sabato 11 novembre 2017

Valore aggiunto.

"Non vale neanche la pena dare un appuntamento ad una donna che arriva puntuale".
E allora perdonami tutto, no?
Perchè se iniziamo così, con te, che mi scusi sempre ed accetti questo carattere insopportabile, poi finisce male. Finisce che inizi a piacermi e poi, quando mi piace qualcuno, cosa accade raramente, inizio a fingere di starmene sulle mie, per starti sempre attorno.
No dai, per favore, sbaglia qualcosa, per favore.
C'è questa storia dei tre mesi, con me. L'ho accennata a qualcuno l'altro giorno che mi ha detto che questa regola vale per la gravidanza e non per le relazioni, ho scrollato le spalle e sono uscita dalla porta, in fin dei conti, spiegare questa cosa ad un uomo è poco produttivo, soprattutto se è uno che preferisce metterti a disagio che ascoltarti.
I primi tre mesi sono di distacco assoluto, ti guardo, ti ascolto, cerco di capirti e di conoscerti, non ti facilito nulla, non sono simpatica, non sono dolce, non sono disponibile a fare un passo verso di te. Se poi, superi tutto questo, allora sì, vale la pena di aprirsi.
Però tu inizia a sbagliare qualcosa, ad essere meno presente, meno gentile, meno dolce, meno carino, meno comprensivo, meno spocchioso, meno simpatico, meno conciliante, tu impara ad essere meno, per favore, altrimenti poi mi piaci e il carico emotivo diventa pressante.
Sbaglia qualcosa ogni tanto.
Perchè se mi lasci i miei tempi, mi lasci i miei spazi, mi lasci le mie passioni, mi lasci i miei interessi, mi lasci la mia acidità, mi lasci l'ironia, mi lasci insomma tutto quello che significa l'individualità, poi inizio a credere che averti accanto sia un valore aggiunto e non una limitazione.

domenica 8 ottobre 2017

Tappi.

C'è una scena bruttissima.
Cioè bellissima.
Ma bruttissima, per me.
Una scena di violenza inaudita ed amore puro:
'Mia madre', Margherita, cioè Nanni, cioè Io, trova la madre alla guida di un'auto, le strappa la patente e le rompe la 600'. Senza che lei capisca che quella foga sia data dal troppo amore, dalla paura che si faccia del male, dal terrore che le possa capitare qualcosa di peggio rispetto a ciò che vive. Dal terrore che faccia del male a sè e al contempo ad altri.
Ne ho paura.
La scena dopo è una telefonata fra Nanni Moretti cioè il fratello di Margherita cioè Nanni, che la chiama per chiederle se è un bene che gli ex alunni della madre vadano a trovarla in ospedale.
Le persone che la salutano le potrebbero far capire che la fine è vicina.
Questa cosa mi terrorizza e mi addolora e al contempo ci vedo un amore infinito, un senso di protezione senza limiti.
Questo dolore nel perdere i genitori, quanto dolore nell'accompagnarli in un percorso mai percorso e che speri sempre essere tanto lontano.
Di 'mia madre' mi sono piaciute le musiche, che non saprei assolutamente suonare, con tutte quelle pause , l'autoironia e la tenerezza.
La prima volta che l'ho visto ero al cinema con i miei genitori e ho pianto, tantissimo, accanto a mio padre e a mia madre.
Era una serata strana, mi ero presa una pausa dalla mia vita semiconiugale, dal lavoro, dalle serate in casa e mi ero concessa una sera al cinema, con i miei genitori a vedere qualcosa che ci univa e non interessava minimamente a chi avevo accanto.
Mi porto nel cuore i pranzi della domenica, inaspettati, fuori tempo massimo, che mi fanno sentire una trentenne della peggior specie, una di quelle che vanno a pranzo dai genitori per non cucinare e non sparecchiano, arrivano quando tutto è pronto, pranzano, bevono una bottiglia da 20 euro, fumano una sigaretta e se ne vanno.
L'ho chiesto ai miei genitori, perchè mi concedono di essere quel genere di figlia che non sparecchia, mi hanno detto che non la sono e che a loro fa piacere così.
Mamma che cucina, papà che le sta attorno con il canovaccio in mano, la tv accesa, la tavola apparecchiata in sala da pranzo. Ed io arrivo inserendomi in questo contesto di attesa, adirittura aspettano che io arrivi per buttare la pasta. Una forma d'amore estrema che mi fa sentire un'incivile, una privilegiata, una viziata.
Ci sediamo, mangiamo, conversiamo, ci teniamo prima sul vago, niente lavoro, nè il mio nè quello di mio padre, il lavoro è bandito, poi io e mia madre finiamo per chiacchierare su qualcosa di amabilmente frivolo e ridiamo e mio padre si sente escluso da questa dimensione di sciocchezza profonda e dalle nostre teorie del banale, volutamente profonde.
Cambiamo registro, parliamo di cose serie: passioni, ma serie, interessi, ma seri, l'autismo, la pet terapia, le strutture adeguate, i piani inadeguati, ogni tanto salta fuori uno studio del quale ignoro l'autore e basiamo intere conversazioni sulla difesa e la messa in dubbio.
Il vino, che sceglie sempre papà, buono, rosso, il vino che bevo a casa di mio padre è sempre più buono del vino che bevo quando esco fuori a cena. Non si assomigliano. Credo sia per la non curanza con cui lo versa, la serenità con il quale lo stappa, non esiste cerimoniale, non è uno di quei gesti seri che fanno gli uomini o quelli tecnici dei camerieri.
Ma in fin dei conti che valenza deve dare mio padre a un gesto al quale mia madre non da nessuna importanza?Lei il vino non lo ha mai bevuto.
Però lui le stappa comunque bottiglie da venti o trenta euro e lei ne beve due dita e ride.
Ed io mentre li guardo penso che tutto sommato stanno insieme da trent'anni e non sono simili a nulla che io conosca. E vorrei urlargli tutto quello che sento, l'inadeguatezza di trovare il piatto in tavola, la stima per quelle bottiglie stappate così, la gratitudine per come si siano sempre occupati l'uno dell'altra, anche quando non c'erano, anche quando non erano presenti gli uni per gli altri, anche quando c'erano km e km di distanza fra loro.
E fra noi.
'E se la perdiamo?
Non non ce la lasciamo portare via.'
Perchè anche questo è amore.

