giovedì 15 marzo 2018

Responsabilità.

Qualcuno ultimamente mi ha detto che quando sei vittima una volta, sei vittima per sempre.
Ho dissentito.

Siamo tutti vittime di qualcosa o di qualcuno, di una situazione, di noi stessi, ma ciò non significa che non esista il riscatto.
Come il Faust credo ancora nel riscatto umano. Possibile?
Utopistica, come sempre.

Sono giorni difficili questi, di settimane difficili, trovare un nuovo equilibrio è complicato ed in ogni fase di assestamento ci sono zolle che si sovrappongono sopra altre, confini che si stabiliscono per la prima volta e prevaricazioni del tutto normali : è difficile che due margini collimino perfettamente.

Marginalità.

Non ho mai ragionato in termini di marginalità, che sia anche questo uno dei miei errori?

Non ho neppure mai ragionato troppo sui numeri, ma questo è del tutto palese.

Ho mai ragionato su qualcosa? Perché a me sembra che io voglia interpretare un ruolo eroico laddove ne stia interpretando uno sciocco, scialbo, disastroso, svilente, avvilente.

Forse ho ragionato troppo poco o forse troppo a lungo, sicuramente non ho centrato nulla.

Ho mai colpito il bersaglio?

Ho mai mirato al bersaglio?

Ho mai davvero anche solo riconosciuto il bersaglio?


Stamattina ho freddo. Non è lo stesso freddo che avevo ieri sera mentre  in tarda serata camminavo al buio nel tornare a casa pensando a come ormai ci siano appuntamenti e persone che scandiscano la mia vita senza lasciarmi pensare a ciò che potrei o vorrei fare.

Sono molto debole.
Vedo attorno a  me persone sempre pronte a fare la guerra, a rispondere difendendosi ed aggredendo, a far valere opinioni ed idee fino al punto di non ritorno. Perché io non lo faccio?

Anche quando mi vengono dette cose che contrastano con i miei pensieri, mi oppongo, ma senza impormi.

"Credo che a questo punto dovreste riconsiderare il mio ruolo e vedere se sono la persona giusta, perché io mi rifiuto."

Un ruolo eroico, dicevo.
La banalità del male.
Fare qualcosa perché qualcuno ti dice di farlo, senza pensare a ciò che stai facendo.
Questo non riesco proprio a farlo.

Ma come mai non riesco ad evolvere ed impormi come fanno tutti gli altri?
Sono così convinti di essere nel giusto da trasgredire.

Io non so farlo: o manifesto la mia contrarietà o mi adeguo.

Ho sempre difeso tutti e continuo a farlo, tutti quelli che pensano che io punti il dito contro di loro.
Io le difendo e loro mi attaccano.
Una facilità nello scaricarmi addosso le colpe dei loro comportamenti da disarmarmi.

Ognuno è responsabile di ciò che fa o di ciò che non fa.
Mi prendo anche queste accuse, queste responsabilità, questo odio.

Ho sempre preferito difendere in pubblico e criticare in privato.
Ho sempre creduto che ciò che ci migliori non sia la pubblica gogna, ma un confronto sereno.
Ma poi mi rendo conto che il confronto non è mai davvero sereno, perché non sono degna di stima, degna di rispetto, la mia opinione è una voce da contrastare perché non ha valenza e allora affermare la propria attraverso l'illecito non è altro che un modo come un altro di operare e condurre la propria vita.

"è una persona intelligente, ha avuto le sue motivazioni, ha sbagliato, ma non significa che..."
"è giovane ed è la prima volta che ha una responsabilità simile, è complicato, non possiamo aspettarci tutto e subito..."
"è una fase di cambiamento, non è facile vivere il cambiamento..."
"tu non sei qui, ci sono loro e ci sono io e posso assicurarti che non è facile..."

Giorni trascorsi a trasmettere un messaggio positivo, a cercare di mediare, a cercare di tenere la barca pari per poi vivere ondate debilitanti dalla prua e dalla poppa.

Forse dovrei urlare?
Se urlassi cambierebbe qualcosa?
Se usassi gli insulti?

Non ne sono in grado.

Ma io ci credo davvero nel fatto che con la calma e la serenità si possano risolvere i problemi e si risolvano le incomprensioni. Sarà vero?

Sono solo in grado di attirare odio e malumore.
Non sono in grado di dare un'impronta positiva.

Ne soffro molto.

Ancora una volta credevo che fosse scontato che non mi potessi comportare come una stronza e sarei stata collaborativa, quantomeno leale. Non è così.


Come mai appaio sempre peggiore di quanto io realmente sia?
è la mia faccia?
è il fatto che non mi metta a parlottare?
è forse che la mia opinione di me stessa sia migliore di quanto realmente io sia?

Sono così frustrata.
Si aspettano sempre il peggio da me e dopo un po' non ho più voglia di continuare a comportarmi bene, se tanto il risultato è sempre il solito.
Però non riesco a fare diversamente, quindi tutte queste lamentele poi non mi conducono ad un vero cambiamento.

Come sono fatta male!


Avrei voglia di alzare il telefono e chiedere perché io sia costantemente giudicata, ma non lo faccio, cambierebbe poco.

Avrei voglia di mandare un po' tutto a fare in culo ed andarmene. Sono davvero convinta di poter cambiare qualcosa e che la mia pazienza faccia la differenza?

Ho un pessimo carattere, come dice mia nonna. Sono antipatica, ma poi ho atti di gentilezza imprevedibili. Lo faccio per autoscusarmi? O perché non posso non farli?

Dopo tutto, in fin dei conti, anche io non avrei una buona opinione di me. Va bene così dai.



domenica 14 gennaio 2018

Incedere che incide.

