giovedì 19 gennaio 2017

Senza renderlo prigioniero.

Io cerco la persona che sia capace di amare l’altro senza per questo punirlo, senza renderlo prigioniero o dissuaderlo;
cerco questa persona del futuro che sappia realizzare un amore indipendente dai vantaggi o svantaggi sociali,
affinché
l’amore sia sempre fine a se stesso
e non solo il mezzo in vista di uno scopo.



(Carl Gustav Jung a Sabina Spielrein )

mercoledì 18 gennaio 2017

Nome non ha.

Nome non ha,
amore non voglio chiamarlo
questo che provo per te,
non voglio che tu irrida al cuor mio
com’altri a’ miei canti,
...
ma, guarda,
se amore non è
pur vero è
che di tutto quanto al mondo vive
nulla m’importa come di te,
de’ tuoi occhi de’ tuoi occhi
donde sì rado mi sorridi,
della tua sorte che non m’affidi,
del bene che mi vuoi e non dici,
oh poco e povero, sia,
ma nulla al mondo più caro m’è,
e anch’esso,
e anch’esso quel tuo bene
nome non ha…
Sibilla Aleramo

martedì 17 gennaio 2017

Mattino.

La mia storia d'amore con le finestre non avrà mai fine, soprattutto con questa.
Una portafinestra, doppio battente, in legno, forse noce.
Una finestra, una portafinestra.

L'ho vista spalancata sul giardino che da tanta parte lo sguardo esclude ed include.
Due battenti aperti sul mio destino e sulle infinite possibilità che la vita poteva riservare, a me, per me.
Ancora una volta ancorata ad una finestra.

I vetri sporchi, pieni di ditate di mani piccine, una retina arancione presto sostituita da veli con foglie e ricami, veli vecchi, che avevo comprato per quella casa che un tempo sentivo così mia e che proprio il tempo ha dimostrato non essere mia.

Mi manca il sole.
Mi manca la mattina.
Mi mancano le mattinate assolate e l'una del pomeriggio, il caldo che entra nei riflessi e negli occhi, sulla pelle, sulle mani, fra i capelli, sui vestiti.
Il sole che si impossessa di tutto, senza appropriarsi di nulla.

Mi piacciono le luci del mattino che attraversano i vetri, mi fanno sentire serena.

Niente stelle al neon, niente universo, ma le luci del mattino hanno sempre quel suono che mi fanno sentire un eroe a tempo perso e gli ombrelli possono rimanere agli ombrellai, tanto, anche quando piove, non riesco a credere negli ombrelli.

Pochi mesi e tutto questo sarà finito, davvero finito. Non nutro buone sensazioni, ne ho di pessime, mi sento abbandonata a un destino che non volevo prendesse questa piega, speravo di poter aprire questi battenti per molto tempo ancora, pensavo di sentire serenità oltre al tempo delle luci del mattino.

Ho paura che tutto questo finisca ed ho timore di avere ragione. Mi sento un pesce fuor d'acqua. Non mi sento più a mio agio ed vorrei godere del momento, ma non ne sono capace, forse.

Soffro del distacco da un posto che ho sentito casa proprio mentre avevo abbandonato l'ultimo luogo che ho sentito mio.

Le chiavi, la porta, la luce, quell'aula grande sempre illuminata, che adesso mi manca, pur potendoci entrare in qualsiasi momento.

Io i posti li sento quando mi abbandonano, li sento salutarmi, sento il loro addio, sento che mi mancheranno prima ancora di perderli e non vorrei perdere questo.

Quella stanzina così piccola dove ho chiamato così tante voci per sapere se sarebbero mai diventate mani, volti, nomi, per me.

La panca dove ho fatto le cinque del mattino più di una volta.

I tasto che ho suonato per la prima volta, di nascosto e poi ho tentato di suonare svariate volte.

Le sedie che chiudo e quella che non riesco a far star su, quasi il mio peso fosse troppo, troppo a lungo.

Il pc che parte quando vuole lui.

Il bagno che ho lavato, i pavimenti che ho pulito ed i panchetti che tendo ad impilare per una qualche mia strana mania.

Mi manca questo posto, perchè non lo sento già più come lo sentivo tre mesi fa e se fra poco tutto finisce, io che faccio?
Lo saluto.

Ma rimarrà sempre nel mio cuore.

