venerdì 18 agosto 2017

A piedi.

"Non dire una parola che non sia d'amore."

Ci sono verbi declinabili al riflessivo, verbi riflessivi e poi c'è questa forma verbale che mi lascia interdetta sull'azione del verbo:

-deridersi.

Perché esiste 'deridere', ma non mi appartiene.

'Deridersi', si.

Le uniche parole che ti abbia mai scritto, non sono d'amore.

Mi derido - riflessivo improprio-.

E chissà quante volte sia stato tu, a deridermi e quante volte lo avresti fatto, se solo sapessi, se solo pensassi, se solo capissi.

Anche se non si tratta di comprensione, dovresti folleggiare, che è diverso.

*se solo folleggiassi cazzo.

Io con te, in quarta, non ci sono mai partita.
Perché non me lo hai mai permesso.
Avrei voluto, eccome se lo avrei voluto (!).

Se fossi partita in bicicletta, ad esempio, avrei subito capito di aver commesso uno degli errori più grandi che posso immaginare di commettere.
O forse no.

Non è il mezzo, sono io.
Sono io a dover trovarmi al limite per potermi dire che ciò che faccio non mi appartiene e ciò che sono è ben diverso.

Con te, sarebbe stato diverso.

Molto.

Tutto sarebbe stato diverso.


Sai perché?

Perché tu, non mi avresti dato modo e spazio.

Avrei preferito che tu fossi più coglione, lo vorrei tantissimo, vorrei che tu fossi abbastanza coglione da volermi.
Ma sai, se lo fossi, forse, non ti vorrei io, così tanto.

O forse è solo una storia che mi racconto per comodità.
Perché non mi vuoi.
Perché non ti vuoi confondere in me.
Perché è tanto brutto provare tutto quello che provo, per qualcuno che si scorda che esisti.

Peccato però.

Perché per te, mi sarei fatta 1200 km a piedi, senza partire in quarta e sai, quanto io ami farlo.

Ed eccoti qui, eccezione delle mie eccezioni da giudizio.
Terapista d'urto.

Ed eccomi qui, a pensare a te.
Per il quale attraverserei la morale, sorridendo ed andando oltre.

Parto in quarta.
Devo smetterla.
Ho già bruciato troppe auto.




Il circolo del non detto.

Che se non ti annovero fra cazzate è solo perché tu,
non la saresti
mai.

Confonditi, con me.

giovedì 10 agosto 2017

Russia e modernità.

Il mio amato Fedor ha provato ad insegnarmelo in migliaia e migliaia di pagine, con centinaia di nomi - all'apparenza, ma non solo, tutti uguali-, con esempi, racconti, omicidi, confessioni, pensieri dell'autore e pensieri del personaggio, punto di vista interno e punto di vista esterno, laterale, imparziale e carico di giudizio: il bene e il male sono proprio dell'essere umano, è l'uomo che sceglie cosa porre in atto e quando farlo.

Per questo Fedor rimarrà nel mio cuore.
Perché mi ha insegnato ciò che la psicanalisi cura da almeno mezzo secolo e le favole ti inculcano erroneamente da sempre(quasi, ma la ricostruzione filologica della favola è complicata): i buoni ed i cattivi non esistono.

Io, per comodità e per stupidità, continuo a suddividere il mondo secondo un criterio profondamente sbagliato, lo faccio inconsapevolmente e solitamente mi aspetto dagli altri gli stessi comportamenti che adotterei io, cosa totalmente fuorviante ed illusoria.

Così, la delusione e la sofferenza.

Ed il sentirsi sciocca.

Ma Fedor, ha sempre ragione, devo impararlo.

Gatta viva.

Un bianco e nero un po' sfumato,
il filo nero lungo il polpaccio
ed uno sguardo supponente dalle ciglia lunghe.

Un'immagine raffinata, la mia gatta morta.

Un po' meno raffinata è la scelta di rivolgersi,in questi termini ed altri toni, ad una quasi trentenne che vaga con un ukulele azzurro cielo.

Che la sinuosità non mi appartenesse, è risultato evidente già dalle prime lezioni di danza e ginnastica ritmica nelle quali lo scatto della mia rigidità corporea poneva il limite del movimento.

Se dovessi riassumere la mia persona ed il mio atteggiamento nei confronti del mondo, la sensualità non comparirebbe neppure come accenno, mi sono rassegnata dopo essermi vista ridicola e buffa in movenze che non mi appartengono e stridono con l'armonia della mia figura.

Posso accavallare le gambe, ma per comodità e non per seduzione,
posso spostarmi i capelli, per fastidio e non per seduzione,
posso ridere, per fastidio e non per seduzione.

Con questo, non intendo giustificarmi, né tantomeno attribuire un senso negativo a qualcosa che di negativo ha poco, se non scorto nella visione del pericolo.

Pericolo, io.

Io?