Sul mio modo di guardare le cose e di pensare a te.
Camminavi con il peso rivolto verso l'esterno, con la gamba sinistra sempre un po' troppo tesa e gli occhi sempre un po' stretti nel fissare qualcosa o qualcuno, sembravi sempre così impegnato e comunque capace di cogliere il momento e viverlo con estrema pacatezza.

Io non so dove sia tu oggi, non lo so e non voglio neppure saperlo in fondo.
So che fra un mese è San Valentino e non mi inviterai a cena fuori e neppure a cena dentro, perché la tua casa in Toscana ormai è vuota ed abitata da altri ed io, non posso più entrarci.

Se penso a quanto non volessi entrarci quella volta in cui sono rimasta ferma, fuori, incapace di muovermi e di scendere dalla mia vecchia auto, attrice muta  - ma neppure troppo - ed inconsapevolmente esposta a un pubblico : non sapevo che quelle fossero le finestre della tua cucina e l'ho capito solo dopo, entrando e fissando la mia pandina parcheggiata male.

La riproduzione casuale si ferma su Adele, "Hello" e questa volta ho proprio la certezza di dover eliminare almeno una trentina di canzoni che non aiutano a superare immagini e momenti.

Adele sulle sue relazioni disastrose ha costruito una carriera, io sono riuscita solo ad imbruttirmi con un taglio di capelli teoricamente perfetto, praticamente orrendo, ma ognuno in fin dei conti ha dalla vita ciò che merita ed evidentemente io merito brutture.

Vorrei camminare ancora nelle tue stanze, con te, che mi segui con le mani in tasca cercando di scrutare le mie espressioni.
"Penelope tu sei un'attrice, ma non riesci proprio a nascondere ciò che pensi, è così evidente, ti si legge in faccia".
Dimmi allora, cosa hai letto nel rossore che mi ha colorata l'ultima volta che siamo stati insieme in una stanza?

Perché io ne sono propriamente consapevole, sono arrossita, tantissimo, l'ho sentito il calore ed ho sentito l'emozione e se sono arrossita, la colpa è stata solo tua : ho sentito ed ho visto perfettamente quello che stavi pensando ed era bellezza e sentimento. Poi, possiamo nasconderci ed allora posso dirti che probabilmente avrò solo avuto caldo, ma lo so io e lo sai tu, che non è così. Così come so io e sai tu, che non hai trattenuto minimamente nulla di ciò che stessi provando, volutamente.

Eddai, continuiamo con "Someone like you" che la notte è giovane, io non dormo e forse Didone e Saffo hanno avuto la loro parte di ragione.

Domani mattina mi devo svegliare presto, devo insegnare la grammatica.
Ancora.
Di nuovo.
Di tutta la grammatica, anzi, le grammatiche, che conosco, mi ritrovo poi a dover sempre spiegare i soliti quattro argomenti che risultano ostici a tutti.
E lo faccio con voglia e passione, ma mi chiedo come sia possibile che tutti i ragazzini inciampino sui soliti gradini. Dimmi, lo hai notato anche tu?
Ogni tanto è strano, trovarsi a guidare qualcuno che è perfettamente in grado di guidarsi da sé, ma farlo, con la consapevolezza che in quel preciso momento, senza di te, non sa come procedere.
Poi prende il via, rimane il ricordo e tu sei l'insegnante della quale parlerà fra dieci anni agli amici, ai nipoti, dicono sempre cose come " Si, tu mi hai spiegato...".
E rimani impresso come il passivo o l'ut o l'uso del congiuntivo in greco.
Mi fa sempre sorridere.

Tu , mi fai sorridere.
Ed io, com'ero?
Difficile probabilmente, in fin dei conti con me non è mai stato facile nulla, vero?

Ottanta km per raggiungerti e poi un'irrefrenabile voglia di tornare indietro ed i capricci per scendere.
Ed oggi vorrei tanto essere lì, con te o senza di te: una delle mie manie è quella di voler vivere i posti prima che mi abbiano accolta, mi piace pensare a come fossero le cose, a cosa venisse detto, a come lo si sia detto, agli sguardi, al cibo, alle cose usate e lasciate in una stanza che non fosse la loro.
Ho sempre pensato che tutto ciò che avvenisse prima del mio arrivo, potesse essere molto più interessante di quello che ho avuto possibilità di vivere io, ho sempre desiderato di poter vivere delle situazioni da esterna, senza esserci.
Credi sia normale? Immagino di no.

Però avrei voluto vederti ridere prima di conoscermi, avrei voluto conoscere il tuo tono di voce prima che lo rivolgessi a me, desidero ancora ardentemente sapere come fosse tutto, prima, di me.

Forse perché ho sempre sentito dentro di me il timore di averle rovinate le situazioni, di averle rese meno poetiche, meno piacevoli, meno affascinante.

Un po' perché ciò che vivi è automaticamente privo dell'alone di prezioso mistero rispetto a ciò che non hai potuto conoscere per esperienza diretta ed allora mantiene un fascino estremo.

Un po' perché fondamentalmente io non mi sento mai davvero, voluta.
Anche quando ci sono, sento che sarebbe meglio che io non ci fossi.

Sono davvero poche le persone che mi abbiano fatta sentire attesa e cercata.
Tu lo hai fatto, sei stato in grado di farmi sentire al posto giusto.

Sono stata io a non riuscire a sentirmici per la maggior parte del tempo.

Mi sento così a disagio, sempre.
E più sembra che io sia padrona della situazione, più significa che mi senta fuori posto.

Sento che sia impossibile per gli altri avere voglia di condividere tempo e spazio con me,
mi sento così insopportabile ed inutile da non meritare lo spazio e il tempo degli altri e quando accade mi sento felice inizialmente, ma poi non reggo la cosa.

Mi chiedo se non sia il caso di andarmene perché temo che chi abbia davanti non abbia più voglia di stare con me.

