Un bianco e nero un po' sfumato,
il filo nero lungo il polpaccio
ed uno sguardo supponente dalle ciglia lunghe.
Un'immagine raffinata, la mia gatta morta.
Un po' meno raffinata è la scelta di rivolgersi,in questi termini ed altri toni, ad una quasi trentenne che vaga con un ukulele azzurro cielo.
Che la sinuosità non mi appartenesse, è risultato evidente già dalle prime lezioni di danza e ginnastica ritmica nelle quali lo scatto della mia rigidità corporea poneva il limite del movimento.
Se dovessi riassumere la mia persona ed il mio atteggiamento nei confronti del mondo, la sensualità non comparirebbe neppure come accenno, mi sono rassegnata dopo essermi vista ridicola e buffa in movenze che non mi appartengono e stridono con l'armonia della mia figura.
Posso accavallare le gambe, ma per comodità e non per seduzione,
posso spostarmi i capelli, per fastidio e non per seduzione,
posso ridere, per fastidio e non per seduzione.
Con questo, non intendo giustificarmi, né tantomeno attribuire un senso negativo a qualcosa che di negativo ha poco, se non scorto nella visione del pericolo.
Pericolo, io.
Io?
Io rappresento un pericolo solo nell'intima dimensione di chi intravede nella mia giovinezza una dote, in me il riflesso delle sue insicurezze e l'incarnazione dell'opinione del proprio compagno -pessima per altro-.
Perché diciamocelo, giungere all'età della saggezza e permettersi parole scortesi che possano influire sull'opinione di terzi, solo per timore che il proprio compagno di vita possa esserne attratto, beh, è sciocco.
E sgradevole.
A tratti degradante.
Di sicuro, l'immagine della donna che voglio e spero di essere fra vent'anni, non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma in realtà, tutto sommato, non coincide neppure con quella che sono adesso.
In parte me ne compiaccio, devo ammetterlo.
In parte no, anche perché più mi guardo attorno e più scovo nelle portatrici di maturità, tratti estremamente fragili, infantili, prepotenti che vengono riversati su altri.
E ciò che mi infastidisce di più, è la legittimità della mancanza di rispetto.
La gioventù non è una colpa, non è un via libera per gli abusi, non è motivo di gelosia:
essere giovani non significa essere stupidi e non significa soprattutto consentire ad altri comportamenti scorretti, a prescindere dall'età e dalla posizione del prepotente di turno, oltre ovviamente, che del sesso.
Essere giovani presuppone solo avere ancora tempo.
Sta a noi decidere se sprecarlo per divenire solo più vecchie o sfruttarlo per divenire mature.
(E comunque la 'gatta morta' -mamma mia che brutta espressione!- non si prenderebbe mai la responsabilità del proprio pensare e la delicatezza del silenzio che mi sono permessa)
giovedì 10 agosto 2017
mercoledì 26 luglio 2017
Tasche.
Sai, il vero problema?
Il problema sono le mani.
Quelle che non tocco e non tocchi, mai.
Sono le mie mani, quelle che fissi mentre fumo e gesticolo e forse trovi esagerate.
Sono le tue mani, nascoste nelle tasche di un abito scuro e che per me, è troppo scuro.
Sono le mie mani, che stringono più forte del dovuto, per insicurezza e non per un'attitudine tennistica.
Sono le tue mani, che ho visto scrivere velocemente e distrattamente su fogli di carta volanti.
Sono le tue mani sulla maniglia della porta
e
le mie mani immerse nella mia borsa.
Le tue mani e le mie mani.
E quel muro, accanto alla porta, dove tu credevi che il mio sguardo non ti scovasse,
con la testa inclinata verso il buio e tutto il corpo sospinto verso di me.
Verso di me.
Perché se ho imparato una cosa, una sola, è che tutto parte dal baricentro ed il tuo baricentro era fra la schiena e il torace, verso il basso, leggermente a sinistra.
Lo sguardo assente.
Quelle maniche arricciate.
La testa inclinata.
E la voce, che ogni tanto ti corre via dalla gola, senza che tu te ne renda conto, senza che io, possa ignorarla.
Troppo scuro, troppo.
Avresti bisogno di un completo leggermente più chiaro, che non ti sottolinei il giallo del volto.
