Ed eccoci qui, alla resa dei conti.
Per i primi (quasi!!!) trent'anni della mia vita, ho creduto che il nomen omen fosse quello greco-eroico-ciclico, lasciandomi condizionare da un destino dettato da lettere di un alfabeto che porto impresso sulla pelle.
Dopo sette giorni, quindici ore e nove minuti trascorsi a testa in giù, escludendo tutti i casi improvvisi e necessari non calcolati, inizio a puntare tutto sul primo.
Quello che qui non ho mai citato, in quanto, mio primo nome.
A questo punto vorrei fare riferimenti a Cosimo di Rondò ed alla sua vita trascorsa sugli alberi,
parallelismo della mia attuale vita 'a testa in giù'.
Che Calvino facesse parte della mia vita, me ne sono accorta attorno ai dodici anni, dopo aver letto - e riletto- tutto quello che abbia scritto, ma non ho mai pensato all'influenza esercitata su di me.
Che abbia puntato tutto sul nome sbagliato?
Può essere, tranquillamente.
In fin dei conti, nonostante mi piaccia credermi empatica, sento le emozioni, ma continuo a non comprendere le persone.
Posso descriverle.
Posso interpretarle, come sempre, ma a modo mio e solitamente il mio modo di interpretare dista notevolmente dalla realtà dei fatti e dal modus vivendi altrui.
Interpreto laddove le parole non sono altro che segni.
Erro idealizzando un mondo di parole interpretabili in quanto sincere.
Nutro le emozioni e lascio che mi tocchino la pelle e la carne, con dolcezza, rabbia, dolore, passione ed orrore.
Questa volta i miei organi sono dilaniati dall'ennesimo sbaglio.
Che abbia confuso una eta ed una epsilon?
Che abbia volutamente male interpretato ciò che non era di mio gusto?
Può essere.
Anzi, lo è.
Qualcuno dice che non si vede il mondo per ciò che è, ma per ciò che siamo.
Lo confermo.
Sono sempre stata brava ad elencare i miei errori ed i miei difetti.
I miei ex fidanzati mi hanno sempre rimproverata il fatto di mostrare il peggio per poter essere il meglio ed è così: ti metto davanti la mia bruttura, per vedere se sei in grado di cogliere i barlumi di bellezza che come in ogni anima, risplendono anche nella mia.
Le mie amiche ridono dell'autoironia e mi ricordano ogni volta in cui perdo di vista me stessa, i miei pregi.
Difficilmente parlo dei miei pregi, perché difficilmente li colgo.
Ne ho uno.
Uno solo.
Fin troppo evidente.
La lealtà.
(Onestà dichiarata e ammirevole, costantemente associata a franchezza o a sincerità.)
Io, dai nomen omen interscambiabili e decisamente assurdi, sono leale.
E lo dico quasi con fierezza.
Scrivo questo 'quasi' con una vena di amarezza in volto, una crepa che mi sale dall'angolo del sorriso rivolto verso il basso e mi risale la tempia destra.
Lealtà non è sinonimo di stupidità, di bontà o di incapacità di porre limiti invalicabili.
Lealtà è sinonimo di sé stesso.
Adesso, non so se sia una dote ammirevole la mia, ma so che mi appartiene ed è innata:
che tu sia mio amico o conoscente o sconosciuto, io ti sono leale perché non mordo la mano che ha stretto la mia, non freno la voce che ha pronunciato parole di conforto o consiglio e soprattutto, non pugnalo alle spalle, mai.
Ho sempre preferito scagliare lance in pieno volto con il rischio di riceverne altre, dritte in cuore.
Quando parli con me, sai con chi stai parlando e quando mi ferisci, sai chi stai ferendo.
Niente doppi giochi, niente filtri, ciò che sono me lo leggi in faccia, con tutti i miei difetti e le mie complicazioni.
