Dal lat. antipathīa, dal gr. antipátheia ‘sentimento avverso ’ .
A tutti è capitato di non trovare simpatico qualcuno oppure di non essere simpatico a qualcuno, i motivi non hanno sempre importanza, capita.
Capita e basta.
Tuttavia, non essere simpatici può recarci un dispiacere non sempre legato alla stima della persona che prova questo sentimento avverso nei nostri confronti.
Questo almeno, è il mio caso.
Per quanto io non riesca ad entrare in empatia con tutti, tendo ad evitare di catalogare qualcuno come 'simpatico'- 'antipatico'.
Mi piace avere una visione d'insieme prima di valutare.
Anche se solitamente, le prime impressioni, sono quelle che mi segnano, infatti, non voglio essere preda dell'irrazionalità, cerco ciò che unisce e non ciò che divide e provo a trovare il positivo anche nel diverso da me.
Poi, accade sempre qualcosa che conferma la mia prima impressione, ma questo è un altro discorso...
Stasera mi trovo ad interrogarmi riguardo al fatto che ciò che non accetto non sia il parere negativo di qualcuno, ma l'espressione negativa di questo sentimento.
C'è una sottile differenza fra l'espressione involontaria delle proprie sensazioni e la maleducazione.
C'è anche una differenza notevole fra l'impressione e la superficialità.
Ed un'ulteriore differenza fra l'affermazione di sé e la volontà di risultare sgradevole ad ogni costo.
Nell'era della simpatia ad ogni costo, della battuta forzata, del carisma affascinante, non trovo improbabile risultare antipatica, ma trovo infantile rimarcare la cosa e sentirsi in diritto di esprimere giudizi riguardo ad una persona che, oltretutto, non si conosce.
L'antipatia è lecita, la mancanza di rispetto, fa schifo.
E giudicare qualcuno in base al colore dei capelli, ad un aspetto che può apparire - ed anche essere- frivolo e leggero, non ci rende persone più profonde e saggi, anzi. Qualche volta, dietro al bisogno di leggerezza, è proprio celata la necessità di dimenticare la pesantezza.
Si può essere superficiali quando si è profondi, ma non si può comprendere la profondità, quando non ti sei mai spostata dalla superficie.
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sabato 7 gennaio 2017
domenica 18 gennaio 2015
Il diritto di espressione e il sociale.
In questi ultimi giorni, un po' come tutti, credo, ho ripensato al concetto di 'libertà di espressione'.
Diritto.
Ma anche Dovere.
Perchè è nostro dovere di esseri umani, dotati della capacità di descrivere e comunicare , denunciare realtà sociali 'allontanate' volutamente dal quotidiano, abbandonate al silenzio della dimenticanza.
Penso alle parole dei deportati, e allora il connubio fra diritto e dovere è evidente, raccontare, per mezzo delle proprie parole, esperienze 'inenarrabili',
per il dovere di testimoniare la storia, per il diritto di poter denunciare al mondo uno degli eventi più tragici della storia.
E allora rifletto sul concetto di abuso.
Nell'era dei social, esprimere il proprio pensiero, è facile, talvolta anche 'doveroso', ci sentiamo in dovere infatti, di comunicare il nostro pensiero, sempre e ovunque, su tutto e su tutti.
Non per altro, eccomi qui, su un simpatico blog di cucina e lettura, a trascrivere pensieri el tutto personali, opinioni delle quali, fondamentalmente, non interessa a nessuno, così, come è giusto che sia.
Però, io stessa, mi sento legittimata a farlo: non devo lottare per scrivere quattro parole in croce, non devo portare i segni delle mie parole e probabilmente, non avrò neppure un confronto reale , su ciò che scrivo e penso.
Siamo così presi dal manifestare le nostre opinioni, da non riuscire neppure più ad 'opinare' , dalla furia di dover esserci: laddove uno stato, una frase, una foto con commento o un dito alzato si manifestano, proprio in quel momento, ci siamo noi, realizzati attraverso un pensiero orizzontale.
Che reclama consenso.
Perchè sentirci affini, diventa una questione di tasti cliccati e condivisioni battute.
In questi giorni sta succedendo qualcosa, a livello politico, qualcosa che io non capisco e molto probabilmente non posso capire.