L'avambraccio, bianchissimo.
Il sottotesto.
Il mio ed il tuo.
Peccato.
Che.
Siano.
Diversi.
-Non posso.
Dicevi.
E nel mentre parlavi di film.
-Ma vuoi.
E nel mentre ridevo.
-Non voglio volerlo.
Ed allora, la porta.
Quella.
Porta.
Lì.
Che hai scelto di chiudere troppe volte, senza averla mai, davvero, aperta.
Mai.
E allora direi che è giunto il momento di cancellare un sottotesto che non può influire su ogni azione compiuta o incompiuta.
Di spostare il nostro baricentro e lasciare che i protagonisti di questa storia siano altri.
Hai voluto vedere in me ciò che tu sei e non osi essere ed io, io la sono stata, davvero.
Il problema sono le mani.
Quelle che non tocco e non tocchi, mai.
Sono le mie mani, quelle che fissi mentre fumo e gesticolo e forse trovi esagerate.
Sono le tue mani, nascoste nelle tasche di un abito scuro e che per me, è troppo scuro.
Sono le mie mani, che stringono più forte del dovuto, per insicurezza e non per un'attitudine tennistica.
Sono le tue mani, che ho visto scrivere velocemente e distrattamente su fogli di carta volanti.
Sono le tue mani sulla maniglia della porta
e
le mie mani immerse nella mia borsa.
Le tue mani e le mie mani.
E quel muro, accanto alla porta, dove tu credevi che il mio sguardo non ti scovasse,
con la testa inclinata verso il buio e tutto il corpo sospinto verso di me.
Verso di me.
Perché se ho imparato una cosa, una sola, è che tutto parte dal baricentro ed il tuo baricentro era fra la schiena e il torace, verso il basso, leggermente a sinistra.
Lo sguardo assente.
Quelle maniche arricciate.
La testa inclinata.
E la voce, che ogni tanto ti corre via dalla gola, senza che tu te ne renda conto, senza che io, possa ignorarla.
Troppo scuro, troppo.
Avresti bisogno di un completo leggermente più chiaro, che non ti sottolinei il giallo del volto.
L'avambraccio, bianchissimo.
Il sottotesto.
Il mio ed il tuo.
Peccato.
Che.
Siano.
Diversi.
-Non posso.
Dicevi.
E nel mentre parlavi di film.
-Ma vuoi.
E nel mentre ridevo.
-Non voglio volerlo.
Ed allora, la porta.
Quella.
Porta.
Lì.
Che hai scelto di chiudere troppe volte, senza averla mai, davvero, aperta.
Mai.
E allora direi che è giunto il momento di cancellare un sottotesto che non può influire su ogni azione compiuta o incompiuta.
Di spostare il nostro baricentro e lasciare che i protagonisti di questa storia siano altri.
Hai voluto vedere in me ciò che tu sei e non osi essere ed io, io la sono stata, davvero.
lunedì 24 luglio 2017
Arianne e Teseo.
Ti prego di tradire tutte le aspettative generali che ho nei confronti del mondo e degli uomini.
Fallo una sola volta, per insegnarmi che non mi proteggerai sempre.
Non proteggermi da quello che io voglio credere e giuro che non cadrò nella retorica del giusto e dello sbagliato, del vero e del finto, di quello che avrei ritenuto e non sarebbe poi più.
Sfida una sola volta il destino, fallo e lasciami il tempo di non pentirmi delle scelte che io non avrei intrapreso.
Rompi una volta il tuo filo, lascialo scivolare a terra e muovi le braccia che sarebbero libere e forse pesanti, sciogli i nodi ai polsi, libera le caviglie.
E quando la libertà sarà opprimente, prometto che sarò io ad inginocchiarmi e legarti di nuovo alle tensioni che ti diranno come agire.
Sarò un Arianna senza filo e tu, tu sarai un Teseo libero di scappare non appena il timore del Minotauro non sarà più un motivo sufficiente per tornare alle tue stanza.
Fallo una sola volta, per insegnarmi che non mi proteggerai sempre.
Non proteggermi da quello che io voglio credere e giuro che non cadrò nella retorica del giusto e dello sbagliato, del vero e del finto, di quello che avrei ritenuto e non sarebbe poi più.
