mercoledì 31 maggio 2017

Bicchieri.

Avvio la lavatrice, tolgo un frammento di cenere caduto sul tavolo e mi preparo ad un'attesa dai versi pratici e non poetici.

E mi vedo da fuori, autrice, attrice e regista di un film che porta il tuo nome come titolo.
O forse, no.

Firenze, eri,
Firenze, rimani.

Come spiegarlo a mia madre che quando parte quella canzone così triste, non posso fare altro che mandare avanti? Devo averla, ma non riesco ad ascoltarla.

Così con te, devo saperti, senza averti. Perché non posso, perché non voglio e perché non è più tempo.
Ho sempre pensato che quando vuoi davvero qualcuno, i 'se' ed i 'ma', sparissero dalla vasta gamma di parole che abbiamo a disposizione.

Poi ci sei stato tu ed ora, capisco che i vocaboli sono realtà e glissano, proprio come noi, sui fatti.

Le cose sono parole, l'ho sempre detto e tu lo hai sempre sostenuto...

Ti sentivo vicino nella salita verso la chiesa di Santa Margherita a Cortona, io e te, senza mani intrecciate e gesti d'amore: due persone che camminano, scattano foto, ogni tanto si guardano.
Io ti sentivo accanto, ti ho sentito accanto come poche volte nella vita ho sentito qualcuno.
Non perché lo fossi realmente, anche se mi piace pensare che fosse così, ma perché io per un'intera giornata, non sono riuscita a pensare ad una vita senza di te.

Non era darti per scontato, no, ma ti ho sentito perenne e mi sono appoggiata a questa idea della tua presenza costante nella mia vita, nonostante tutto e nonostante i cambiamenti.

Credi davvero che sia una buona idea vivere dieci giorni insieme? Bere vino al tramonto? Raccontarci i giorni, come se fosse normale? Pensare a un futuro e disegnarlo, senza che ci sia?

Mi piaceva il tuo modo di camminare, eri più veloce di me, quasi sempre vago e mentre ti guardavo, con un po' di fiatone, con il ribrezzo dato dai ragni di Cosimo De Medici, ho creduto che fosse vero.

Tutto vero. Io, te, la gente, lo spazio, le vacanze che non erano fughe, ma solo condivisione, il vino, chiamarsi con nomignoli cretini che lasciano intendere un'intesa che non sarebbe stato possibile avere.

Non era il nome in sé, ma l'inflessione con cui lo pronunciavi,
la sacralità, il rituale complesso che si risolve nel rivolgersi l'uno all'altra.

Ho una canzone in testa, non riesco a smettere di ripeterla, l'ascolto, senza sosta.
E copre anche  il rumore della centrifuga.

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