E se siamo così intimi da condividere la stupidità o il mero pettegolezzo, tu , da me, non puoi aspettarti dolore volontariamente inflitto.
Involontariamente, quello si, ma chiedo scusa quando me ne accorgo o ne vengo avvisata, e rimedio, rimedio sempre anche quando significa rinunciare a qualcosa di fondamentale.
Ho rinunciato alla persona che amo, per lealtà. Verso di lui e verso me stessa probabilmente.
Così quando al centro commerciale B mi chiede se l'ho più sentito, sorrido e le dico di sì, che l'ho sentito, così come si sentono le persone, parlando del più e del meno.
E non le dico che mi mangio le mani ogni volta che compongo il suo numero o lui compone il mio, perché essere leali significa anche nascondere al mondo quello che il mondo non potrebbe accettare.
Ed allora ti proteggo, ti proteggerò sempre, da B, dal mondo, dalle indiscrezioni e dallo scandalo, ti proteggerò per sempre da me e dal mio nomen omen, qualunque esso sia.
E non importa se scrivere di te sia come strapparsi i lembi di una ferita ancora sanguinante e lacerante, perché non l'ho scelto io, di nascere leale.
E se la mia onestà pare sacrificio, andrà bene anche così, perché tu non sai e nessuno saprà, solo io, chiudendo gli occhi, saprò il peso e l'onere della mia natura, quella natura fumina e celere, quella natura che per quanto io possa contrastare, avrà sempre l'ultima parola sui miei comportamenti razionali e su quelli folli.
Che nessuno sappia, che nessuno veda, che a te ci penso io, amore mio.
Amore.
Mio.
Perché si può amare anche da soli, anche quando amare perde corporeità e forse senso, quando amare non porta a nulla, quando però, non si può fare altro.
Forse sono io, a non riuscire a limitarmi e dilago e bagno i muri, scorro sotto gli stipiti delle porte e intrido i tappeti di un amore che non ha compimento e ragione di essere.
Così ti sto accanto, quando me lo permetti, se me lo permetto, per amarti come una madre, come una figlia, come una sorella, come un'amica, senza smettere, mai, neppure per un istante solo, di desiderarti, come persona.
Lealtà.
Lealtà significa proteggere la tua migliore amica da tutto, persino da sé stessa.
Lealtà significa perdere.
Sempre.
Perdere.
E allora sono una perdente.
Ma leale.
Perché in questo caos di valori ed etica, ma anche di morale, che fra i miei vari difetti ormai trovo anche un becero moralismo, credo ancora nel valore della lealtà.
E se sono dalla tua parte, la sarò per sempre, anche quando non mi sentirai o non mi vedrai o crederai di avermi persa o di sentirmi lontana, io sarò quella di sempre, perché sì, mi si legge in faccia quello che sono e forse va bene anche così.
Io ho tanto bisogno di persone dalle quali aspettarmi ciò che mi aspetto, persone che indipendentemente dalle cazzate che dico, faccio o scrivo, sono qui per me.
E sorprendentemente ci sono.
Ed io le amo.
Le amo oggi e le amerò per sempre.
Per questo voglio essere una persona dalla quale si sa già cosa ci si può aspettare.
Perché serviamo anche noi con la nostra stupidità marchiata in volto, presi sottogamba, derisi da un metodo che scavalca tutto e tutti, noi futili, noi oggetti dell'utilitarismo.
Perché quando scelgo, è per sempre.
E le poche volte in cui scelgo la parola 'fine', è davvero, per sempre.
Nomen omen?
Libera scelta.
sabato 15 luglio 2017
sabato 8 luglio 2017
DIsillusione.
Sono, mi sento e mi rendo conto di essere totalmente oppositiva.
Ed ecco, la Francia, le amiche, il sostegno.
Niente folletti.
Ieri M. mi ha detto che non sopporta questa carità nei confronti dei folletti.
La comprendo.
O p p o s i t i v a .