Sfida una sola volta il destino, fallo e lasciami il tempo di non pentirmi delle scelte che io non avrei intrapreso.
Rompi una volta il tuo filo, lascialo scivolare a terra e muovi le braccia che sarebbero libere e forse pesanti, sciogli i nodi ai polsi, libera le caviglie.
E quando la libertà sarà opprimente, prometto che sarò io ad inginocchiarmi e legarti di nuovo alle tensioni che ti diranno come agire.
Sarò un Arianna senza filo e tu, tu sarai un Teseo libero di scappare non appena il timore del Minotauro non sarà più un motivo sufficiente per tornare alle tue stanza.
domenica 23 luglio 2017
Viaggi, miraggi e perifrasi.
Assurdo pensare a come abbia fatto a non guidare per così tanto tempo.
Eppure ero io, la stessa di oggi, più giovane, meno capelli bianchi, meno kg e qualche paura di troppo.
Ero io e non mi riconosco in quella me che viveva l'ansia della guida.
Buffo pensare a come poche sere fa abbia chiesto a qualcuno di poter guidare un piccolo camioncino.
Oggi, sulla mia guida, pongo battute e rido.
Da qualche anno sono diventata io, il taxi degli altri e ne sorrido compiacendomi.
Quasi ogni grande discorso inizia con un breve viaggio, almeno, per me.
Da quando l'autostrada non mi inghiotte più e le gallerie non mi soffocano,
la strada è il mio foglio ed i compagni di viaggi, interpreti di spettacoli che ancora non ho scritto.
Mi ricordo un Genova-Milano.
E un Milano-Bologna.
e poi c'è quel Firenze-Casa,
quello dove ho scritto nella mia testa, le prime parole di quelle donne di Itaca che tu, solo tu, non hai mai voluto leggere.
Vittimista, avrai pensato.
Maschilista, ti avrei urlato.
Firenze-Roma e vediamo che ne esce?
Eppure ero io, la stessa di oggi, più giovane, meno capelli bianchi, meno kg e qualche paura di troppo.
Ero io e non mi riconosco in quella me che viveva l'ansia della guida.
Buffo pensare a come poche sere fa abbia chiesto a qualcuno di poter guidare un piccolo camioncino.
Oggi, sulla mia guida, pongo battute e rido.
Da qualche anno sono diventata io, il taxi degli altri e ne sorrido compiacendomi.
Quasi ogni grande discorso inizia con un breve viaggio, almeno, per me.
Da quando l'autostrada non mi inghiotte più e le gallerie non mi soffocano,
la strada è il mio foglio ed i compagni di viaggi, interpreti di spettacoli che ancora non ho scritto.
Mi ricordo un Genova-Milano.
E un Milano-Bologna.
e poi c'è quel Firenze-Casa,
quello dove ho scritto nella mia testa, le prime parole di quelle donne di Itaca che tu, solo tu, non hai mai voluto leggere.
Vittimista, avrai pensato.
Maschilista, ti avrei urlato.
Firenze-Roma e vediamo che ne esce?
sabato 22 luglio 2017
Tradimenti.
I Greci hanno costruito la loro grammatica su un concetto risultativo estremamente brillante: il verbo oida, che prevede che io abbia visto e quindi sappia.
Mi chiedo allora, se quello che mi sia mancato, sia stato posare lo sguardo sulla parte lesa, oppure, se abbia volutamente voltato la testa per non vedere e non dover sapere.
Due anni di tradimenti, subiti ed inflitti, due anni di mancanze o assidue presente e l'unico tradimento per il quale io abbia pianto, è quello che porto dentro di me.
Inutile tentare di aprire la sfera del dolore agli altri: non posso e non voglio farlo, almeno fino a quando non sarò in grado di sostenere la delusione derivante dalla mancanza di tatto che per tutta la vita ha accompagnato ogni mia inclinazione negativa o semplicemente, il fallimento.
Ed eccomi qui, ancora una volta, dopo mesi, a considerare una mia colpa, questo corpo che mi appartiene e decide in qualche modo di non appartenermi.
Succede che i mesi passano veloci e tu ti convinci razionalmente che non esistano colpe e non avresti potuto fare nulla di diverso rispetto a quello che hai fatto e le cose succedono, così.