sabato 7 ottobre 2017

Pretenziosa.

Forse ci sono situazioni dalle quali è meglio uscire un attimo, leggermente, fare un passo indietro, ma solo per capirle meglio, guardarle da un altro punto di vista, senza coinvolgimento emotivo, senza che la tua persona si rifletta in quelle stesse situazioni. Non so quanto possa essere utile tutto questo sentire, come se non avessi barriere, come se non avessi pelle, come se non ci fosse un filtro che mi potesse proteggere.
C'è una cosa terribilmente tenera che mi fa sorridere, oggi: mio padre, che non può aiutarmi questo fine settimana, anche se avrei davvero bisogno di un aiuto maschile , per quanto mi pesi dirlo. Però la sua assenza è motivata dal suo lavoro, che lo porta via anche nel sabato e nella domenica, anche quando è presente fisicamente.
Mio padre porta il mio cane nel suo ufficio.
E allora penso al mio cane, un rompiscatole di cinquanta kg, che abbaia ai colleghi, ai clienti, agli operai e a mio padre, che gli vuole un bene infinito e glielo dimostra, costantemente, occupandosi di lui e cadendo nelle offerte promozionali assurde, quali zaini per cani e collari imbottiti, fin da quella volta in cui, ferito ad un'unghietta, lo ha portato in braccio fino a casa.
La tenerezza infinita con il quale lo accudisce e la devozione con la quale il mio cane ricambia, costantemente.
Trovare un uomo così, per me, non solo è difficile, ma è proprio impossibile.
Io la devozione, la conosco, così come conosco la sua burbera tenerezza, i suoi umori dovuti a mille cose che nasconde, per proteggermi, per farmi vedere una realtà migliore di quella che è sempre stata. La figura di un padre a misura di ogni cosa, nei limiti del possibile.
E così sorrido pensando a come per troppo tempo mi sia aspettata che l'amore di un uomo verso una donna, assomigliasse vagamente a quello che mio padre mi ha insegnato, scordandomi di essere figlia e non donna, per lui.
Certo, mi ha aiutata e mi ha disegnata almeno nei tratti, per come lui desiderava fosse una figlia e anche una donna: questo senso di indipendenza, da tutti, persino da lui, che ha voluto trasmettermi, così come l'irrefrenabile voglia di giustizia e di rispetto che non mi ha mai fatto porre il problema di parlare con un uomo o con una donna, ma solo con persone. Il bisogno di affermarmi così come sono e la capacità di farlo nonostante una fisicità minuta, una voce stridula e l'emotività: mai una volta mio padre ha tentato di porre a tacere la mia emotività, forse mi ha dato modo di strumentalizzarla, di incanalizzarla, ma non di nasconderla o cancellarla. E poi, come ultimo insegnamento, il migliore, o forse, il peggiore: la verità non è mai un diritto di tutti, ognuno libero di credere ciò che voglia, senza troppe spiegazioni, senza troppe convulsioni dell'anima, perchè in fin dei conti, tutti, ci diamo la spiegazione che preferiamo darci e non quella che effettivamente è.
Come me, adesso, che forse nascondo le mie incapacità relazionali, le mie mille pretese o un brutto carattere, dietro ad una figura di riferimento altissima ed inarrivabile.
Si chiama amore ed ha molte forme e molti volti, ma la comprensione, la tenerezza ed il sostegno di mio padre, forse, non lo ritroverò mai più.
Trovare qualcuno che tiri fuori il meglio di me quando io non sono in grado di farlo e non dovermi abbassare a livelli che non mi appartengono, per non sentirmi fuori luogo.
Pretenzioso, lo so.