Mi o p p o n g o .
t a n t o
i s s i
m o
v a i
a
s o n o
o f f e s a
i r r i m e d i a b i l m e n t e
Ed ecco, la Francia, le amiche, il sostegno.
Niente folletti.
Ieri M. mi ha detto che non sopporta questa carità nei confronti dei folletti.
La comprendo.
O p p o s i t i v a .
Mi o p p o n g o .
t a n t o
i s s i
m o
v a i
a
s o n o
o f f e s a
i r r i m e d i a b i l m e n t e
Infanzia.
I miei bambini sono disperati all'idea di non vedermi più.
Un ultimo abbraccio alle pesti che hanno condizionato i miei giorni e richiesto impegno infinito.
Un bravo educatore è quello che pur facendo rispettare le regole, si fa amare.
Non so se io la sia, ma quest'avventura, mi ha dato amore e gioia.
Non denaro.
Non rispetto.
'Sei così brava con i bambini, come mai non ne hai?'
Come mai.
Come mai.
Come mai.
Mai?
Sono così giovane.
Un ultimo abbraccio alle pesti che hanno condizionato i miei giorni e richiesto impegno infinito.
Un bravo educatore è quello che pur facendo rispettare le regole, si fa amare.
Non so se io la sia, ma quest'avventura, mi ha dato amore e gioia.
Non denaro.
Non rispetto.
'Sei così brava con i bambini, come mai non ne hai?'
Come mai.
Come mai.
Come mai.
Mai?
Sono così giovane.
Bagno di Gong.
In principio fu il gong.
E da lì partì tutto.
Il suono.
La vibrazione.
L'energia.
Il formicolio lungo le gambe, nel basso ventre, il palpito nell'utero.
E la liberazione.
Chiudendo gli occhi, eri nella mia cucina.
Io indossavo una camicia bianca ed avevo i capelli corti, a caschetto.
Le dita con lo smalto rosso, senza segni.
Una fede color oro.
E te,
seduto vicino al mio frigo.
Poi la luce e il tuo sorriso triste, che amo.
Infine, le voci, gli urli, la sopraffazione.
Il voler prevalere, calpestare il rispetto, la totale mancanza di lealtà, la cattiveria.
La cattiveria.
Non penso mai che il prossimo possa davvero essere cattivo, ma questa volta è diverso.
La manipolazione, la cattiveria, il sopruso.
L'ultimo gong.
La campana del vento.
Ci sono limiti invalicabili, come quello che hanno voluto attraversare.
Questa volta è differente, non riesco ad accettare più sgarbi simili.
Gong.
La luce si accende.
Mettiamoci seduti.
In silenzio.
A guardarci negli occhi parlando di amicizia.
E da lì partì tutto.
Il suono.
La vibrazione.
L'energia.
Il formicolio lungo le gambe, nel basso ventre, il palpito nell'utero.
E la liberazione.
Chiudendo gli occhi, eri nella mia cucina.
Io indossavo una camicia bianca ed avevo i capelli corti, a caschetto.
Le dita con lo smalto rosso, senza segni.
Una fede color oro.
E te,
seduto vicino al mio frigo.
Poi la luce e il tuo sorriso triste, che amo.
Infine, le voci, gli urli, la sopraffazione.
Il voler prevalere, calpestare il rispetto, la totale mancanza di lealtà, la cattiveria.
La cattiveria.
Non penso mai che il prossimo possa davvero essere cattivo, ma questa volta è diverso.
La manipolazione, la cattiveria, il sopruso.
L'ultimo gong.
La campana del vento.
Ci sono limiti invalicabili, come quello che hanno voluto attraversare.
Questa volta è differente, non riesco ad accettare più sgarbi simili.
Gong.
La luce si accende.
Mettiamoci seduti.
In silenzio.
A guardarci negli occhi parlando di amicizia.
venerdì 30 giugno 2017
Scoperte.