Ti chiedi ogni giorno se non sei stata in grado di ascoltare la voce del tuo corpo ed i segnali che ha tentato di inviarti, ti chiedi anche se quei segnali, li hai ignorati, per paura, timore, mancanza di voglia o presunta mancanza di tempo.
Ogni tanto ti assolvi.
Quasi sempre ti incrimini.
E poi.
Poi succede che qualcuno che hai vicino, vive qualcosa di simile a te ed allora tutto cambia e non riesci a smettere di inviarle pensieri positivi e piangi, piangi del suo dolore, che è anche il tuo, piangi del suo stato e del momento che vive e tu hai vissuto.
Senza sapere fino in fondo cosa possa provare, senza avere i mezzi per poterle cullare quel dolore che tu hai dovuto vivere in solitudine, che tu hai scelto di vivere in solitudine, perché hai preferito il silenzio alle parole sbagliate.
Io ho potuto sceglierlo e mi chiedo se anche lei avrebbe voluto farlo e provo a starle accanto camminando in punta di piedi e a testa bassa, seguendola con lo sguardo, da lontano, la giusta posizione che mi appartiene, non essendo la sua famiglia o una sua amica.
La guardo e quindi so.
I miei amati Greci che mi insegnano a vivere nel 2017, con la loro grammatica.
E vorrei abbracciarla e piangere con lei e dirle di non sentirsi colpevole, perché se un braccio rotto, è un braccio rotto, quello che ci succede, non è sempre limpido:
una ferita è una ferita, la puoi fasciare e stare attenta a non prendervi colpi.
Una pustola, freme e pulsa e diviene la piaga della tua anima, rottura di una natura contro la quale non sapevi di essere incazzata.
Spiegami come hai fatto ad abbandonarmi?
Perché hai scelto di punirmi?
Cosa hai fatto al mio corpo?
Un paio di mesi prima, è tutto a posto, tutto funziona e svolgiamo al meglio ogni nostra regolare funzione umana.
Un paio di mesi dopo, scopri che il tuo essere donna, si è silenziosamente ammaccato.
E tutto crolla.
Crollano le certezze.
Perché io lo so che il mio essere non dipende dalla procreazione,
so che non era e non è il momento, so che per essere madri non basta un utero, talvolta non basta neppure metterlo al mondo, un figlio.
Eppure, quella che manca, è la scelta.
Mi sento tradita da un corpo che non mi ha avvertita e non rispetta la mia libertà di scelta,
mi sento ferita da un insieme di organi giovani e controllati, curati, che hanno deciso di non essere più quello che dovrebbero, così, da un giorno all'altro.
E ti chiedi chi tu sia.
Cosa tu possa fare.
Se questo ti ha cambiata davvero per sempre e fino a quando riuscirai a trattenere le lacrime davanti ai figli degli altri, davanti alle scelte di altri.
Diventerò una di quelle antiabortiste che non tollera la fellatio in quanto assassinio di spermatozoi?
Sarò una perbenista estrema che crederà che i figli vengano quando vogliano e porterò avanti campagne contro la contraccezione?
Sarò un'acida di quelle che davanti ai bambini che piangono, tirerà dritto?
Vorrei capire perché.
Non c'è un motivo.
E lo so che ci sono cose peggiori e che non posso fasciarmi la testa.
So che ormai siamo nel 2017 e tutto è in divenire.
So anche che sono fortunata e sono sana e sono forte e sono parte di quella popolazione privilegiata che ha la facoltà di curarsi e rivolgersi ad una medicina oculata e moderna.
Però sono ferita.
Ed incazzata.
E rivolgo al mio corpo parole di rabbia e di odio, di sofferenza e di fastidio.
Perché a me?
Ebbene si, me lo sono chiesta.
Perché ora?
Perché?
Non ho risposte.
Passano i mesi ed accetto i cambiamenti, ma non riesco ad accettarli.
Pensavo che sarei riuscita a superare tutto con forza ed ironia, ma poi accade che qualcuno soffra per motivi simili ai tuoi e rivivi tutto.
E se hai la fortuna di scegliere le parole giuste, è solo perché hai la sfortuna di sentire parte del suo dolore.