Sono stata mandata via da casa mia talmente tante di quelle volte da non riuscire a contarle.
E tu invece casa tua me l'hai aperta, spalancata, mi hai dato chiavi ed indirizzo e mi hai fatto promettere di andarci ogni volta in cui mi sarei sentita persa.

Inutile dirti che non l'ho fatto mai.

Sarebbe risultato così sconveniente infilare quelle chiavi in quella toppa, con tutte quelle finestre e la paura di creare qualche danno irreparabile. Oggi che non posso più farlo, lo farei immediatamente.

Vorrei salire in macchina e venire a guardare il mondo dalla tua vista.

Magari immaginarti mentre bevi il caffè appoggiato a terra o mentre cammini cercando un libro, indossando una maglietta viola, oggi vorrei essere lì per dialogare con il tuo fantasma, sai?

"Penelope ma quando hai bisogno alza il telefono, che senso ha dialogare con il mio fantasma, non trovi?".
So che diresti una cosa simile, ma chiamarti adesso per dirti che mi manchi, non sarebbe assolutamente produttivo e poi di qui ci siamo già passati e poi le chiamate nel cuore della notte ed i messaggi al mattino presto, mentre apro gli occhi solo per leggerti, perché so che solo tu mi potresti scrivere a quell'ora e l'intrusione continua nella tua vita... non va bene, non più almeno, ammesso che per qualche strana ragione, per qualche tempo, possa essere andata bene così.

Sono stata pesante per te? Ti ho richiesto troppo?
Non ho saputo quale fosse il momento giusto per andarmene e smettere di scriverti.

Non c'è un punto interrogativo, perché come puoi vedere, eccomi qui, ancora, a scrivere di te, per non scrivere a te. Che poi, sto scrivendo a te, senza scriverti.

Mi si chiudono gli occhi e vorrei che l'ultima immagine che potessi vedere fossi tu.
Anzi no, le tue finestre e la tua cucina bianca.

La mia è rossa, sai, stanca la vista facilmente.

Ho tante nuove lampade, perché la luce delle lampade è molto più bella di quella dei lampadari ed allora vorrei che questa casa ne fosse piena: piena di piccole tante luci sparse, punti luce insomma, senza una luce invasiva e diretta. Insomma, vorrei che si vedesse poco e niente, come se in questo modo potessi nascondere il ragno in alto, nell'angolo, il pelo che nonostante pulisca due volte al giorno, si accumula sui tessuti e gli aloni dei vetri puliti con il panno sbagliato.

Forse vorrei riuscire a non vedermi, forse neppure io riesco a sopportarmi e forse non mi voglio attorno quando divento ossessiva e pesante e alla ricerca continua di conferme che non sono in grado di darmi.

Tu lo hai capito, quanto desiderassi sentirmi dire che fossi brava, e me lo hai detto, anche quando non aveva valore perché sapevo di non esserla, lo sentivo, ma mi sono lasciata convincere.

E stasera invece mi sento così sbagliata da aver voglia di ricercarti.
Anzi no, non di ricercare te, non lo farei mai, anche se mai forse è esagerato.

Ho vogli di rivivere il vissuto perché raramente ho vissuto qualcosa di così bello e anche se le cose belle hanno una fine, ogni tanto nascondercisi dentro è confortevole e mi serve, come una coperta quando hai freddo o il caffè quando hai sonno.

Vorrei accoccolarmi nel ricordo del vissuto piacevole fino a non sentirmi più ed allora smettere di sapermi in un qualsiasi posto.

Tra un mese è San Valentino ed io ho sempre odiato festeggiarlo, ma ancora di più odio sapere che fondamentalmente al mondo, non ci sia più nessuno che mi ami.
Perché con te se ne è andata l'ultima persona che mi abbia voluto bene.

E mi mancano gli abbracci delle mie amiche che mi fanno sentire a casa,
mi mancano le carezze che non ho avuto e che nonostante tutto desidero come aria,
mi mancano i contatti che ho sempre rifiutato per paura del rifiuto.

Io stasera vorrei essere abbracciata forte e vorrei sentirmi amata davvero, invece andrò a letto sapendo che non c'è nessuno che mi possa amare come sei riuscito ad amarmi tu ed ammesso che l'amore possa finire, non mi concedo il dubbio che potesse non essere vero come l'ho saputo sentire.

Ed allora penso che in quella sala vuota, potrei ancora sentirmi amata, nonostante il tempo e tutto ciò che è cambiato e non importa se tu non ci sei, perché sei sempre di fretta e trascorrere del tempo con me non ha più nessun valore, perché penso che se fossi in grado di sentire quell'aria, potrei rivivere un'atmosfera, anche solo per cinque minuti e sentirmi meglio.

Non so quanto risulti patetico leggere queste parole, non so neppure quanto risulti patetico scriverle fondamentalmente, perché non sapevo neppure di sentire quello che sento, prima di averlo buttato nero su schermo.

Guardo le tre sigarette rimaste nel pacchetto e non ho voglia di fumarle.

Non ho voglia neppure di finire quella tazza di tè, perché è inutile che finga, a me il tè non piace.

Mi piacerebbe sentirmi giusta per una volta.
Mi piacerebbe tanto.
Mi piacerebbe più di ogni altra cosa al mondo.

E poi so che domani mattina mi sveglierò, farò una doccia, indosserò il correttore senza pensarti e farò tutto quello che devo, lezioni, grammatica, alzerò la voce come tutte le volte che devo spiegare un concetto cercando di farlo arrivare a chi ho davanti, ci metterò impegno ed entusiasmo, mangerò al volo ed andrò probabilmente in largo anticipo a fare il mio dovere, incanalerò emozioni e le butterò fuori, ridendo un po' troppo e travestendomi da 'tuttifrutti' come dice quello che non è uno psicologo, ma un attento osservatore, ma tutto sommato ha visto in me i segni di tutto quello che ho vissuto e me li ha dati come compito a casa.