Sorridere della propria ignoranza e rendersi conto che nonostante i propri limiti ci siano cose che riescano a giungerti, magari male, magari non come dovrebbero, ma arrivano.
Due giorni fa, il mio amico delle notti trascorse su scalini freddi fumando mille sigarette, quello che 'Penny se tu fossi un uomo o se io non fossi gay, saremmo la coppia perfetta",
mi ha tradotto in musica l'anima.
Quel senso di stordimento dato da prolissità e dall'incedere sicuro e perplesso, il tentativo perenne, il dubbio, l'incertezza, l'eterno interrogarsi dei miei amati russi, tradotto in note.
Rachmaninoff e l'Etude-Tableaux e...
...niente, vorrei dire qualcosa, ma non c'è nulla che io possa pensare o scrivere, forse citerei qualcosa, Delitto e Castigo o forse l'Adolescente, si, l'Adolescente.
Ieri parlandone, ho minimizzato, come sono brava a farlo!, perché vivo l'imbarazzo nel sentire in uno stato primitivo delle emozioni che non ho modo di cogliere tramite tecnica o studio.
Quelle mani che correvano velocissime su ottantotto tasti che sembravano otto e poi ottomila, un suono continuo e comunque scandito, la virgola giusta, nel giusto inciso, nel paragrafo giusto.
E che puoi dire, di tutto questo?
Rimani ferma, con gli occhi chiusi e ti senti passare il treno di Anna sulla testa, mentre sei tu a scegliere fra cuore e mente, convenzioni e libertà, amore e dolore.
Non riesco a smettere di ascoltare questo russo che mi traduce parole che non pronuncio, in note, che non sono più solo suoni, ma vibrazioni che mi impongono di chiudere gli occhi e stare ferma, attenta e completamente rilassata.
Quasi al pari del mare e dell'acqua nella quale mi rifugio per proteggermi dalle brutture del mondo.
Due giorni fa, il mio amico delle notti trascorse su scalini freddi fumando mille sigarette, quello che 'Penny se tu fossi un uomo o se io non fossi gay, saremmo la coppia perfetta",
mi ha tradotto in musica l'anima.
Quel senso di stordimento dato da prolissità e dall'incedere sicuro e perplesso, il tentativo perenne, il dubbio, l'incertezza, l'eterno interrogarsi dei miei amati russi, tradotto in note.
Rachmaninoff e l'Etude-Tableaux e...
...niente, vorrei dire qualcosa, ma non c'è nulla che io possa pensare o scrivere, forse citerei qualcosa, Delitto e Castigo o forse l'Adolescente, si, l'Adolescente.
Ieri parlandone, ho minimizzato, come sono brava a farlo!, perché vivo l'imbarazzo nel sentire in uno stato primitivo delle emozioni che non ho modo di cogliere tramite tecnica o studio.
Quelle mani che correvano velocissime su ottantotto tasti che sembravano otto e poi ottomila, un suono continuo e comunque scandito, la virgola giusta, nel giusto inciso, nel paragrafo giusto.
E che puoi dire, di tutto questo?
Rimani ferma, con gli occhi chiusi e ti senti passare il treno di Anna sulla testa, mentre sei tu a scegliere fra cuore e mente, convenzioni e libertà, amore e dolore.
Non riesco a smettere di ascoltare questo russo che mi traduce parole che non pronuncio, in note, che non sono più solo suoni, ma vibrazioni che mi impongono di chiudere gli occhi e stare ferma, attenta e completamente rilassata.
Quasi al pari del mare e dell'acqua nella quale mi rifugio per proteggermi dalle brutture del mondo.
mercoledì 28 giugno 2017
martedì 27 giugno 2017
Anche oggi cresco domani.
"Lui impiegava il suo tempo per soffrire del tempo che passava"
Circolare, non penso, ma vivo, circolarmente.
Ed ecco qui, il libro iniziato a settembre, ancora fra le mie mani, per poter terminare in questa fine di giugno le ultime pagine di un ultimo capitolo.