Pretenziosa.

Forse ci sono situazioni dalle quali è meglio uscire un attimo, leggermente, fare un passo indietro, ma solo per capirle meglio, guardarle da un altro punto di vista, senza coinvolgimento emotivo, senza che la tua persona si rifletta in quelle stesse situazioni. Non so quanto possa essere utile tutto questo sentire, come se non avessi barriere, come se non avessi pelle, come se non ci fosse un filtro che mi potesse proteggere.
C'è una cosa terribilmente tenera che mi fa sorridere, oggi: mio padre, che non può aiutarmi questo fine settimana, anche se avrei davvero bisogno di un aiuto maschile , per quanto mi pesi dirlo. Però la sua assenza è motivata dal suo lavoro, che lo porta via anche nel sabato e nella domenica, anche quando è presente fisicamente.
Mio padre porta il mio cane nel suo ufficio.
E allora penso al mio cane, un rompiscatole di cinquanta kg, che abbaia ai colleghi, ai clienti, agli operai e a mio padre, che gli vuole un bene infinito e glielo dimostra, costantemente, occupandosi di lui e cadendo nelle offerte promozionali assurde, quali zaini per cani e collari imbottiti, fin da quella volta in cui, ferito ad un'unghietta, lo ha portato in braccio fino a casa.
La tenerezza infinita con il quale lo accudisce e la devozione con la quale il mio cane ricambia, costantemente.
Trovare un uomo così, per me, non solo è difficile, ma è proprio impossibile.
Io la devozione, la conosco, così come conosco la sua burbera tenerezza, i suoi umori dovuti a mille cose che nasconde, per proteggermi, per farmi vedere una realtà migliore di quella che è sempre stata. La figura di un padre a misura di ogni cosa, nei limiti del possibile.
E così sorrido pensando a come per troppo tempo mi sia aspettata che l'amore di un uomo verso una donna, assomigliasse vagamente a quello che mio padre mi ha insegnato, scordandomi di essere figlia e non donna, per lui.
Certo, mi ha aiutata e mi ha disegnata almeno nei tratti, per come lui desiderava fosse una figlia e anche una donna: questo senso di indipendenza, da tutti, persino da lui, che ha voluto trasmettermi, così come l'irrefrenabile voglia di giustizia e di rispetto che non mi ha mai fatto porre il problema di parlare con un uomo o con una donna, ma solo con persone. Il bisogno di affermarmi così come sono e la capacità di farlo nonostante una fisicità minuta, una voce stridula e l'emotività: mai una volta mio padre ha tentato di porre a tacere la mia emotività, forse mi ha dato modo di strumentalizzarla, di incanalizzarla, ma non di nasconderla o cancellarla. E poi, come ultimo insegnamento, il migliore, o forse, il peggiore: la verità non è mai un diritto di tutti, ognuno libero di credere ciò che voglia, senza troppe spiegazioni, senza troppe convulsioni dell'anima, perchè in fin dei conti, tutti, ci diamo la spiegazione che preferiamo darci e non quella che effettivamente è.
Come me, adesso, che forse nascondo le mie incapacità relazionali, le mie mille pretese o un brutto carattere, dietro ad una figura di riferimento altissima ed inarrivabile.
Si chiama amore ed ha molte forme e molti volti, ma la comprensione, la tenerezza ed il sostegno di mio padre, forse, non lo ritroverò mai più.
Trovare qualcuno che tiri fuori il meglio di me quando io non sono in grado di farlo e non dovermi abbassare a livelli che non mi appartengono, per non sentirmi fuori luogo.
Pretenzioso, lo so.

venerdì 6 ottobre 2017

Confini 3.