In quanto al resto, no, non ci saranno altri grandi amori, non ci saranno passioni e non ci saranno turbamenti d'animo, li ho esauriti.
Sono stata amata tanto e non mi è bastato, sono stata amata follemente e non è servito, sono stata amata fuori da ogni schema e non mi ha inquadrata.

Domani mi sveglierò e mi amerò di nuovo tantissimo come tutti i giorni, quando mi vesto per sentirmi bene ed indosso costumi diversi che mi fanno sentire tranquilla, perché io in jeans e maglietta riesco a starci solo quando sto bene e no, non sto bene nell'affrontare tutta la mia vita da sola, così ho bisogno di un volto e di un costume per interpretare ruoli che possono essere tanti anche nel corso di una sola giornata, anche se forse quello che mi riesce è meglio è quello della persona soddisfatta di sé stessa.

Come se la fossi.

Come se il raggiungimento degli obiettivi bastasse.

Come se la mancanza di condivisione non fosse un limite effettivo.

Ed invece lo è sotto ogni punto di vista.

Mi sento di troppo e sono rifiutata e durante le mie giornate non ho nessuno con il quale condividere lo stress del lavoro o le gioie che ogni tanto provo, non ho nessuno che mi ringrazia per qualcosa che non faccio, non ho abbracci, ma le distanze che vivo e che io ho sempre imposto.

Mi circondo di uomini sbagliati con i quali non riesco a condividere nulla praticamente, perché l'ultimo con il quale sono riuscita a condividere l'ipotesi di una condivisione, in una manciata di giorni si è rivelato una pressa.

Questo sentimento irrequieto, l'alternanza fra il bisogno di una nicchia sicura e la vastità del mare, come se potessi vivere in grotta Byron per sempre: da un lato l'estrema libertà e dall'altra la protezione della roccia.

Non c'è nessuno che di fondo abbia davvero piacere di vivermi ed io lo capisco, lo capisco così bene da non poterne fare una colpa a nessuno. E mi chiedo se quando le cose non mi vengano dette, non vengano dette per proteggermi o per non dover vivere l'angoscia delle mie reazioni. Mi chiedo se le cattiverie che mi fanno soffrire, siano cattiverie o sia io, sia io messa a nudo, senza la capacità di vedermi e rivisitarmi.

Non riuscirò mai a cambiare, ormai ciò che sono è stato e questo cumulo di errori ed orrori, mi appartiene, è il mio vissuto, un fardello inestimabile che mi apparterrà per sempre ed ha toni acidi e scuri e nessuno ha voglia di vivere con acidità ed oscurità, neppure tu in fin dei conti.

Per questo non ti scrivo.
Per questo non ti dirò quanto mi manchi.
Per questo resto sola e non attendo più.

Non c'è più nulla da attendere davanti ad una consapevolezza irrimediabile, quasi quanto me.

Non posso farne una colpa a  nessuno e neppure a me stessa, perché mettermi in croce non aiuterà ad essere diversa da come sono.

Chi mi ha amata ne è uscito distrutto e chi ci ha provato ha mollato la presa quando ha capito che quest'alternanza di prese e rifiuti, è deleteria.

Io così ci vivo, è sempre e solo una questione di ruoli e di alternanze.
Non esiste altro.

Non so vivere altro.

Ed allora è anche giusto che stasera io stia così.
Tutto molto giusto, anche se tutto fa un po' male.

Magari è solo una serata nera, magari sono gli ormoni, magari è la lite che ho appena vissuto, ma sono certa che non torneranno più i vecchi tempi ed i bei momenti.

Non ho più niente a cui pensare, se non al mare.

Buonanotte, mi manchi tanto e mi manca quello che mi hai fatto sentire, mi manca tutto, anche il cuore in gola che sentivo ogni volta che ti sei allontanato, mi manca e mi manchi e sembra di impazzire, ma poi passa e torniamo alla normalità.

Si, torniamo alla normalità, continuiamo ad ignorarci e a darci distinte risposte cortesi che non ci appartengono, sempre meglio delle dolorose parole spese nel farci sentire sbagliati.

giovedì 11 gennaio 2018

Di poche parole.

Credo di avere per una volta nella mia vita una quantità spropositata di serotonina in corpo.
E va bene, sia chiaro, ma non sono particolarmente abituata.
Come vorrei essere sempre in grado di prendere tutto ciò che viene come in questi giorni, senza tante parole, senza troppi pesi, così, come viene.
Non sono io, non sono fatta così e quindi sto aspettando di tornare nella normalità di ansie, paranoie, dubbi, insicurezze, drammi, problemi insormontabili che poi però vengono risolti magicamente.
Ma vivere così sarebbe stupendo.

Lampo.

In questo 2018 iniziato con cibi biologici, film d'autore e un enorme testo sulla famiglia Maraini,
ho commesso l'errore di rileggere i tuoi messaggi, quelli che contenevano la parola amore.
Perché su questi super tecnologici mezzi di comunicazione, c'è la possibilità di ricercare attraverso le parole e BAM: nero su bianco eccoti le nostre conversazioni del sabato sera, quando tu mi chiamavi ed io ero sempre in giro con qualcuno che non ti piacesse.

'Amore'.

Che ricerca strana, ricercare la parola amore fra le nostre.

Quando chiudo qualcosa, la chiudo per sempre, a costo di mangiarmi le mani fino alle nocche e fingere che tu non sia mai esistito, cosa che evidentemente non posso fare con te, almeno per i prossimi sei mesi.
Poi, tu avrai la tua vita regolare, scandita da doveri imposti ed autoimposti ed io, io sinceramente dopo i prossimi sei mesi non so dove sarò e neppure a far cosa, ma questo è un altro discorso.