"Del provar piacere nel poter rimpiangere il desiderio"
Si legge ciò che si è, si scrive ciò che si è, sempre.
E allora, questo ho sentito.
Poi, ho ascoltato anche Preludi e Ballate ed ho colto la battuta su Bach e Chopin:
forse si dovrebbe vivere come suona il primo e invece, si finisce sempre nel vortice del secondo.
Ho ascoltato tutto. Poi ho spento.
Ed ho ricominciato ad ascoltare.
Poi mi sono emozionata nel silenzio.
Così ho ricominciato.
Quante cose ho imparato finendo qui, per caso e per sorte.
Nell'ultimo anno ho bevuto un'infinità di bottigliette d'acqua frizzante, cenato fuori qualche volta di troppo, trascorso almeno trenta serate in Loggia, baciato una serie imbarazzante di persone e mentito a me stessa ogni volta che mi domandavo se tutto quel vivere mi avrebbe condotta a qualcosa.
No.
Meglio dare la colpa della mia demenza al Negroni sbagliato ed alla crema di caffè.
Nell'ultimo anno ho fumato circa un pacchetto di sigarette al giorno, provato a smettere almeno in due occasioni, ho regalato la mia sigaretta elettronica viola ad un completo sconosciuto e lasciato a Paola il resto del tabacco che non mi riesce a dare la soddisfazione che ricerco.
Ho mentito a me stessa almeno tre volte, ma nessuna maschera teatrale, trucco compreso, hanno retto al confronto con la solitudine e l'intimità.
Ho comprato una scala e nessuna porta che la celi: in fin dei conti, è meglio farci i conti tutti i giorni con i gradini, non sia mai che possa dimenticarne uno e finire per farmi il male che ho sempre cercato di evitare.
Il dolore fisico, mia grande paura, il dolore che da un anno porto in me, senza che nessuno sappia, senza che nessuno veda, perché credere alle mie parole sarebbe costato troppo, quasi tutto ed allora, ho lasciato il premio 'vittima dell'anno' ad Ulisse.
Ulisse, che oggi, con stanotte, esce definitivamente da ogni cartina disegnata o colorata o immaginata.
Oggi è il mio ultimo dell'anno e anche se non indosso nulla di rosso e rinnego il luccichio costantemente, festeggio: nessun calice di Ferrari, solo io, che dimentico Itaca.
Perché Itaca, non è più casa mia.
La è stata ed ho intrapreso un viaggio lungo un anno per dimenticarmi giorno dopo giorno, le piccole insenature, le venature del legno di quella che era la mia cucina, la finestra bassa sulla quale fumavo e sognavo guardando una strada che ormai non è più la strada del ritorno, ho detto addio al cancello dentro al quale ho imparato così tardi a parcheggiare e nel quale lo spazio per me era esiguo.
Ho detto addio alla terrazza sulla quale mi sono stesa a guardare le stelle e a fare l'amore, quella sulla quale le cene, gli amici, il vino, le risate, abbondavano.
Ho detto addio alle luci di Itaca e a quel senso di inumana responsabilità che sentivo dentro al cuore quando prendere decisioni per la vita del mio Ulisse non mi lasciava dormire la notte e mi fermava il respiro e mi creava il panico.
Essere forti, quando devi essere forte.
Sono così brava.
Eppure, credo che la vera forza, sia essere forti quando si può non esserlo.
Ed allora, oggi, io dico che si, sono bravissima ed ho abbandonato la mia terra, perché quell'isola non era più mia neppure mentre l'abitavo, così come quell'uomo, non era il mio ancora prima della sua partenza e di Circe e di tutto quello che era vita sua e non mia.
Addio Itaca, oggi, fra il violino e la luce riflessa su quel pianoforte laggiù, io ti saluto, come non ho mai fatto.