Al gioco della politica moderna, non ci so giocare, non capisco le regole e un po' come a risiko, finisco sempre per rimanere in un pezzettino di mondo, con pochi cararmati, preda delle strategie altrui.
Hanno provato a spiegarmi le 'alleanze', ma la tendenza ad avvicinarmi emotivamente al perdente, non risulta produttiva: nella vita, come a risiko, quando qualcuno rimane con quattro territori, io, non riesco proprio ad attaccarlo, così cambio gioco e perdo.
Hanno anche provato a spiegarmi come funzionano i grandi partiti, nei quali confluiscono ex democristiani, ex comunisti, ex democratici di sinistra.
E pur trovando carina l'idea di un gruppo non omogeneo di persone, pronte a legiferare insieme, tutta la parte degli 'ex', mi ricorda un po' certe riunioni del liceo, quando ti rendi conto che praticamente tra i sedici ed i diciotto anni, tutti hanno baciato tutti e al contempo tutti, hanno sparlato su tutti, così, alcune parole, come 'coerenza' o 'sincerità' o un concetto come la 'predisposizione alla collaborazione', appaiono poco raggiungibili.
( Ma per fortuna, non si rimane sedicenni a vita e qualcuno si è salvato...)
Oggi, mi hanno spiegato anche, perchè non va bene che Cofferati sia uscito dal Pd. I social aiutano, ognuno ha un'idea al riguardo, c'è chi sostiene che il cambiamento debba avvenire dall'interno, e allora che senso ha andarsene e ricevere il 5 % dei voti.
C'è chi sostiene che abbia fatto bene, perchè Cofferati, è una brava persona.
C'è chi sostiene che'tanto sono tutti uguali'.
E poi, ci sono io, che invidio un po' tutte e tre le prese di posizione:
Invidio i primi, che non parlano con i propri familiari più stretti, non fanno un passo verso il prossimo, ma poi, pretendono che qualcuno cambi un insieme di persone, come, non si sa.
Invidio i secondi, perché non so neppure se io sono una brava persona, figuriamoci se posso sapere se lo sia Cofferati.
Ma soprattutto, invidio i terzi, perché essere qualunquisti è bello.
E facile.
E alla moda.
Ed eccoci qui, a parlare di libertà di espressione e consenso, quello che ottiene, chiunque si espone, ma non troppo, critica il prossimo, ma mai se stesso, pretende, ma non da ed infine giudica, attingendo in parte dal pensiero di questo, in parte dal pensiero opposto.
In questo caso, il dovere di esprimere il qualunquismo, è davvero un dovere?
E il diritto di critica fondato sulle idee di un altro, o di altri, o di altri che parlano a nome di altri ancora, è davvero un diritto?
E i social, che ruolo hanno?
Alle volte penso a come , fuori dal fruttivendolo del mio paese, ci fosse una piccola panca, sulla quale gli anziani si sedevano a chiccherare e fumare, più di una volta, quando fumavo, mi ci sono fermata anche io.
Finocchi biologici e catrame nei polmoni, bella accoppiata.
Poi un giorno, il verduraio ha tolto la panca.
Era divenuto un ritrovo e non più un passaggio.
Smettendo di essere un terzo luogo, detta all'americana, il verduraio, ha chiuso.
Al suo posto ha aperto un ferramenta e prima dell'insegna, ha riposizionato la panchina.
Ed ecco, l'importanza dei qualunquisti.
Il qualunquismo, fa girare il mondo.
Diritto.
Ma anche Dovere.
Perchè è nostro dovere di esseri umani, dotati della capacità di descrivere e comunicare , denunciare realtà sociali 'allontanate' volutamente dal quotidiano, abbandonate al silenzio della dimenticanza.
Penso alle parole dei deportati, e allora il connubio fra diritto e dovere è evidente, raccontare, per mezzo delle proprie parole, esperienze 'inenarrabili',
per il dovere di testimoniare la storia, per il diritto di poter denunciare al mondo uno degli eventi più tragici della storia.
E allora rifletto sul concetto di abuso.
Nell'era dei social, esprimere il proprio pensiero, è facile, talvolta anche 'doveroso', ci sentiamo in dovere infatti, di comunicare il nostro pensiero, sempre e ovunque, su tutto e su tutti.
Non per altro, eccomi qui, su un simpatico blog di cucina e lettura, a trascrivere pensieri el tutto personali, opinioni delle quali, fondamentalmente, non interessa a nessuno, così, come è giusto che sia.