Un'esperienza bellissima.

Devo imparare a vivere tutto come un'esperienza senza cercare stabilità e serenità.

Devo imparare a vivere senza aspettative, con leggerezza.

Devo imparare.

E dove si può imparare, se non in una scuola?

domenica 15 gennaio 2017

Mancanze interrotte.

Mi mancano le mie foto, i miei ricordi, le immagini, mi mancano le raccolte di scontrini, biglietti, i segni sui muri, mi manca la vista da quella finestra così bassa da poter essere scavalcata, mi manca appoggiarmi allo stipite e fumare con l'aria che circola veloce dalla sala, mi manca il freddo leggero, quello estivo che sentivo alle due di notte quando a luglio guardavo le stelle seduta su quello scalino che mi piaceva tanto.
Mi manca il tavolo sul quale studiavo, vicino al fuoco, affianco alla vista sulla strada, mi manca la porta che non si chiudeva, il rumore del metallo sbattuto, mi manca il gelo che entrava dalla finestra del bagno mentre ero immersa nell'acqua bollente, il respiro trattenuto e gli occhi aperti.
Mi manca l'odore di muffa e mughetto che avevano le pareti sempre umide, mi manca la mensola dove ho preso due testate secche e il legno che sentivo liscio, mi manca la sensazione di un luogo da condividere, mi mancano gli interruttori.

Ma non mi sei mai mancato tu.



sabato 14 gennaio 2017

Punizioni.

L'uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli.
George Bernard Shaw


Ho timore di non riuscire a fare le cose che amo fare,
ho timore di non essere abbastanza brava, abbastanza pronta, abbastanza intelligente.

Forse Penelope doveva stare in casa a filare una tela aspettando che gli altri tornassero,
mi sembrava di perdere tempo e vita, ma forse per me, per quelle come me, quella era l'unica vita possibile.

Scontrarmi ogni giorno con la realtà dei fatti, con le difficoltà, la rinuncia.

Mio padre oggi è venuto a prendermi a scuola, mi ha abbracciata, mi ha proposto di iscriversi, lo avrebbe fatto solo per me, come se potesse bastare la sua sola presenza a risollevare tutto.

Mi ha accompagnata per negozi, cercava un regalo per me.

Non compro una borsa da giugno, indosso sempre i soliti abiti, ho rinunciato alle cene fuori, ad avere mani curate, alla parrucchiera, alle serate per locali. Non ho rinunciato ai libri, ma sicuramente ho diminuito le spese.

La Feltrinelli potrebbe chiamarmi a casa per vedere se mi è successo qualcosa di grave, probabilmente dal loro bilancio , la mia nuova condizione economica appare evidente.

Ho rinunciato e sto rinunciando, per paura di perdere il lavoro e non sapere dove sbattere la testa.

Guardo mio padre e so che senza di lui non potrei mai vivere la parvenza della donna indipendente, lui che mi aiuta, mi aiutava e mi ha aiutata tante volte ad arrivare alla fine del mese.

Non sono così indipendente, non la sarò mai.
Davanti ad un'agenzia di viaggi ho lasciato il cuore su una settimana bianca in offerta.

Non vado in palestra, mi rifiuto di farmi pagare il corso da mio padre.

Non ho comprato la borsa bellissima color carta da zucchero firmata da P.C.

Vivo tutto in maniera così precaria, senza una stabilità mia, senza la possibilità di sentirmi libera di permettermi qualcosa, con l'ansia di rimpiangerlo in futuro.

Ora come ora rimpiango molto l'aver comprato mobili, vestiti, cene, viaggi, terme...
...aver creduto di poter comprare la serenità perché tutto sarebbe sempre andato bene, non curante del fatto che le cose potessero andare come siano andate.

Forse non rimpiango così tanto, tutto.
Era bello poter entrare in libreria e scegliere qualsiasi cosa volessi leggere, partire al mattino, visitare musei, città, conoscere nuove cose, fare mille corsi, imparare.

Ma è giusto, il senso di responsabilità.
Il pensiero per il futuro.
L'ansia di non riuscire a farcela.
La paura per le conseguenze.
Il senso di difetto che vivo al pensiero di dover chiedere a mio padre.

Non è giusto, non doveva andare così.
Le mie scelte personali hanno avuto serie ripercussioni sulla vita di altri e non doveva essere così.
Dovevo essere in grado di prendermi le mie responsabilità, di esigere tempo e modo, di trovare una soluzione senza che qualcuno la trovasse per me.