Ti saluto e ti ringrazio di tutto quello che mi hai dato modo di essere e per tutto quello che ho imparato sui tuoi pavimenti, fra le lenzuola ed il cortile, perché oggi so davvero, che tutto quello che era Itaca, non mi appartiene.
Non mi appartiene più.
In quanto a te, che sfoggi dichiarazioni con non curanza e mostri al mondo le immagini del tuo nuovo amore, a te, auguro il meglio di tutto il meglio che ci possa essere, nella tua isola, la sola che possa contenerti. Circondato dal mare.
Lontano da me.
In quanto a me...
...io sono Penelope.
La sono da sempre.
La sono da quando porto un nome che mi ha previsto un destino di attesa e gomitoli, quelli che lavoro con passione e precisione, io sono Penelope e l'Odissea, non è mai stata la mia storia.
Nessuno mi ha mai chiesto cosa provassi io, chi fossi realmente, perché mi fossi legata a quell'eroe che in casa urlava e piangeva e non contemplava altra presenza, che la sua.
Penelope, torna subito.
Solo se ne vale la pena.
Penelope, è andata via, per sempre.
Perché nessun uomo è un'isola e allora, figuriamoci se possa esserla donna.
E mi perdono di tutto, persino di quello che non ho mai commesso, affermandolo.
Perché stasera, prima di andare a letto, in un letto solo mio, avrò il tempo di struccarmi, guardarmi in faccia e trovarmi finalmente e del tutto, diversa.
Invecchiata magari, ma serena.
Senza più turbamenti.
Ciclica, come la lettura di quel libro da settembre a giugno,
ciclicamente, dico addio a tutto.
Oggi è il primo giorno della mia vita.
Porto tutto con me, non ignoro, ma dimentico.
Addio Itaca petrosa e ventosa.
Non sarà un cieco Omero a parlare di me, no.
Di me stessa, scrivo io.
Auguri Penelope.
Circolare, non penso, ma vivo, circolarmente.
Ed ecco qui, il libro iniziato a settembre, ancora fra le mie mani, per poter terminare in questa fine di giugno le ultime pagine di un ultimo capitolo.
"Del provar piacere nel poter rimpiangere il desiderio"
Si legge ciò che si è, si scrive ciò che si è, sempre.
E allora, questo ho sentito.
Poi, ho ascoltato anche Preludi e Ballate ed ho colto la battuta su Bach e Chopin:
forse si dovrebbe vivere come suona il primo e invece, si finisce sempre nel vortice del secondo.
Ho ascoltato tutto. Poi ho spento.
Ed ho ricominciato ad ascoltare.
Poi mi sono emozionata nel silenzio.
Così ho ricominciato.
Quante cose ho imparato finendo qui, per caso e per sorte.
Nell'ultimo anno ho bevuto un'infinità di bottigliette d'acqua frizzante, cenato fuori qualche volta di troppo, trascorso almeno trenta serate in Loggia, baciato una serie imbarazzante di persone e mentito a me stessa ogni volta che mi domandavo se tutto quel vivere mi avrebbe condotta a qualcosa.
No.
Meglio dare la colpa della mia demenza al Negroni sbagliato ed alla crema di caffè.
Nell'ultimo anno ho fumato circa un pacchetto di sigarette al giorno, provato a smettere almeno in due occasioni, ho regalato la mia sigaretta elettronica viola ad un completo sconosciuto e lasciato a Paola il resto del tabacco che non mi riesce a dare la soddisfazione che ricerco.
Ho mentito a me stessa almeno tre volte, ma nessuna maschera teatrale, trucco compreso, hanno retto al confronto con la solitudine e l'intimità.
Ho comprato una scala e nessuna porta che la celi: in fin dei conti, è meglio farci i conti tutti i giorni con i gradini, non sia mai che possa dimenticarne uno e finire per farmi il male che ho sempre cercato di evitare.