Non ci sarai più e sarà più facile per me dimenticare tutto quello che sei stato, quello che decisamente non sei stato e quello che saresti potuto essere, ma abbiamo scelto che non fossi.

Però hai un merito enorme, che probabilmente riesco a riconoscerti solo adesso che non sei più la mia quotidiana abitudine sana, in fin dei conti ti ho sostituito con le merendine al farro, i legumi a pranzo e la verdura a cena.

Perché anche se mi hai ossessionata con la lotta senza sosta alle mie sigarette ed ai carboidrati per cena, tu sei stato in grado di tirare fuori tutta la mia tenerezza. Tanta, forse non tutta, ma tanta. Quella che di solito riservo ai bambini o agli animali.

Sei stato veramente bravo a farmi sentire come non mi sentivo forse da anni o forse da sempre: quella dolcezza assoluta che ha accompagnato qualsiasi cosa si sia vissuta, e che mi accompagna ancora anche se non è più correlata a te.

Mi piace.

Mi piace sentirmi tenera, mi piace esprime tenerezza e forse ho capito che tutto sommato, mi piace proprio anche ricevere la tenerezza.

Non durerà.

Me la sto godendo fino in fondo, senza esclusioni, perché so perfettamente che non durerà.

Però è stato così bello tutto quello che ho vissuto grazie a te, mi hai davvero fatta sentire diversa da come io sia stata negli ultimi due anni e per un attimo mi sono davvero vista in quell'appartamento in fondo al mondo, con le luminarie così luminose, a condividere libri ed inettitudini.

Forse le differenze fra noi erano così tante che sarebbe davvero risultato impossibile vivere insieme e costruire una serenità, fra le mie continue corse e i tuoi orari così fissi e la tisana per dormire e la medicina preventiva per la gola.
Io non prendo farmaci neppure quando sono malata, figuriamoci quando non la sono.
Mi scappa un sorriso. Tenero.

Sei riuscito a tirare fuori il peggio di te in questa rottura e definirmi una da 'pace, amore ed unicorni' non è stato carino, soprattutto perché se c'è qualcosa di bello in me, sono proprio gli unicorni, la pace e l'amore ed una visione del mondo che per forza non deve essere condivisa o imposta.
Ma che vuoi capirne tu? Che hai scelto di ferirmi senza riuscire a farlo, denigrando qualcosa che hai visto da vicino, ma forse non riesci proprio a sentire.

Sei riuscito a tirare fuori il meglio di me, in questa rottura, durante la quale io ti parlo così serena, perché sento di aver condiviso, di aver visto, di aver toccato con mano qualcosa di così distante da me, che probabilmente se non ci fossi stato tu come tramite, avrei ignorato.

Molto bello. E se oggi mi relaziono a te con tutta questa tranquillità è perché  penso che ci siano legami che vadano oltre le differenze, il vissuto e persino le condizioni, quindi perché limitarsi? Abbiamo condiviso moltissimo, non parlo dei segreti, dei pettegolezzi, delle arrabbiature, non parlo di questo tentativo goffo di relazione che c'è stata, ma abbiamo condiviso la capacità di far sentire amati e coccolati, la volontà di racchiudersi in un mondo protetto, nuovo, coinvolgente.

Sarò patetica, ma sei stata la persona giusta al momento giusto ed oggi non la sei più, così come non la sono stata io, ma che importa?

Chiusa, definitivamente, tranquillamente, felicemente.

Ma con ricordi lampo che ogni tanto mi rassicurano su chi sono e ciò do: ti ho dato tanto, molto più di quello che pensavo di essere in grado di dare. Ho scoperto cosa voglio e non lo sapevo assolutamente, ho trovato tanti nuovi inizi, tanti motivi, tante doti.

Ed io ti ringrazio, lo farò sempre.
Non so se anche tu ne sarai in grado, ma di questo, poco importa.

Ho voglia di un abbraccio tenero. Ed io non ho mai voglia di abbracci e tenerezze.
Va bene così.

martedì 19 dicembre 2017

Cuscini e pensieri.

Ho appena lasciato altri 480 euro sul sito del signor Ikea,
e mi domando se veramente ho bisogno di tutti questi cuscini per essere felice.

Ho concluso l'ordine, digitato i miei dati e poi mi sei venuto in mente tu.

Perché fondamentalmente io non avrei bisogno di due servizi da dodici bicchieri da bianco, da rosso, fondi, piani, medi, con merletti, senza merletti, reggi posate e posate in argento.
Non ne ho bisogno a tal punto che è tutto ancora inutilizzato nell'armadio di sala, accanto ai bicchieri da liquore, quelli da spumante e quelli che non ho ancora capito cosa dovrei versarci, ma sono lì.

Non avrei bisogno neppure dell'albero di Natale e di tutte queste candele che molto probabilmente non accenderò o dei copridivano coordinati alle tende che non nota quasi mai nessuno.

Eppure, la mia casa, aveva bisogno di dodici cuscini con la solita fantasia e di due guanciali nuovi per la tua schiena e di vari set di asciugamani coordinati, di un ripiano per il vino, di un altro tappeto che dovrò pulire quotidianamente e di un piccolo tavolino che ha la funzione di vassoio.

In realtà le uniche cose che servivano davvero erano le librerie dato che ormai ho pile di libri che si muovono ogni volta che passo accanto a tavoli, tavolini, panchetti, comodini e sgabelli.

Però quando ho creduto davvero che tu potessi tornare dalle mie parti, sapendo benissimo che non verrai e che se tu tornassi significherebbe non avere dignità o forza di resistenza, ho sentito l'innato bisogno di comprare questi cuscini dalle fantasie tutte più o meno simili, ma non uguali, come se avendo dei cuscini nuovi, tu potessi credermi diversa, magari più felice.