Questa condizione mi fa soffrire, il pensiero e l'ansia mi addolorano, non riesco a godermi nulla.

Rinuncio, semplicemente, in fin dei conti va bene così, no?
Di cosa potrei lamentarmi.

In fin dei conti tutto questo l'ho voluto io.

In fin dei conti ad ogni azione corrisponde una reazione uguale o contraria.

Non posso lamentarmi di nulla, ma tutto questo mi fa soffrire: non è la rinuncia materiale, ma l'idea di non poter decidere autonomamente.

Mi sento così in difetto, perché la sono.

Avrei bisogno di una stabilità che non riesco ad avere,
mi sembra di fare il massimo, ma non è mai abbastanza,
non riesco ad ottenere le cose alle quali aspiro,
a veder concretizzato tutto quello che vorrei, davvero.

Sono così stanca, così priva di motivi ormai, tutto quello che tento non va bene, dove faccio sbaglio, sono completamente assente da tutto quello che ho amato e mi faceva stare bene, ma queste privazioni che mi autoinfliggo non servono a nulla, mi punisco perché non sono riuscita ad arrivare dove avrei voluto, ma la punizione non mi fa sentire meglio, meno in colpa, meno sbagliata.

Mi punisco e non serve.

Vorrei provare la gioia che ho provato il 14 settembre, una sera meravigliosa, mi sentivo tanto viva, gioiosa, felice, è stata una bella sera ed io ci ho creduto.

venerdì 13 gennaio 2017

Antigone.

Fra tutte le tragedie che ho letto, tradotto, studiato, l'Antigone mi ha colpita più di ogni altra.

Sofocle, i valori caldi ed i valori freddi.
Le leggi non scritte degli dei, Creonte.

La lotta fra il valore personale e quello universale,
la contrapposizione fra l'Io ed il Noi.

Individuo e collettività : ogni volta che  i valori dell'individuo si scontrano con quelli della collettività, nasce un'Antigone.

Etica della responsabilità ed etica della convenzione.


La stessa contrapposizione che farà poi Dostoevskij: Cristo e il Grande Inquisitore.


Una tragedia nella quale non è possibile non stare dalla parte di Antigone che segue i suoi valori, le leggi alle quali non può rinunciare come essere umano, ma al contempo, una tragedia nella quale non è possibile non comprendere Creonte, che sofferente tenta di far applicare le leggi della città, applicando il bene comune.

Ma chi decide cosa sia giusto e quando sia giusto applicare le leggi della città senza lasciar prevalere le leggi della persona?

L'Antigone è oggi, l'Antigone è proprio attuale e vivo da Antigone e da Creonte ogni scelta che devo intraprendere, costretta.

Il mese scorso sono stata Antigone ed ho sacrificato molto per aver scelto le leggi della mia persona, per aver commesso un costosissimo errore.
Oggi, ho scelto le leggi della città, ma come Creonte, mi tormento.

...mi sono tormentata, come Creonte, davanti a chi avrebbe scelto di essere Antigone al mio posto.

...ma poi mi sono resa conto che sono tutti bravissimi a fare l'Antigone quando si tratta degli altri, che è facile giudicare costantemente il lavoro di un altro, le scelte di un altro, senza essere l'altro.

...non ho voglia di sacrificarmi per il bene di un innocente, se questo significa rimetterci tempo, soldi e prendere una lunghissima serie di insulti. Vorrei farlo, vorrei averlo fatto, ma non posso più, economicamente, moralmente, psicologicamente.

Sono un'anomala Antigone, che davanti agli insulti si lascia scivolare tutto sulla pelle, ma la sera, si interroga per ore cercando il motivo per il quale in pochi siano davvero gentili.

Tento ogni giorno di essere estremamente socievole, gentile, ben disposta, tento di non rispondere alle scortesie, di non offendere mai il prossimo, sono mesi e mesi e mesi che non offendo qualcuno, non utilizzo titoli malevoli, non alzo la voce, non commento con ironia: rimango calma e ferma, come sempre.

Una delle reazioni che più ho capito di me stessa facendo teatro è la mia espressione della rabbia: la rabbia mi attraversa il corpo lasciandomi rigida e fredda, i nervi tirano e si accavallano, i muscoli tendono, il viso si irrigidisce, i tendini diventano visibili attraverso la pelle ed io, non ho più parole.