E se hai la possibilità di starle accanto, la sfrutti, a costo di essere fuori luogo.
Perché in tutto questo, qualcosa di positivo ci sarà e forse è proprio questo: attraversare un dolore e viverlo giorno per giorno, per poter accarezzare da lontano, il dolore di un'altra.
Non sarò un'antiabortista.
E neppure contraria alla contraccezione.
Tanto meno riuscirei a non avvicinarmi ad un bambino triste.
Il mio disagio, deve essere solo mio.
Lo condivido con i pochi eletti, che considero in grado di capirmi, senza pensare a quanto io sia vittimista o superficiale, con chi mi getta un'occhiata ogni tanto, ma non mi impedisce di vivere una vita normale, con quelli che quando piagnucolo davanti ai loro figli, sanno che piango lacrime di gioia.
Io non sono il mio corpo.
Questo corpo che ha deciso di tradirmi e di lasciarmi priva delle mie libertà, questo corpo autoritario che pensa di poter influire così tanto sulle mie decisioni.
Non la sono.
Sai che c'è caro mio?
C'è che io non mi voglio sentire incompleta e non sarai tu a rendermi tale.
C'è che nonostante il dolore, il fastidio e la debolezza, io voglio fare tutto quello che voglio ed altro ancora e se dovrò stare sdraiata a maledire qualcuno, maledirò solo la mia cocciutaggine e non il limite imposto da te.
C'è che la vita, cazzo, va avanti, eccome se va avanti, che tu voglia o no.
Sono una donna e sarò sempre una donna a prescindere da quello che i miei organi riproduttivi vogliano o meno fare.
Pigri di merda.
Inadempienti.
Insensibili.
Irresponsabili.
Truffaldini.
Forse sarete causa del mio dolore, ma non del mio malessere.
Perché in quell'abbraccio immaginario che ho stretto ieri a distanza e con qualche messaggio, proprio nel mezzo di quell'abbraccio, io l'ho detto : "il tuo corpo ti ha tradita, ma ti prego, non tradire te stessa".
Ora e sempre, più forte di prima.
Mi chiedo allora, se quello che mi sia mancato, sia stato posare lo sguardo sulla parte lesa, oppure, se abbia volutamente voltato la testa per non vedere e non dover sapere.
Due anni di tradimenti, subiti ed inflitti, due anni di mancanze o assidue presente e l'unico tradimento per il quale io abbia pianto, è quello che porto dentro di me.
Inutile tentare di aprire la sfera del dolore agli altri: non posso e non voglio farlo, almeno fino a quando non sarò in grado di sostenere la delusione derivante dalla mancanza di tatto che per tutta la vita ha accompagnato ogni mia inclinazione negativa o semplicemente, il fallimento.
Ed eccomi qui, ancora una volta, dopo mesi, a considerare una mia colpa, questo corpo che mi appartiene e decide in qualche modo di non appartenermi.
Succede che i mesi passano veloci e tu ti convinci razionalmente che non esistano colpe e non avresti potuto fare nulla di diverso rispetto a quello che hai fatto e le cose succedono, così.
Ti chiedi ogni giorno se non sei stata in grado di ascoltare la voce del tuo corpo ed i segnali che ha tentato di inviarti, ti chiedi anche se quei segnali, li hai ignorati, per paura, timore, mancanza di voglia o presunta mancanza di tempo.
Ogni tanto ti assolvi.
Quasi sempre ti incrimini.
E poi.
Poi succede che qualcuno che hai vicino, vive qualcosa di simile a te ed allora tutto cambia e non riesci a smettere di inviarle pensieri positivi e piangi, piangi del suo dolore, che è anche il tuo, piangi del suo stato e del momento che vive e tu hai vissuto.
Senza sapere fino in fondo cosa possa provare, senza avere i mezzi per poterle cullare quel dolore che tu hai dovuto vivere in solitudine, che tu hai scelto di vivere in solitudine, perché hai preferito il silenzio alle parole sbagliate.
Io ho potuto sceglierlo e mi chiedo se anche lei avrebbe voluto farlo e provo a starle accanto camminando in punta di piedi e a testa bassa, seguendola con lo sguardo, da lontano, la giusta posizione che mi appartiene, non essendo la sua famiglia o una sua amica.