No, non la sono, sono sempre io, con gli asciugamani dalle sfumature rosse a causa di quelle lenzuola che mi piacevano tanto, ma sono sbiadite in un lavaggio sbagliato, con le fodere con stampati sopra gli animali, due gatti e due cani, per non fare torti a nessuno ed anche perché non ho trovato nessun procione, ahimè.

Sono sempre io con i miei bicchieri marocchini e le diciannove tazzine dentro il lavello dei piatti sporchi, in attesa di essere lavate, come la tuta bellissima che ho indossato il giorno in cui mi sono svegliata nel tuo letto e sono tornata di corsa nel mio mondo, senza sapere che perdesse colore e ritrovandomi le mani completamente viola.
Aveva anche le tasche quella tuta per la quale tutti mi hanno fatto i complimenti, senza sapere che non era quel pezzo di stoffa a rendermi carina, ma era il tuo pensiero che mi ha fatta sorridere per nove ore, mi ha fatta sentire importante ed in qualche modo amata.
Anche se, non era vero.

E dopo i sorrisi e le mani colorate, di quei momenti mi è restato un biglietto ed una tuta dentro al cesto dei panni sporchi in attesa di essere buttata o lavata a mano, se ne avrò il tempo.

Vorrei saperti minimizzare ed invece non posso, ho spostato il tuo nome sul lato nascosto del mio frigo, per l'ansia che qualcuno mi chiedesse cosa ci facessi sullo sportello, vallo a spiegare che per un attimo ho davvero creduto possibile che tutto quel mondo così lontano da me, fatto di ambizioni e di convinzioni, potesse rendermi felice.

Mi ha fatta sentire risolta, nella tua semplicità, priva di domande che potessero mettere in crisi la convinzione di agire nel modo giusto, per i giusti obiettivi, con le giuste intenzioni.

No, non sarei riuscita a rimanere calma per più della durata di una cena, con il tuo thè, che io non bevo, perché anche se sono trent'anni che tutti mi regalano thè credendo di fare cosa gradita, io amo il caffè e ne bevo troppo e mi sento a mio agio sentendo la tachicardia ed il tremore e il sapore di caffè amaro che ha accompagnato le notti prima degli esami, i colloqui, il primo giorno di lavoro, ogni mattina che il signore manda in terra, le corse in ospedale, le giornate fuori porta, i miei tentennamenti, gli scritti, le stampe, gli spettacoli.

Dimmi come fai a preferire la calma della camomilla all'agitazione di un caffè amaro, perché vorrei tanto essere in grado di sentirmi serena ed essere felice, ma ho sempre bisogno dell'inquietudine, i tempi stretti, le mille cose da fare, le risoluzioni, le traduzioni al volo, le ore contate per dormire, i minuti strappati per farmi l'ennesima doccia, dimmi come si fa a godersi una giornata a letto con il telefono staccato, la metro presa all'ultimo minuto, dimmi come si fa a non richiamare immediatamente l'ultima chiamata persa sul tuo cellulare e pensare di essere stati in grado di fare tutto al meglio, perché io, non lo sento mai, mai, neppure quando potrei o dovrei, neppure quando lo vorrei così tanto da gettarmi in una relazione come questa credendo di non rompermi i coglioni nel comprare cuscini coordinati, simili, ma non uguali.

Spiegami come si possa vivere senza rispondere alle chiamate nel cuore della notte del tuo ex collega che ormai è diventato un amico, impanicato, incapace a vivere almeno quanto ne sono incapace io, senza fare amicizia con baristi che lavorano a tre regioni di distanza e sono nati nel profondo sud e ti fanno sentire a casa ogni volta che gli capiti per sbaglio nel locale, ad un orario inopportuno chiedendogli consigli su di te.

Spiegami come posso rinunciare ai miei bambini, che mi fanno sentire amata dandomi la mano e chiedendomi come fossero da piccoli, o ai miei ragazzi che quando parlano di qualcuno devono sottolineare sempre che 'però la Penelope è più bella', anche quando non è vero e mi fanno piangere disperatamente nel cercare similitudini con me, mentre li guardo sapendo che sono molto migliori di me, più intelligenti, più acuti, più belli, più in gamba ed augurandogli che queste similitudini non implichino tutto il casino che ho in testa e il bisogno di rassicurazione che provo nel fumare una sigaretta dopo l'altra dopo che ho dovuto dire addio alla bocca dell'uomo che ho amato così profondamente da godere delle sue parole oltre che dei suoi baci.

Spiegami come fai, perché se ogni frase pronunciata dalla tua voce mi fa irreparabilmente ridere, ho sentito con te tutte le differenze che potessi sentire con una persona, trovando così scontato quel legame che ci ha fatti sentire in grado di poter mandare tutto al diavolo e vivere insieme, rivoluzionare le nostre vite, cambiare casa, cambiare lavoro, cambiare amici, cambiare tutto quello su cui tu hai sempre fatto affidamento ed io tento in vano di tenermi stretto.

Perché se il tuo attaccamento alla stabilità è morboso, il mio desiderio di un per sempre continuativo ed eterno, lo è ancora di più e ragionare sul breve termine mi è impossibile.


Io e te siamo completamente diversi e di questi cuscini mi sono stancata ancora prima di riceverli, ma con te, ho creduto che fosse possibile tutto, perché il nostro legame era dato dal proteggerci continuamente dal senso di abbandono e rifiuto che ci portiamo dentro.

Non ti avrei potuto colmare, non mi avresti potuta calmare, ma è stato così bello pensare che fosse possibile.

Non sarò mai serena, non ci spero più.
La serenità o la senti dentro di te o non la trovi in un matematico, chiuso, privo di curiosità, disperso in una semplicità che mi fa impazzire e mi attrae, ma non mi contiene.

