domenica 28 maggio 2017

Bianco.

Vorrei appoggiarti la mia anima addosso mentre cammini per il corridoio alle tre di notte, senza sonno.

Lascio l'alba ad altri e mi prendo il diritto della tua insonnia.
Che è anche la mia.

Questo non dormire che ci affligge e rasserena, puntuale, spazio nella notte che mi permette di essere senza voler essere, pensieri senza peso che si formulano nell'aria che ormai è profumo d'estate e di cose già fatte, ricordi di nottate trascorse su pavimenti di sassi ancora caldi, parole non pronunciate, ma lasciate attendere e si affermano in creazioni che porteranno nomi di fiori e stagioni, incomprensibili ai più.

Oppure comprensibilissime, ma ignorate volutamente.

Come vorrei non sentire la dipendenza da giudizio che mi segue sulla caviglia con le sue quattro lettere e gli spiriti sempre troppo aspri.

Dieci giorni di condivisione non riporteranno in auge sentimenti melanconici delicatamente riposti in scatole di legno nell'ultimo scaffale di un armadio che non solo non ho più aperto, ma non ho proprio più.

Ho scavalcato le ante ed ho lasciato a vista la struttura di qualcosa che solitamente appare nascosta.

Non voglio più truccarmi, lascio che il rossetto sia l'unico cosmetico che riordini un'estetica che non mi assomiglia quasi più, lascio che la pelle sia pelle, con le occhiaie nel contorno occhi ed i segni attorno alla bocca, non ho voglia di mettere in risalto occhi che sono solo occhi e zigomi che non hanno pronuncia, evidentemente, taciturni.

Lascio stare anche i capelli, che decidono di essere ribelli. Chi sono io, in fin dei conti, per domare una ribellione?

E allora mi guardo e non mi riconosco, ma forse, mi vedo.
Non importa che la mia pelle sia così sottile da fare effetto.
Non mi importa che le gambe non abbiano colore e le braccia appaiano così sottili,
non acquisisco colore, ma forse, emano solo la mia luce, bianca.


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