,
saranno le stelle
o le mie insicurezze.

Sarà il momento,
sarà il dolore,
saranno le indecisioni
o le tue mancanze.

Sarà il freddo,
sarà la luce,
saranno i silenzi
o le mie troppe parole.

Sarà l'attimo,
sarà la sanità,
sarà la salvezza
o la mia inquietudine.

mercoledì 15 novembre 2017

Fosse.

Fosse solo questo dolore a chiudere il cerchio dei nostri dolori,
fosse solo una domanda a porre fine alle mille richieste.
Non lo so,
non reggo il confronto,
che ti dovrei dire?
Che sono sbagliata?
Che io sia sbagliata lo sai già, così come sai quanto soffra e quanto mi chieda di essere diversa per riconoscermi in tutti gli strappi che questo maglione rosso subisce ed incorpora.

Saper riconoscere chi sia ha davanti.
Lo ha fatto.

Ma proprio quando avrei avuto bisogno di calma, hai avuto fretta.
Quando avrei voluto sentirmi senza pressioni, me le hai addossate tutte.

Ed io vorrei tanto piangere e non ci riesco e non ne posso piu perche non so come fare, non so cosa dire, non so davvero più nulla.

domenica 12 novembre 2017

Ragazza solitaria.

Aspettavo questo momento, senza davvero aspettarlo.
Non l'ho desiderato e in fin dei conti l'ho sempre un po' temuto.
Negli ultimi anni è stato molto più facile scegliere la strada più semplice, meno impegnativa, priva di un eventuale sviluppo, priva di realtà e tangibilità.
In fin dei conti, preservare il cuore , non è male.
Preservare la propria serenità, le abitudini, la libertà di scelta continua e personale.
Nulla di impegnativo, nulla di serio, nulla che mi potesse far desiderare di essere in un posto che non fosse quello in cui mi trovassi.
E si viveva bene, così.
Senza implicazioni e senza futuro.
Poi.
'Ragazza solitaria'.
Io.
Che mi circondo di persone costantemente.
Non siamo in gossip girl.
Solo perchè mi nascondo dietro ad una tastiera, scrivo, e qualche volta scelgo di non vivere, non significa che io sia una 'ragazza solitaria'.
Che strano.
Quando la scelta giusta, è anche la scelta che mi và di fare.

sabato 11 novembre 2017

Valore aggiunto.

"Non vale neanche la pena dare un appuntamento ad una donna che arriva puntuale".
E allora perdonami tutto, no?
Perchè se iniziamo così, con te, che mi scusi sempre ed accetti questo carattere insopportabile, poi finisce male. Finisce che inizi a piacermi e poi, quando mi piace qualcuno, cosa accade raramente, inizio a fingere di starmene sulle mie, per starti sempre attorno.
No dai, per favore, sbaglia qualcosa, per favore.
C'è questa storia dei tre mesi, con me. L'ho accennata a qualcuno l'altro giorno che mi ha detto che questa regola vale per la gravidanza e non per le relazioni, ho scrollato le spalle e sono uscita dalla porta, in fin dei conti, spiegare questa cosa ad un uomo è poco produttivo, soprattutto se è uno che preferisce metterti a disagio che ascoltarti.
I primi tre mesi sono di distacco assoluto, ti guardo, ti ascolto, cerco di capirti e di conoscerti, non ti facilito nulla, non sono simpatica, non sono dolce, non sono disponibile a fare un passo verso di te. Se poi, superi tutto questo, allora sì, vale la pena di aprirsi.
Però tu inizia a sbagliare qualcosa, ad essere meno presente, meno gentile, meno dolce, meno carino, meno comprensivo, meno spocchioso, meno simpatico, meno conciliante, tu impara ad essere meno, per favore, altrimenti poi mi piaci e il carico emotivo diventa pressante.
Sbaglia qualcosa ogni tanto.
Perchè se mi lasci i miei tempi, mi lasci i miei spazi, mi lasci le mie passioni, mi lasci i miei interessi, mi lasci la mia acidità, mi lasci l'ironia, mi lasci insomma tutto quello che significa l'individualità, poi inizio a credere che averti accanto sia un valore aggiunto e non una limitazione.

domenica 8 ottobre 2017

Tappi.