Non sarò mai la persona che colmerà le tue mancanze perché io con le mancanze ci faccio i conti tutto il giorno, tutti i giorni e cerco di dimenticarmene bevendo qualche negroni di troppo e credendo che sia possibile lasciarmi invadere dall'amore di qualcuno che in ogni caso mi vorrebbe diversa da come sono mentre sono cosi stanca di essere desiderata per quella che non sono.

Otto anni fa, mi avresti amata, perdutamente ed io avrei saputo rendermi perfetta, almeno per un po'.
Ma oggi?

Oggi che ho provato la passione e la dedizione e la voglia reale di sentirmi appartenente ed appartenuta, pensi davvero che io sia in grado di plasmarmi?

A che pro?

Credi che non salterebbero fuori le nostre nature in interminabili scontri che dovrei avere solo con me stessa perché tu rifiuti il conflitto e preferisci il silenzio?

Sei un cuscino, è bello appoggiarmi a te, credo quasi di potermi abbandonare e riposarmi, ma poi mi accorgo che non è il cuscino a servirmi, ma sono io, sono solo io a potermi dare un freno ed assolvermi, non sei tu.

Quel messaggio con la tua voce, l'ho ascoltato mille volte, perché c'era un'inflessione così tenera da avermi riportata ai miei cinque anni, sul Cusna, con le Superga bianche ed il nastro a pallini al posto delle stringhe, il fango sulla punta ed io che piangevo disperata perché le mie scarpe bianche, non sarebbero più state bianche, ma avrebbero per sempre portato il segno di quella camminata fatta controvoglia, per uscire da una lite familiare, per allontanarci e lasciare il tempo di calmarsi a mia madre, quelle scarpe sporche erano la volontà di fermare una crisi di isteria ed io ne sentivo tutto il peso.

Ero con l'uomo che più amo al mondo, nel silenzio, nella natura, solo io e lui, con la sua mano che mi alzava di peso ogni volta che dovevano oltrepassare un sasso troppo grande o fare quel pezzo di monte nel quale sali così tanto che la pendenza ti costringe a camminare piegata e lui mi ha presa sulle sue spalle ed io pensavo che non mi sarei mai più sentita così al sicuro come su quel monte pendente sulle spalle di mio padre con le gambe da bimba e le Superga con i nastri blu a pallini bianchi.

Ed è così vero, perché non mi sono mai sentita così al sicuro come quando lui mi ha salvata da una giornata che prevedeva l'infelicità ed ha lasciato una traccia scura sulle mie scarpe chiare.

Non mi ha più salvata nessuno così.

Non c'è più stata una mano pronta a farmi saltare sui sassi.

Io l'ho cercata, l'ho cercata così a lungo e so che non è la tua mano quella in grado di sollevarmi di peso ed aiutarmi a saltare le difficoltà che ho ora davanti, ma ci ho sperato.

Non camminate, ma divani e letti e aria troppo calda, luce troppo forte, coperte troppo corte.

Non so perché io abbia comprato cuscini con la convinzione di vederti arrivare, come quando sei venuto ad abbracciarmi per tornartene a casa con la pioggia, davanti ad una chiesa che non conoscevi, su una panchina nella quale ho detto al mio primo fidanzato un ti amo nascosto da 'sciamo'? per la paura di aver espresso un sentimento.

Ti ho chiamato amore una mattina, ma non perché ti sentissi nel mio cuore, ti ho chiamato amore per lo sguardo di tenerezza che avevi, come ci ho chiamato i miei bambini, le amiche, come ci ho chiamato mia mamma la scorsa estate quando le ho lasciato nel primo cassetto del comodino dell'ospedale una collana di pietre colorate scrivendole che con quel camicino verde aveva bisogno di qualcosa che le ravvivasse il viso.
Perché così so esprimere l'amore, lasciando pietre colorati in cassetti inopportuni, con lo stupore della compagna di stanza che rideva del mio gesto, senza capire che solo così sarei riuscita a starle accanto senza piangere tutte le lacrime del mondo, per la paura che non si svegliasse più, per l'ansia che quei cazzo di tubicini che le uscivano da tutto il corpo, le dovessero appartenere per sempre.

La mia mamma che non è mai stata un cuscino e che ho chiamato amore per la voglia di abbracciarmela tutta senza farle male, con delicatezza.

Così ti ho chiamato amore, senza una passione, ma con la voglia di proteggerti.

Ma la voglia di proteggersi, non basta.

Rimani a casa tua, rimango a casa mia, prima o poi ci sarà modo di fare una rivoluzione,
la tua sarà lenta e pacata, la mia, inquieta, come me.

Umanità.

C'è una frase che mi porto dentro,

'ricordati di essere umano'.

Umano.

E per chi riduce la natura umana al pari di quella animale e fugge dalla violenza per paura di sbranare, forse, è importante ricordarsi di essere umani.

Mi hanno messa in discussione, pesantemente e a nessuno piace essere messi in discussione,
così come a nessuno piace sentirsi sotto accusa.

Volendo trarre un insegnamento da tutto questo, ci ho riflettuto.

Ho smesso di essere umana?

Ho sbagliato tutto,
i conti, le relazioni, gli uomini, il taglio di capelli, il modo di pormi.

Mettiamoci in discussione e vediamo da dove ripartire.

Dopo nove ore trascorse fra i brividi della febbre, il senso del dovere ed i dubbi,
sono abbastanza sicura di non aver smesso di essere umana.

Ci sono delle regole, ci sono dei doveri, ci sono dei compiti e poi c'è una forte solitudine,
mi avevano avvisata che mi sarei sentita sola, ma ho preferito non dare credito, credere negli unicorni e in un mondo fatato nel quale ognuno si rendesse conto del fatto che ci siano dei doveri e dei ruoli e poi anche l'umanità, che li accompagna, sempre, anche quando non dovrebbe o quando non è evidente.