Io rappresento un pericolo solo nell'intima dimensione di chi intravede nella mia giovinezza una dote, in me il riflesso delle sue insicurezze e l'incarnazione dell'opinione del proprio compagno -pessima per altro-.

Perché diciamocelo, giungere all'età della saggezza e permettersi parole scortesi che possano influire sull'opinione di terzi, solo per timore che il proprio compagno di vita possa esserne attratto, beh, è sciocco.
E sgradevole.
A tratti degradante.

Di sicuro, l'immagine della donna che voglio e spero di essere fra vent'anni, non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma in realtà, tutto sommato, non coincide neppure con quella che sono adesso.

In parte me ne compiaccio, devo ammetterlo.

In parte no, anche perché più mi guardo attorno e più scovo nelle portatrici di maturità, tratti estremamente fragili, infantili, prepotenti che vengono riversati su altri.

E ciò che mi infastidisce di più, è la legittimità della mancanza di rispetto.

La gioventù non è una colpa, non è un via libera per gli abusi, non è motivo di gelosia:
essere giovani non significa essere stupidi e non significa soprattutto consentire ad altri comportamenti scorretti, a prescindere dall'età e dalla posizione del prepotente di turno, oltre ovviamente, che del sesso.

Essere giovani presuppone solo avere ancora tempo.
Sta a noi decidere se sprecarlo per divenire solo più vecchie o sfruttarlo per divenire mature.

(E comunque la 'gatta morta' -mamma mia che brutta espressione!- non si prenderebbe mai la responsabilità del proprio pensare e la delicatezza del silenzio che mi sono permessa)

mercoledì 26 luglio 2017

Tasche.

Sai, il vero problema?
Il problema sono le mani.
Quelle che non tocco e non tocchi, mai.

Sono le mie mani, quelle che fissi mentre fumo e gesticolo e forse trovi esagerate.

Sono le tue mani, nascoste nelle tasche di un abito scuro e che per me, è troppo scuro.

Sono le mie mani, che stringono più forte del dovuto, per insicurezza e non per un'attitudine tennistica.

Sono le tue mani, che ho visto scrivere velocemente e distrattamente su fogli di carta volanti.

Sono le tue mani sulla maniglia della porta
e
le mie mani immerse nella mia borsa.

Le tue mani e le mie mani.

E quel muro, accanto alla porta, dove tu credevi che il mio sguardo non ti scovasse,
con la testa inclinata verso il buio e tutto il corpo sospinto verso di me.
Verso di me.

Perché se ho imparato una cosa, una sola, è che tutto parte dal baricentro ed il tuo baricentro era fra la schiena e il torace, verso il basso, leggermente a sinistra.

Lo sguardo assente.
Quelle maniche arricciate.
La testa inclinata.

E la voce, che ogni tanto ti corre via dalla gola, senza che tu te ne renda conto, senza che io, possa ignorarla.

Troppo scuro, troppo.
Avresti bisogno di un completo leggermente più chiaro, che non ti sottolinei il giallo del volto.

L'avambraccio, bianchissimo.

Il sottotesto.

Il mio ed il tuo.
Peccato.
Che.
Siano.
Diversi.

-Non posso.
Dicevi.
E nel mentre parlavi di film.

-Ma vuoi.
E nel mentre ridevo.

-Non voglio volerlo.
Ed allora, la porta.

Quella.
Porta.
Lì.

Che hai scelto di chiudere troppe volte, senza averla mai, davvero, aperta.
Mai.

E allora direi che è giunto il momento di cancellare un sottotesto che non può influire su ogni azione compiuta o incompiuta.
Di spostare il nostro baricentro e lasciare che i protagonisti di questa storia siano altri.

Hai voluto vedere in me ciò che tu sei e non osi essere ed io, io la sono stata, davvero.


lunedì 24 luglio 2017

Arianne e Teseo.

Ti prego di tradire tutte le aspettative generali che ho nei confronti del mondo e degli uomini.
Fallo una sola volta, per insegnarmi che non mi proteggerai sempre.
Non proteggermi da quello che io voglio credere e giuro che non cadrò nella retorica del giusto e dello sbagliato, del vero e del finto, di quello che avrei ritenuto e non sarebbe poi più.

Sfida una sola volta il destino, fallo e lasciami il tempo di non pentirmi delle scelte che io non avrei intrapreso.

Rompi una volta il tuo filo, lascialo scivolare a terra e muovi le braccia che sarebbero libere e forse pesanti, sciogli i nodi ai polsi, libera le caviglie.

E quando la libertà sarà opprimente, prometto che sarò io ad inginocchiarmi e legarti di nuovo alle tensioni che ti diranno come agire.

Sarò un Arianna senza filo e tu, tu sarai un Teseo libero di scappare non appena il timore del Minotauro non sarà più un motivo sufficiente per tornare alle tue stanza.


Eppure.

Eppure resta che qualcosa è accaduto,
forse un niente,
che è tutto.

Eugenio Montale.