Però, io stessa, mi sento legittimata a farlo: non devo lottare per scrivere quattro parole in croce, non devo portare i segni delle mie parole e probabilmente, non avrò neppure un confronto reale , su ciò che scrivo e penso.
Siamo così presi dal manifestare le nostre opinioni, da non riuscire neppure più ad 'opinare' , dalla furia di dover esserci: laddove uno stato, una frase, una foto con commento o un dito alzato si manifestano, proprio in quel momento, ci siamo noi, realizzati attraverso un pensiero orizzontale.
Che reclama consenso.
Perchè sentirci affini, diventa una questione di tasti cliccati e condivisioni battute.
In questi giorni sta succedendo qualcosa, a livello politico, qualcosa che io non capisco e molto probabilmente non posso capire.
Al gioco della politica moderna, non ci so giocare, non capisco le regole e un po' come a risiko, finisco sempre per rimanere in un pezzettino di mondo, con pochi cararmati, preda delle strategie altrui.
Hanno provato a spiegarmi le 'alleanze', ma la tendenza ad avvicinarmi emotivamente al perdente, non risulta produttiva: nella vita, come a risiko, quando qualcuno rimane con quattro territori, io, non riesco proprio ad attaccarlo, così cambio gioco e perdo.
Hanno anche provato a spiegarmi come funzionano i grandi partiti, nei quali confluiscono ex democristiani, ex comunisti, ex democratici di sinistra.
E pur trovando carina l'idea di un gruppo non omogeneo di persone, pronte a legiferare insieme, tutta la parte degli 'ex', mi ricorda un po' certe riunioni del liceo, quando ti rendi conto che praticamente tra i sedici ed i diciotto anni, tutti hanno baciato tutti e al contempo tutti, hanno sparlato su tutti, così, alcune parole, come 'coerenza' o 'sincerità' o un concetto come la 'predisposizione alla collaborazione', appaiono poco raggiungibili.
( Ma per fortuna, non si rimane sedicenni a vita e qualcuno si è salvato...)
Oggi, mi hanno spiegato anche, perchè non va bene che Cofferati sia uscito dal Pd. I social aiutano, ognuno ha un'idea al riguardo, c'è chi sostiene che il cambiamento debba avvenire dall'interno, e allora che senso ha andarsene e ricevere il 5 % dei voti.
C'è chi sostiene che abbia fatto bene, perchè Cofferati, è una brava persona.
C'è chi sostiene che'tanto sono tutti uguali'.
E poi, ci sono io, che invidio un po' tutte e tre le prese di posizione:
Invidio i primi, che non parlano con i propri familiari più stretti, non fanno un passo verso il prossimo, ma poi, pretendono che qualcuno cambi un insieme di persone, come, non si sa.
Invidio i secondi, perché non so neppure se io sono una brava persona, figuriamoci se posso sapere se lo sia Cofferati.
Ma soprattutto, invidio i terzi, perché essere qualunquisti è bello.
E facile.
E alla moda.
Ed eccoci qui, a parlare di libertà di espressione e consenso, quello che ottiene, chiunque si espone, ma non troppo, critica il prossimo, ma mai se stesso, pretende, ma non da ed infine giudica, attingendo in parte dal pensiero di questo, in parte dal pensiero opposto.
In questo caso, il dovere di esprimere il qualunquismo, è davvero un dovere?
E il diritto di critica fondato sulle idee di un altro, o di altri, o di altri che parlano a nome di altri ancora, è davvero un diritto?
E i social, che ruolo hanno?
Alle volte penso a come , fuori dal fruttivendolo del mio paese, ci fosse una piccola panca, sulla quale gli anziani si sedevano a chiccherare e fumare, più di una volta, quando fumavo, mi ci sono fermata anche io.
Finocchi biologici e catrame nei polmoni, bella accoppiata.
Poi un giorno, il verduraio ha tolto la panca.
Era divenuto un ritrovo e non più un passaggio.
Smettendo di essere un terzo luogo, detta all'americana, il verduraio, ha chiuso.
Al suo posto ha aperto un ferramenta e prima dell'insegna, ha riposizionato la panchina.
Ed ecco, l'importanza dei qualunquisti.
Il qualunquismo, fa girare il mondo.
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