La guardo e quindi so.
I miei amati Greci che mi insegnano a vivere nel 2017, con la loro grammatica.
E vorrei abbracciarla e piangere con lei e dirle di non sentirsi colpevole, perché se un braccio rotto, è un braccio rotto, quello che ci succede, non è sempre limpido:
una ferita è una ferita, la puoi fasciare e stare attenta a non prendervi colpi.
Una pustola, freme e pulsa e diviene la piaga della tua anima, rottura di una natura contro la quale non sapevi di essere incazzata.
Spiegami come hai fatto ad abbandonarmi?
Perché hai scelto di punirmi?
Cosa hai fatto al mio corpo?
Un paio di mesi prima, è tutto a posto, tutto funziona e svolgiamo al meglio ogni nostra regolare funzione umana.
Un paio di mesi dopo, scopri che il tuo essere donna, si è silenziosamente ammaccato.
E tutto crolla.
Crollano le certezze.
Perché io lo so che il mio essere non dipende dalla procreazione,
so che non era e non è il momento, so che per essere madri non basta un utero, talvolta non basta neppure metterlo al mondo, un figlio.
Eppure, quella che manca, è la scelta.
Mi sento tradita da un corpo che non mi ha avvertita e non rispetta la mia libertà di scelta,
mi sento ferita da un insieme di organi giovani e controllati, curati, che hanno deciso di non essere più quello che dovrebbero, così, da un giorno all'altro.
E ti chiedi chi tu sia.
Cosa tu possa fare.
Se questo ti ha cambiata davvero per sempre e fino a quando riuscirai a trattenere le lacrime davanti ai figli degli altri, davanti alle scelte di altri.
Diventerò una di quelle antiabortiste che non tollera la fellatio in quanto assassinio di spermatozoi?
Sarò una perbenista estrema che crederà che i figli vengano quando vogliano e porterò avanti campagne contro la contraccezione?
Sarò un'acida di quelle che davanti ai bambini che piangono, tirerà dritto?
Vorrei capire perché.
Non c'è un motivo.
E lo so che ci sono cose peggiori e che non posso fasciarmi la testa.
So che ormai siamo nel 2017 e tutto è in divenire.
So anche che sono fortunata e sono sana e sono forte e sono parte di quella popolazione privilegiata che ha la facoltà di curarsi e rivolgersi ad una medicina oculata e moderna.
Però sono ferita.
Ed incazzata.
E rivolgo al mio corpo parole di rabbia e di odio, di sofferenza e di fastidio.
Perché a me?
Ebbene si, me lo sono chiesta.
Perché ora?
Perché?
Non ho risposte.
Passano i mesi ed accetto i cambiamenti, ma non riesco ad accettarli.
Pensavo che sarei riuscita a superare tutto con forza ed ironia, ma poi accade che qualcuno soffra per motivi simili ai tuoi e rivivi tutto.
E se hai la fortuna di scegliere le parole giuste, è solo perché hai la sfortuna di sentire parte del suo dolore.
E se hai la possibilità di starle accanto, la sfrutti, a costo di essere fuori luogo.
Perché in tutto questo, qualcosa di positivo ci sarà e forse è proprio questo: attraversare un dolore e viverlo giorno per giorno, per poter accarezzare da lontano, il dolore di un'altra.
Non sarò un'antiabortista.
E neppure contraria alla contraccezione.
Tanto meno riuscirei a non avvicinarmi ad un bambino triste.
Il mio disagio, deve essere solo mio.
Lo condivido con i pochi eletti, che considero in grado di capirmi, senza pensare a quanto io sia vittimista o superficiale, con chi mi getta un'occhiata ogni tanto, ma non mi impedisce di vivere una vita normale, con quelli che quando piagnucolo davanti ai loro figli, sanno che piango lacrime di gioia.
Io non sono il mio corpo.
Questo corpo che ha deciso di tradirmi e di lasciarmi priva delle mie libertà, questo corpo autoritario che pensa di poter influire così tanto sulle mie decisioni.
Non la sono.
Sai che c'è caro mio?
C'è che io non mi voglio sentire incompleta e non sarai tu a rendermi tale.
