Eppure resta che qualcosa è accaduto,
forse un niente,
che è tutto.
Eugenio Montale.
lunedì 24 luglio 2017
domenica 23 luglio 2017
Viaggi, miraggi e perifrasi.
Assurdo pensare a come abbia fatto a non guidare per così tanto tempo.
Eppure ero io, la stessa di oggi, più giovane, meno capelli bianchi, meno kg e qualche paura di troppo.
Ero io e non mi riconosco in quella me che viveva l'ansia della guida.
Buffo pensare a come poche sere fa abbia chiesto a qualcuno di poter guidare un piccolo camioncino.
Oggi, sulla mia guida, pongo battute e rido.
Da qualche anno sono diventata io, il taxi degli altri e ne sorrido compiacendomi.
Quasi ogni grande discorso inizia con un breve viaggio, almeno, per me.
Da quando l'autostrada non mi inghiotte più e le gallerie non mi soffocano,
la strada è il mio foglio ed i compagni di viaggi, interpreti di spettacoli che ancora non ho scritto.
Mi ricordo un Genova-Milano.
E un Milano-Bologna.
e poi c'è quel Firenze-Casa,
quello dove ho scritto nella mia testa, le prime parole di quelle donne di Itaca che tu, solo tu, non hai mai voluto leggere.
Vittimista, avrai pensato.
Maschilista, ti avrei urlato.
Firenze-Roma e vediamo che ne esce?
Eppure ero io, la stessa di oggi, più giovane, meno capelli bianchi, meno kg e qualche paura di troppo.
Ero io e non mi riconosco in quella me che viveva l'ansia della guida.
Buffo pensare a come poche sere fa abbia chiesto a qualcuno di poter guidare un piccolo camioncino.
Oggi, sulla mia guida, pongo battute e rido.
Da qualche anno sono diventata io, il taxi degli altri e ne sorrido compiacendomi.
Quasi ogni grande discorso inizia con un breve viaggio, almeno, per me.
Da quando l'autostrada non mi inghiotte più e le gallerie non mi soffocano,
la strada è il mio foglio ed i compagni di viaggi, interpreti di spettacoli che ancora non ho scritto.
Mi ricordo un Genova-Milano.
E un Milano-Bologna.
e poi c'è quel Firenze-Casa,
quello dove ho scritto nella mia testa, le prime parole di quelle donne di Itaca che tu, solo tu, non hai mai voluto leggere.
Vittimista, avrai pensato.
Maschilista, ti avrei urlato.
Firenze-Roma e vediamo che ne esce?
sabato 22 luglio 2017
Tradimenti.
I Greci hanno costruito la loro grammatica su un concetto risultativo estremamente brillante: il verbo oida, che prevede che io abbia visto e quindi sappia.
Mi chiedo allora, se quello che mi sia mancato, sia stato posare lo sguardo sulla parte lesa, oppure, se abbia volutamente voltato la testa per non vedere e non dover sapere.
Due anni di tradimenti, subiti ed inflitti, due anni di mancanze o assidue presente e l'unico tradimento per il quale io abbia pianto, è quello che porto dentro di me.
Inutile tentare di aprire la sfera del dolore agli altri: non posso e non voglio farlo, almeno fino a quando non sarò in grado di sostenere la delusione derivante dalla mancanza di tatto che per tutta la vita ha accompagnato ogni mia inclinazione negativa o semplicemente, il fallimento.
Ed eccomi qui, ancora una volta, dopo mesi, a considerare una mia colpa, questo corpo che mi appartiene e decide in qualche modo di non appartenermi.
Succede che i mesi passano veloci e tu ti convinci razionalmente che non esistano colpe e non avresti potuto fare nulla di diverso rispetto a quello che hai fatto e le cose succedono, così.
Ti chiedi ogni giorno se non sei stata in grado di ascoltare la voce del tuo corpo ed i segnali che ha tentato di inviarti, ti chiedi anche se quei segnali, li hai ignorati, per paura, timore, mancanza di voglia o presunta mancanza di tempo.
Ogni tanto ti assolvi.
Quasi sempre ti incrimini.
E poi.
Poi succede che qualcuno che hai vicino, vive qualcosa di simile a te ed allora tutto cambia e non riesci a smettere di inviarle pensieri positivi e piangi, piangi del suo dolore, che è anche il tuo, piangi del suo stato e del momento che vive e tu hai vissuto.
Senza sapere fino in fondo cosa possa provare, senza avere i mezzi per poterle cullare quel dolore che tu hai dovuto vivere in solitudine, che tu hai scelto di vivere in solitudine, perché hai preferito il silenzio alle parole sbagliate.
Io ho potuto sceglierlo e mi chiedo se anche lei avrebbe voluto farlo e provo a starle accanto camminando in punta di piedi e a testa bassa, seguendola con lo sguardo, da lontano, la giusta posizione che mi appartiene, non essendo la sua famiglia o una sua amica.
La guardo e quindi so.
I miei amati Greci che mi insegnano a vivere nel 2017, con la loro grammatica.
E vorrei abbracciarla e piangere con lei e dirle di non sentirsi colpevole, perché se un braccio rotto, è un braccio rotto, quello che ci succede, non è sempre limpido:
una ferita è una ferita, la puoi fasciare e stare attenta a non prendervi colpi.