Mi viene da sorridere, ripensando al mio primo ed unico giorno di ferie, trascorso con le amiche di sempre accanto, con l'ansia, la paura, il timore, la sensazione di vivere l'ennesimo fallimento,
la sensazione di abbandono, la mancanza dei miei genitori accanto, la voglia di gioire e la convinzione che sia inutile, perché ormai, ciò che sono è stato, ciò che non ho fatto, anche e tornare indietro non è più possibile.

Il telefono acceso, i genitori che chiamano, gli allievi davanti al portone chiuso, gli interessati, i messaggini fuori luogo, non ho avuto un attimo per poter tirare un sospiro di sollievo.

E ieri sera mi sono sentita dire che faccio il minimo indispensabile ed è palese che non mi interessi più nulla.

Ed è solo l'ennesima critica che arriva, precisa, mirata, a farmi sentire così fortemente inadeguata.

Non dovrei avere potere decisionale perché le mie decisioni non risentono di una cultura mirata, preparata, non sono Lui, Lui che magicamente riusciva a fare ed essere tutto.

Sono vista che un ingranaggio di un sistema marcio e brutale che schiavizza e impone.

Sono davvero questo?

Quando ho smesso di entrare in empatia con il prossimo ed ho iniziato ad essere distaccata?

Quando ho iniziato ad essere come quel tipo con il quale sono uscita ultimamente, che parlava di numeri ed obiettivi e di aziendalismo ed economia, ma non rivolgeva parola ai bambini?

Sono tornata a casa con un disegno del mio cane firmato da una bimba che abita in un'altra regione e che il mio cane, non lo vedrà mai. E mi sono chiesta come abbiano fatto a scordarsi di alzare la testa dallo schermo per sorridere ad una bambina che attende i suoi genitori dopo una giornata frenetica, senza fine, senza averli visti.

Sono diventata anche io così?

Non ho mai pensato di lavorare con numeri, ma con persone.
E forse ho anche richiesto troppo a queste persone:
pensavo che avrebbero 'capito'.

Ma giusto due giorni fa, durante una chiamata alle undici di sera, dopo il freddo, la pioggia, il tentativo di fare la cosa giusta, ho ricordato alla mia versione adolescente, che non possiamo aspettarci che gli altri ci 'capiscano' solo perché ci 'conoscono'.

Allora perché io me lo aspetto ancora?


Le mie migliori amiche mi hanno sempre detto che da fuori sembro altro,
che  si arrabbiano quando il mondo mi sceglie come riferimento espiatorio, perché non mi giro spiegando che laddove vedono rigidità o estrema frivolezza, c'è un motivo.

Le mie migliori amiche, le uniche che ho voluto accanto quando forse ci sarebbe dovuto essere altro, mi hanno sempre capita, senza bisogno dei perché.

Ed a loro rispondo che non mi interessa, che se mi conosci anche solo un po', non hai bisogno di spiegazioni, di motivi, di sapere che la mia vita familiare, amorosa, personale, lavorativa, è un casino, non hai bisogno di sapere che io stia soffrendo in maniera assurda, che mi senta solissima, che senta tutto il peso degli abbracci che non ho mai ricevuto e di quelli che non ho imparato a chiedere, che viva un fallimento continuo e perpetuo che non termina mai, neppure quando chiudo un cerchio, ho un successo. Rispondo che se vuoi sfogarti in me perché leggi in me il menefreghismo e la cattiveria, devi farlo, spaccando irreparabilmente il nostro rapporto, per sempre.

Perché anche se la domenica notte do splendidi consigli, non riesco a smettere di pensare che se entri nel mio mondo, non puoi pensare che io voglia davvero ferirti o sminuirti o farti del male.
Perché non lo farei mai con volontà e dedizione,
perché ricevere il dolore è bruttissimo e qualsiasi cosa accada, non voglio fare del male a nessuno, mai.

E se sei entrato in contatto con la mia anima e vuoi pensarmi capace di atti di volontario sadismo, non ci sarai più per me, posso ascoltare le tue opinioni, elaborarle, capire dove appaio meschina e come ho imposto malamente me stessa, ma non posso proprio più considerarti una 'mia persona'.

Se mi credi capace di tutto questo orrore, non so perdonarti.

Perché viviamo le cose per come siamo e non per come sono, quasi sempre.

Tentando di rimanere umana.

lunedì 18 dicembre 2017

Follie.

Che tanto quello che ho provato su quel taxi nel traffico, con le luci di Natale e il buio attorno, lo so solo io.
Non credevo sarei stata più in grado di perdere la testa.
L'ho persa.

Per una notte e mezzo, sia chiaro.

Poi l'ho ripresa e sono tornata quella di sempre.

Capisco che la mia indipendenza da te, ti abbia spaventato.

Ogni tanto spaventa anche me.

Ma io una scuola di musica dentro alla pancia l'ho avuta ed è stato proprio bello.

Grazie a te, che mi hai chiamata fin dal primo giorno 'ragazza solitaria' e forse sapevi, prima ancora di poter sapere, che nella mia solitudine, uno spazio per te forse, non ci sarebbe poi magari stato mai.

Paghi il peso di una relazione finita caro mio,
di un uomo che non mi ha lasciata distrutta, ma piena di vita.

E laddove ci sono macerie, è facile ricostruire,
dove ci sono muri portanti, o ti appoggi o te ne vai.

Non ho costruito muri con il tuo nome
e mi dispiace dirlo, ma le tue mani non ne sarebbero in grado.

Però,
grazie,
per quello che ho sentito,
ancora,
di nuovo.

E non sono follie, sono boccate di vita.

Ma uno come te, questo, non lo potrà capire mai.