Il dolore fisico, mia grande paura, il dolore che da un anno porto in me, senza che nessuno sappia, senza che nessuno veda, perché credere alle mie parole sarebbe costato troppo, quasi tutto ed allora, ho lasciato il premio 'vittima dell'anno' ad Ulisse.
Ulisse, che oggi, con stanotte, esce definitivamente da ogni cartina disegnata o colorata o immaginata.
Oggi è il mio ultimo dell'anno e anche se non indosso nulla di rosso e rinnego il luccichio costantemente, festeggio: nessun calice di Ferrari, solo io, che dimentico Itaca.
Perché Itaca, non è più casa mia.
La è stata ed ho intrapreso un viaggio lungo un anno per dimenticarmi giorno dopo giorno, le piccole insenature, le venature del legno di quella che era la mia cucina, la finestra bassa sulla quale fumavo e sognavo guardando una strada che ormai non è più la strada del ritorno, ho detto addio al cancello dentro al quale ho imparato così tardi a parcheggiare e nel quale lo spazio per me era esiguo.
Ho detto addio alla terrazza sulla quale mi sono stesa a guardare le stelle e a fare l'amore, quella sulla quale le cene, gli amici, il vino, le risate, abbondavano.
Ho detto addio alle luci di Itaca e a quel senso di inumana responsabilità che sentivo dentro al cuore quando prendere decisioni per la vita del mio Ulisse non mi lasciava dormire la notte e mi fermava il respiro e mi creava il panico.
Essere forti, quando devi essere forte.
Sono così brava.
Eppure, credo che la vera forza, sia essere forti quando si può non esserlo.
Ed allora, oggi, io dico che si, sono bravissima ed ho abbandonato la mia terra, perché quell'isola non era più mia neppure mentre l'abitavo, così come quell'uomo, non era il mio ancora prima della sua partenza e di Circe e di tutto quello che era vita sua e non mia.
Addio Itaca, oggi, fra il violino e la luce riflessa su quel pianoforte laggiù, io ti saluto, come non ho mai fatto.
Ti saluto e ti ringrazio di tutto quello che mi hai dato modo di essere e per tutto quello che ho imparato sui tuoi pavimenti, fra le lenzuola ed il cortile, perché oggi so davvero, che tutto quello che era Itaca, non mi appartiene.
Non mi appartiene più.
In quanto a te, che sfoggi dichiarazioni con non curanza e mostri al mondo le immagini del tuo nuovo amore, a te, auguro il meglio di tutto il meglio che ci possa essere, nella tua isola, la sola che possa contenerti. Circondato dal mare.
Lontano da me.
In quanto a me...
...io sono Penelope.
La sono da sempre.
La sono da quando porto un nome che mi ha previsto un destino di attesa e gomitoli, quelli che lavoro con passione e precisione, io sono Penelope e l'Odissea, non è mai stata la mia storia.
Nessuno mi ha mai chiesto cosa provassi io, chi fossi realmente, perché mi fossi legata a quell'eroe che in casa urlava e piangeva e non contemplava altra presenza, che la sua.
Penelope, torna subito.
Solo se ne vale la pena.
Penelope, è andata via, per sempre.
Perché nessun uomo è un'isola e allora, figuriamoci se possa esserla donna.
E mi perdono di tutto, persino di quello che non ho mai commesso, affermandolo.
Perché stasera, prima di andare a letto, in un letto solo mio, avrò il tempo di struccarmi, guardarmi in faccia e trovarmi finalmente e del tutto, diversa.
Invecchiata magari, ma serena.
Senza più turbamenti.
Ciclica, come la lettura di quel libro da settembre a giugno,
ciclicamente, dico addio a tutto.
Oggi è il primo giorno della mia vita.
Porto tutto con me, non ignoro, ma dimentico.
Addio Itaca petrosa e ventosa.
Non sarà un cieco Omero a parlare di me, no.
Di me stessa, scrivo io.
Auguri Penelope.
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