C'è una frase che mi porto dentro,
'ricordati di essere umano'.
Umano.
E per chi riduce la natura umana al pari di quella animale e fugge dalla violenza per paura di sbranare, forse, è importante ricordarsi di essere umani.
Mi hanno messa in discussione, pesantemente e a nessuno piace essere messi in discussione,
così come a nessuno piace sentirsi sotto accusa.
Volendo trarre un insegnamento da tutto questo, ci ho riflettuto.
Ho smesso di essere umana?
Ho sbagliato tutto,
i conti, le relazioni, gli uomini, il taglio di capelli, il modo di pormi.
Mettiamoci in discussione e vediamo da dove ripartire.
Dopo nove ore trascorse fra i brividi della febbre, il senso del dovere ed i dubbi,
sono abbastanza sicura di non aver smesso di essere umana.
Ci sono delle regole, ci sono dei doveri, ci sono dei compiti e poi c'è una forte solitudine,
mi avevano avvisata che mi sarei sentita sola, ma ho preferito non dare credito, credere negli unicorni e in un mondo fatato nel quale ognuno si rendesse conto del fatto che ci siano dei doveri e dei ruoli e poi anche l'umanità, che li accompagna, sempre, anche quando non dovrebbe o quando non è evidente.
Mi viene da sorridere, ripensando al mio primo ed unico giorno di ferie, trascorso con le amiche di sempre accanto, con l'ansia, la paura, il timore, la sensazione di vivere l'ennesimo fallimento,
la sensazione di abbandono, la mancanza dei miei genitori accanto, la voglia di gioire e la convinzione che sia inutile, perché ormai, ciò che sono è stato, ciò che non ho fatto, anche e tornare indietro non è più possibile.
Il telefono acceso, i genitori che chiamano, gli allievi davanti al portone chiuso, gli interessati, i messaggini fuori luogo, non ho avuto un attimo per poter tirare un sospiro di sollievo.
E ieri sera mi sono sentita dire che faccio il minimo indispensabile ed è palese che non mi interessi più nulla.
Ed è solo l'ennesima critica che arriva, precisa, mirata, a farmi sentire così fortemente inadeguata.
Non dovrei avere potere decisionale perché le mie decisioni non risentono di una cultura mirata, preparata, non sono Lui, Lui che magicamente riusciva a fare ed essere tutto.
Sono vista che un ingranaggio di un sistema marcio e brutale che schiavizza e impone.
Sono davvero questo?
Quando ho smesso di entrare in empatia con il prossimo ed ho iniziato ad essere distaccata?
Quando ho iniziato ad essere come quel tipo con il quale sono uscita ultimamente, che parlava di numeri ed obiettivi e di aziendalismo ed economia, ma non rivolgeva parola ai bambini?
Sono tornata a casa con un disegno del mio cane firmato da una bimba che abita in un'altra regione e che il mio cane, non lo vedrà mai. E mi sono chiesta come abbiano fatto a scordarsi di alzare la testa dallo schermo per sorridere ad una bambina che attende i suoi genitori dopo una giornata frenetica, senza fine, senza averli visti.
Sono diventata anche io così?
Non ho mai pensato di lavorare con numeri, ma con persone.
E forse ho anche richiesto troppo a queste persone:
pensavo che avrebbero 'capito'.
Ma giusto due giorni fa, durante una chiamata alle undici di sera, dopo il freddo, la pioggia, il tentativo di fare la cosa giusta, ho ricordato alla mia versione adolescente, che non possiamo aspettarci che gli altri ci 'capiscano' solo perché ci 'conoscono'.
Allora perché io me lo aspetto ancora?
Le mie migliori amiche mi hanno sempre detto che da fuori sembro altro,
che si arrabbiano quando il mondo mi sceglie come riferimento espiatorio, perché non mi giro spiegando che laddove vedono rigidità o estrema frivolezza, c'è un motivo.
Le mie migliori amiche, le uniche che ho voluto accanto quando forse ci sarebbe dovuto essere altro, mi hanno sempre capita, senza bisogno dei perché.
Ed a loro rispondo che non mi interessa, che se mi conosci anche solo un po', non hai bisogno di spiegazioni, di motivi, di sapere che la mia vita familiare, amorosa, personale, lavorativa, è un casino, non hai bisogno di sapere che io stia soffrendo in maniera assurda, che mi senta solissima, che senta tutto il peso degli abbracci che non ho mai ricevuto e di quelli che non ho imparato a chiedere, che viva un fallimento continuo e perpetuo che non termina mai, neppure quando chiudo un cerchio, ho un successo. Rispondo che se vuoi sfogarti in me perché leggi in me il menefreghismo e la cattiveria, devi farlo, spaccando irreparabilmente il nostro rapporto, per sempre.
Perché anche se la domenica notte do splendidi consigli, non riesco a smettere di pensare che se entri nel mio mondo, non puoi pensare che io voglia davvero ferirti o sminuirti o farti del male.
Perché non lo farei mai con volontà e dedizione,
perché ricevere il dolore è bruttissimo e qualsiasi cosa accada, non voglio fare del male a nessuno, mai.
E se sei entrato in contatto con la mia anima e vuoi pensarmi capace di atti di volontario sadismo, non ci sarai più per me, posso ascoltare le tue opinioni, elaborarle, capire dove appaio meschina e come ho imposto malamente me stessa, ma non posso proprio più considerarti una 'mia persona'.
Se mi credi capace di tutto questo orrore, non so perdonarti.
Perché viviamo le cose per come siamo e non per come sono, quasi sempre.
Tentando di rimanere umana.
Nessun commento:
Posta un commento