C'è che nonostante il dolore, il fastidio e la debolezza, io voglio fare tutto quello che voglio ed altro ancora e se dovrò stare sdraiata a maledire qualcuno, maledirò solo la mia cocciutaggine e non il limite imposto da te.
C'è che la vita, cazzo, va avanti, eccome se va avanti, che tu voglia o no.
Sono una donna e sarò sempre una donna a prescindere da quello che i miei organi riproduttivi vogliano o meno fare.
Pigri di merda.
Inadempienti.
Insensibili.
Irresponsabili.
Truffaldini.
Forse sarete causa del mio dolore, ma non del mio malessere.
Perché in quell'abbraccio immaginario che ho stretto ieri a distanza e con qualche messaggio, proprio nel mezzo di quell'abbraccio, io l'ho detto : "il tuo corpo ti ha tradita, ma ti prego, non tradire te stessa".
Ora e sempre, più forte di prima.
domenica 16 luglio 2017
Click.
Attendeva quel click come si attende il primo vagito del proprio figlio:
dolorante, sudata, preoccupata, spaventata e con tutta sè stessa.
Di lì a poco, lo avrebbe sentito, il primo vagito di sua figlia, quella figlia voluta
nonostante tutto e nonostante tutti.
Capitata come capitano tutte le cose belle della vita, per caso e per gioia.
A quella figlia avrebbe dato il nome della rinascita, quello della luce e della vita,
l'avrebbe chiamata come l'alba dalle dita di rosa, per fortuna però, nella versione abbreviata.
Ma tutto questo, non lo sapeva ancora, perchè ancora non era accaduto.
In quel momento, non sapeva in realtà neppure tutto ciò che era accaduto e tutto ciò che era
accaduto a lei.
Non esisteva più: per lei era solo attesa e batticuore.
Nell'attesa di quel click, sentiva il braccio di lui attorno alle sue spalle e voleva ricordarsi di questa
sensazione per sempre, avrebbe voluto che quella pelle le rimanesse addosso per poterla sentire la sera, per poterla accarezzare,
nel dolore, per poterla esaminare da vicino e riconoscervi una parte di sè.
Nell'attesa di quel click sentiva solo l'abbraccio di suo padre. Il primo.
Forse l'aveva già abbracciata, anzi, le piace pensare che quelle mani furono le prime a stringerla appena nata,
nascondendola e proteggendola, mentre attenda il suo primo respiro a pieni polmoni.
Un click, un'attesa a cuore aperto ed in totale apnea.
Sorride, un po' troppo.
E mentre sorride pensa a come dovrà giustificare il turbinio di emozioni alla donna che l'aspetta a casa
e che giudica tutto quello che lei sente e critica persino quell'incontro.
Un padre, il proprio padre, si dovrebbe incontrare tutti i giorni, facendo colazione o davanti alla porta del bagno,
si dovrebbe conoscere a memoria l'odore del proprio padre e le scuole frequentate e la cadenza delle sue parole.
Un padre, dovrebbe essere un papà e non uno spermatozoo che ti abbandona.
L'attesa di un click ed il dolore di tutta la propria vita:
sperare che questo istante duri per sempre per continuare ad avere accanto mio padre
e
sperare che questo istante finisca subito perchè lui mi ha abbandonata ed io non voglio amarlo.
Non lo sapeva, con quei riccioli lunghi e il sorriso troppo sorriso, che quell'uomo aveva rinunciato a sè stesso, rinunciando a lei.
CHe quell'uomo aveva combattuto anche quando non sapeva più chi era il suo nemico, per riprendersela.
Che quell'uomo l'amava così tanto da non credersi all'altezza di essere suo padre ed averla lasciata a chi le poteva dare
una vita migliore.
Perchè sulla carta era così e così ci era stato raccontato, fino a quel momento, avevamo sempre creduto all'ipotesi di una
vita migliore.
Non sapevamo ancora che quella vita migliore, ci aveva sottratti, alla nostra.
Magari non migliore, ma semplicemente alla nostra vita.
Click.
Il sorriso scompare.
Vorrei cercarti, ma dovrei odiarti.
Non mi hai voluta, non ti voglio io.
Ho una madre e mi basta.
Ti voglio bene.
Non vorrei.
Click.