C'è una scena bruttissima.
Cioè bellissima.
Ma bruttissima, per me.
Una scena di violenza inaudita ed amore puro:
'Mia madre', Margherita, cioè Nanni, cioè Io, trova la madre alla guida di un'auto, le strappa la patente e le rompe la 600'. Senza che lei capisca che quella foga sia data dal troppo amore, dalla paura che si faccia del male, dal terrore che le possa capitare qualcosa di peggio rispetto a ciò che vive. Dal terrore che faccia del male a sè e al contempo ad altri.
Ne ho paura.
La scena dopo è una telefonata fra Nanni Moretti cioè il fratello di Margherita cioè Nanni, che la chiama per chiederle se è un bene che gli ex alunni della madre vadano a trovarla in ospedale.
Le persone che la salutano le potrebbero far capire che la fine è vicina.
Questa cosa mi terrorizza e mi addolora e al contempo ci vedo un amore infinito, un senso di protezione senza limiti.
Questo dolore nel perdere i genitori, quanto dolore nell'accompagnarli in un percorso mai percorso e che speri sempre essere tanto lontano.
Di 'mia madre' mi sono piaciute le musiche, che non saprei assolutamente suonare, con tutte quelle pause , l'autoironia e la tenerezza.
La prima volta che l'ho visto ero al cinema con i miei genitori e ho pianto, tantissimo, accanto a mio padre e a mia madre.
Era una serata strana, mi ero presa una pausa dalla mia vita semiconiugale, dal lavoro, dalle serate in casa e mi ero concessa una sera al cinema, con i miei genitori a vedere qualcosa che ci univa e non interessava minimamente a chi avevo accanto.
Mi porto nel cuore i pranzi della domenica, inaspettati, fuori tempo massimo, che mi fanno sentire una trentenne della peggior specie, una di quelle che vanno a pranzo dai genitori per non cucinare e non sparecchiano, arrivano quando tutto è pronto, pranzano, bevono una bottiglia da 20 euro, fumano una sigaretta e se ne vanno.
L'ho chiesto ai miei genitori, perchè mi concedono di essere quel genere di figlia che non sparecchia, mi hanno detto che non la sono e che a loro fa piacere così.
Mamma che cucina, papà che le sta attorno con il canovaccio in mano, la tv accesa, la tavola apparecchiata in sala da pranzo. Ed io arrivo inserendomi in questo contesto di attesa, adirittura aspettano che io arrivi per buttare la pasta. Una forma d'amore estrema che mi fa sentire un'incivile, una privilegiata, una viziata.
Ci sediamo, mangiamo, conversiamo, ci teniamo prima sul vago, niente lavoro, nè il mio nè quello di mio padre, il lavoro è bandito, poi io e mia madre finiamo per chiacchierare su qualcosa di amabilmente frivolo e ridiamo e mio padre si sente escluso da questa dimensione di sciocchezza profonda e dalle nostre teorie del banale, volutamente profonde.
Cambiamo registro, parliamo di cose serie: passioni, ma serie, interessi, ma seri, l'autismo, la pet terapia, le strutture adeguate, i piani inadeguati, ogni tanto salta fuori uno studio del quale ignoro l'autore e basiamo intere conversazioni sulla difesa e la messa in dubbio.
Il vino, che sceglie sempre papà, buono, rosso, il vino che bevo a casa di mio padre è sempre più buono del vino che bevo quando esco fuori a cena. Non si assomigliano. Credo sia per la non curanza con cui lo versa, la serenità con il quale lo stappa, non esiste cerimoniale, non è uno di quei gesti seri che fanno gli uomini o quelli tecnici dei camerieri.
Ma in fin dei conti che valenza deve dare mio padre a un gesto al quale mia madre non da nessuna importanza?Lei il vino non lo ha mai bevuto.
Però lui le stappa comunque bottiglie da venti o trenta euro e lei ne beve due dita e ride.
Ed io mentre li guardo penso che tutto sommato stanno insieme da trent'anni e non sono simili a nulla che io conosca. E vorrei urlargli tutto quello che sento, l'inadeguatezza di trovare il piatto in tavola, la stima per quelle bottiglie stappate così, la gratitudine per come si siano sempre occupati l'uno dell'altra, anche quando non c'erano, anche quando non erano presenti gli uni per gli altri, anche quando c'erano km e km di distanza fra loro.
E fra noi.
'E se la perdiamo?
Non non ce la lasciamo portare via.'
Perchè anche questo è amore.