Quando mi arrabbio rimango ferma e silenziosa, non reagisco, non ho il classico urletto isterico che pronuncio quando qualcosa non va come dovrebbe, senza crearmi una vera arrabbiatura.

Dopo, però, il marmo del mio corpo si frantuma, frammento dopo frammento si sgretola in infiniti pezzettini che non riescono a rimanere su, ma cadono, infrangendosi su pavimenti freddi, frammenti che non accettano tutte le mancanze di rispetto, di gentilezza, di educazione, di buon senso e solidarietà.

Sono stanchissima, ogni tanto vorrei qualcuno che mi passasse una mano sul viso e mi dicesse che vado bene e che sono amata ' perché', non 'nonostante'. Al contempo, se qualcuno provasse anche solo a toccarmi la testa, impazzirei, mi allontanerei, soffrirei ed avrei timore.
Sono stanchissima e vorrei che nessuno mi trattasse più con freddezza, risolutezza, senso di superiorità e l'idea che voglia far loro degli sgarbi.
Sono stanchissima, io voglio fare del bene e dare bene, comportandomi bene, ricevendo bene. O almeno, non il male.

E in questi giorni, ne ho ricevuto molto, sono molto stanca.

Non vorrei avere bisogno di conferme, ne ho bisogno.

Non vorrei avere voglia di un sostegno, ne ho voglia.

Quante cose desidero e quante cose mi lacerano per la loro assenza così ricorrente.

Antigone e Creonte.
Rosso e Blu.
Giusto così: nel mezzo.



domenica 8 gennaio 2017

Potenzialità.


Esistono dei luoghi speciali oltre alle librerie e alla scuola di musica, ovviamente.
Sto parlando di quei luoghi che ti mettono alle strette con te stessa e ti fanno uscire vincitrice da questo confronto che solitamente ti pone spalle a muro senza fiato : un esempio è dato da Decathlon.

Lo scorso anno feci un colloquio dopo il quale fui chiamata a fare la commessa da loro, ma a causa di altri impegni lavorativi ed alla prospettiva di un lavoro differente , non riuscii ad andare.
Era il periodo del 'non ti preoccupare, ci sono io ad aiutarti e sostenerti, non serve che tu ti ammazzi di lavoro correndo da un punto all'altro della città'. Tre settimane dopo mi ritrovavo sola, senza una casa, senza risparmi e senza sapere dove sbattere la testa.
Anzi, avrei voluto sbattere la testa più e più volte contro l'esoso dondolo di vimini comprato ad aprile, per esaudire un grande desiderio del prode Ulisse, ma quel dondolo, come quasi tutte le mie cose, l'ho lasciato ad Itaca ed Ulisse non ha avuto premure al riguardo.

In ogni modo, Decathlon, è il paradiso degli indecisi e dei mediocri.
Le persone come me, per un attimo, si sentono in grado di scalare montagne, nuotare in acque buie e profonde, segnare rigori e correre per ore ed ore verso mete lontane.
Le persone come me, vivono ogni giorno con la totale consapevolezza della propria goffaggine.
Mi chiamo Penelope, non ho ancora trent'anni, sono bassa e piccola, ma soprattutto, sono la persona meno coordinata di questo mondo.
E ne sono pienamente consapevole.

Tuttavia, Decathlon, mi regala un sogno, anzi, mi vende un sogno di una vita diversa e migliore: quando compro una canotta iper traspirante, la palla da pilates, il panchetto per lo step, il laccio catarifrangente, io compro un'idea di me stessa nel pieno del cambiamento.
Un cambiamento che poi non effettuo, però comunque nella mia testa vedo già compiuto.

Decathlon fra i suoi scaffali mi trasmette un'immagine di me sportiva, forte, sudata, libera.

Oggi, mi ha regalato il sogno di una Penelope che corre con i suoi pattini veloci a soli 49,50.

In questa immagine non indosso caschetto, protezioni, ginocchiere, paracolpi, imbottiture di gommapiuma che mi salvaguardino dal disastro che sei ruote sotto ai piedi potrebbero significare per la mia incolumità.

E mi basta ed avanza.

Ci sono luoghi magici, in fondo.
Oltre la mente, grazie alla mente.