Non te ne andare.
Non lasciarmi andare.
Lotta per me.
Prendimi.
Dammi una ragione per rimanere.
Vattene.
Click.
Non si può smettere di essere figlie.
Click.
Sarai sempre mio padre.
Click.
A presto.
Click.
CI sentiamo?
Non credo.
Non lo potevano sapere, ma non potremmo saperlo neppure noi, perchè le foto, parlano, ma non hanno voce,
raccontano, senza parole, ritraggono, ma non si spiegano.
CLick.
dolorante, sudata, preoccupata, spaventata e con tutta sè stessa.
Di lì a poco, lo avrebbe sentito, il primo vagito di sua figlia, quella figlia voluta
nonostante tutto e nonostante tutti.
Capitata come capitano tutte le cose belle della vita, per caso e per gioia.
A quella figlia avrebbe dato il nome della rinascita, quello della luce e della vita,
l'avrebbe chiamata come l'alba dalle dita di rosa, per fortuna però, nella versione abbreviata.
Ma tutto questo, non lo sapeva ancora, perchè ancora non era accaduto.
In quel momento, non sapeva in realtà neppure tutto ciò che era accaduto e tutto ciò che era
accaduto a lei.
Non esisteva più: per lei era solo attesa e batticuore.
Nell'attesa di quel click, sentiva il braccio di lui attorno alle sue spalle e voleva ricordarsi di questa
sensazione per sempre, avrebbe voluto che quella pelle le rimanesse addosso per poterla sentire la sera, per poterla accarezzare,
nel dolore, per poterla esaminare da vicino e riconoscervi una parte di sè.
Nell'attesa di quel click sentiva solo l'abbraccio di suo padre. Il primo.
Forse l'aveva già abbracciata, anzi, le piace pensare che quelle mani furono le prime a stringerla appena nata,
nascondendola e proteggendola, mentre attenda il suo primo respiro a pieni polmoni.
Un click, un'attesa a cuore aperto ed in totale apnea.
Sorride, un po' troppo.
E mentre sorride pensa a come dovrà giustificare il turbinio di emozioni alla donna che l'aspetta a casa
e che giudica tutto quello che lei sente e critica persino quell'incontro.
Un padre, il proprio padre, si dovrebbe incontrare tutti i giorni, facendo colazione o davanti alla porta del bagno,
si dovrebbe conoscere a memoria l'odore del proprio padre e le scuole frequentate e la cadenza delle sue parole.
Un padre, dovrebbe essere un papà e non uno spermatozoo che ti abbandona.
L'attesa di un click ed il dolore di tutta la propria vita:
sperare che questo istante duri per sempre per continuare ad avere accanto mio padre
e
sperare che questo istante finisca subito perchè lui mi ha abbandonata ed io non voglio amarlo.
Non lo sapeva, con quei riccioli lunghi e il sorriso troppo sorriso, che quell'uomo aveva rinunciato a sè stesso, rinunciando a lei.
CHe quell'uomo aveva combattuto anche quando non sapeva più chi era il suo nemico, per riprendersela.
Che quell'uomo l'amava così tanto da non credersi all'altezza di essere suo padre ed averla lasciata a chi le poteva dare
una vita migliore.
Perchè sulla carta era così e così ci era stato raccontato, fino a quel momento, avevamo sempre creduto all'ipotesi di una
vita migliore.
Non sapevamo ancora che quella vita migliore, ci aveva sottratti, alla nostra.
Magari non migliore, ma semplicemente alla nostra vita.
Click.
Il sorriso scompare.
Vorrei cercarti, ma dovrei odiarti.
Non mi hai voluta, non ti voglio io.
Ho una madre e mi basta.
Ti voglio bene.
Non vorrei.
Click.
Non te ne andare.
Non lasciarmi andare.
Lotta per me.
Prendimi.
Dammi una ragione per rimanere.
Vattene.
Click.
Non si può smettere di essere figlie.
Click.
Sarai sempre mio padre.
Click.
A presto.
Click.
CI sentiamo?
Non credo.
Non lo potevano sapere, ma non potremmo saperlo neppure noi, perchè le foto, parlano, ma non hanno voce,
raccontano, senza parole, ritraggono, ma non si spiegano.
CLick.
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