Anche stasera ho finito troppo tardi.
Non vedo i risultati che vorrei, com'è possibile?
Io vorrei che tutto andasse bene o almeno, al meglio.
Per me, per quei visi felici, per chi ha pensato che ne potessi essere in grado, per sentirmi in grado di fare e di essere. P. dice che devo lavorare sui confini, ritagliarmi spazi tutti miei, lasciare perdere questi continui pensieri che mi ossessionano o forse, semplicemente, accompagnano ogni lavoro, alcuni, più di altri.
Non lo so, devo trovare il tasto giusto, qualcosa che scatti al momento più opportuno, ci deve essere. Ci sarà?
Forse riuscire a vivermi i miei spazi personali, che al momento dovrebbero divenire più sereni, più intimi, più tranquilli, dovrebbe rendermi in grado di pensare a ciò che devo, solo quando devo. Ciò che voglio è diverso, io vorrei avere mille allievi, mille gioie, mille progetti, mille soddisfazioni condivise o almeno condivisibili.
E vorrei sentirmi sempre come oggi, quando, tornando a casa, ho ancora la forza di leggere, imparare, pulire, mangiare, stendere, cucinare, spazzare, abbellirmi.
Non tutti i giorni sono uguali.
Ma le notizie dello scorso venerdi, la speranza che tutto possa migliorare, la sensazione di poter tirare, dopo mesi, un sospiro di sollievo, mi rasserena: forse è la mancanza di serenità che mi frena sotto tutti i punti di vista e non mi lascia il tempo di pensare alle gioie o alla loro accettazione.
Sono molto stanca, tantissimo: mi stanca non riuscire a fare tutto ciò che vorrei, mi stanca non essere in grado di suddividere i miei tempi in scomparti, mi frustra vedere tante piccole realtà che si uniscono e si confondono quando non dovrebbero.
Fino a poco tempo fa, credevo davvero che l'unione delle singole dimensioni mi potesse soddisfare, ma sbagliavo, solo l'esperienza te lo insegna. Ed ora lo so.
Confini, energie dosate e separazioni: mattinate a pulire casa, pomeriggi finalmente a studiare e serate trascorse con chi, pur non essendo il mio futuro, è il mio presente e mi fa ridere, bastandomi.

giovedì 5 ottobre 2017

Confini 2.

Se avessi saputo, o quanto meno sospettato, di sentire ciò che sento, cosa avrei scelto di fare?
Ho paura di rovinare ciò che tocco, ciò che mi è vicino.
Ogni tanto mi sento come una nota sbagliata:
c'è chi la ignora, chi la coglie, chi colpevolizza quella nota e chi tenta quasi di esaltarla.
Ma quella nota, come si sente? Come la vive? Si accetta?
Qualche volta si, altre no, tante altre invece non lo sa.
E gli altri, come si sentono?
Tutto quello che percepisco io, come è percepibile da fuori?
Confini, riconoscerli e come definirli.

mercoledì 4 ottobre 2017

Confini 1.

Va tutto bene.
Me lo ripeto in continuazione, ogni volta che tentenno davanti ad una decisione difficile, o quanto meno, davanti ad una decisione che mi appare tale, forse per la mia incapacità di scegliere quale sia la scelta giusta prima di pormi all'incirca 15 mila domande.
Non sono solo le conseguenze a spaventarmi, altrimenti avrei evitato di scegliere di percorrere vie strette, buie e segnalate da cartelli con la scritta 'la scelta peggiore che puoi fare è decidere di entrare qui'.
Sono le conseguenze unite ai miei sentimenti.
Riguardo a tutto.
Riguardo a quello che possa essere una concezione di giustizia universale, quella personale, quella arbitraria: perchè ogni tanto devo ricordarmi che ciò che possa apparire giusto per me, non lo sia per gli altri.
Ma devo anche ricordare che ciò che è giusto per altri e non per me, non sempre sia la soluzione per porre a tacere il dubbio di errare.
Ho sbagliato, sto sbagliando, questo sicuramente, come tutti.
Posso aver sbagliato e posso sbagliare anche adesso, in questo momento, nel quale tutto appare sfuocato.
Sto peccando di egoismo? Penso solo a me stessa?
In quale preciso istante, l'istinto di sopravvivenza personale sconfina nell'egoismo?
Non sono troppo buona, sono consapevole o almeno tento di esserla.
Diamo la colpa al greco? Al teatro? All'immedesimazione di sè negli altri?
Confini, ristabiliamo dei confini.