Una pustola, freme e pulsa e diviene la piaga della tua anima, rottura di una natura contro la quale non sapevi di essere incazzata.
Spiegami come hai fatto ad abbandonarmi?
Perché hai scelto di punirmi?
Cosa hai fatto al mio corpo?
Un paio di mesi prima, è tutto a posto, tutto funziona e svolgiamo al meglio ogni nostra regolare funzione umana.
Un paio di mesi dopo, scopri che il tuo essere donna, si è silenziosamente ammaccato.
E tutto crolla.
Crollano le certezze.
Perché io lo so che il mio essere non dipende dalla procreazione,
so che non era e non è il momento, so che per essere madri non basta un utero, talvolta non basta neppure metterlo al mondo, un figlio.
Eppure, quella che manca, è la scelta.
Mi sento tradita da un corpo che non mi ha avvertita e non rispetta la mia libertà di scelta,
mi sento ferita da un insieme di organi giovani e controllati, curati, che hanno deciso di non essere più quello che dovrebbero, così, da un giorno all'altro.
E ti chiedi chi tu sia.
Cosa tu possa fare.
Se questo ti ha cambiata davvero per sempre e fino a quando riuscirai a trattenere le lacrime davanti ai figli degli altri, davanti alle scelte di altri.
Diventerò una di quelle antiabortiste che non tollera la fellatio in quanto assassinio di spermatozoi?
Sarò una perbenista estrema che crederà che i figli vengano quando vogliano e porterò avanti campagne contro la contraccezione?
Sarò un'acida di quelle che davanti ai bambini che piangono, tirerà dritto?
Vorrei capire perché.
Non c'è un motivo.
E lo so che ci sono cose peggiori e che non posso fasciarmi la testa.
So che ormai siamo nel 2017 e tutto è in divenire.
So anche che sono fortunata e sono sana e sono forte e sono parte di quella popolazione privilegiata che ha la facoltà di curarsi e rivolgersi ad una medicina oculata e moderna.
Però sono ferita.
Ed incazzata.
E rivolgo al mio corpo parole di rabbia e di odio, di sofferenza e di fastidio.
Perché a me?
Ebbene si, me lo sono chiesta.
Perché ora?
Perché?
Non ho risposte.
Passano i mesi ed accetto i cambiamenti, ma non riesco ad accettarli.
Pensavo che sarei riuscita a superare tutto con forza ed ironia, ma poi accade che qualcuno soffra per motivi simili ai tuoi e rivivi tutto.
E se hai la fortuna di scegliere le parole giuste, è solo perché hai la sfortuna di sentire parte del suo dolore.
E se hai la possibilità di starle accanto, la sfrutti, a costo di essere fuori luogo.
Perché in tutto questo, qualcosa di positivo ci sarà e forse è proprio questo: attraversare un dolore e viverlo giorno per giorno, per poter accarezzare da lontano, il dolore di un'altra.
Non sarò un'antiabortista.
E neppure contraria alla contraccezione.
Tanto meno riuscirei a non avvicinarmi ad un bambino triste.
Il mio disagio, deve essere solo mio.
Lo condivido con i pochi eletti, che considero in grado di capirmi, senza pensare a quanto io sia vittimista o superficiale, con chi mi getta un'occhiata ogni tanto, ma non mi impedisce di vivere una vita normale, con quelli che quando piagnucolo davanti ai loro figli, sanno che piango lacrime di gioia.
Io non sono il mio corpo.
Questo corpo che ha deciso di tradirmi e di lasciarmi priva delle mie libertà, questo corpo autoritario che pensa di poter influire così tanto sulle mie decisioni.
Non la sono.
Sai che c'è caro mio?
C'è che io non mi voglio sentire incompleta e non sarai tu a rendermi tale.
C'è che nonostante il dolore, il fastidio e la debolezza, io voglio fare tutto quello che voglio ed altro ancora e se dovrò stare sdraiata a maledire qualcuno, maledirò solo la mia cocciutaggine e non il limite imposto da te.
C'è che la vita, cazzo, va avanti, eccome se va avanti, che tu voglia o no.
Sono una donna e sarò sempre una donna a prescindere da quello che i miei organi riproduttivi vogliano o meno fare.
Pigri di merda.
Inadempienti.
Insensibili.
Irresponsabili.
Truffaldini.
Forse sarete causa del mio dolore, ma non del mio malessere.
Perché in quell'abbraccio immaginario che ho stretto ieri a distanza e con qualche messaggio, proprio nel mezzo di quell'abbraccio, io l'ho detto : "il tuo corpo ti ha tradita, ma ti prego, non tradire te stessa".
Ora e sempre, più forte di prima.
Mi chiedo allora, se quello che mi sia mancato, sia stato posare lo sguardo sulla parte lesa, oppure, se abbia volutamente voltato la testa per non vedere e non dover sapere.
Due anni di tradimenti, subiti ed inflitti, due anni di mancanze o assidue presente e l'unico tradimento per il quale io abbia pianto, è quello che porto dentro di me.
Inutile tentare di aprire la sfera del dolore agli altri: non posso e non voglio farlo, almeno fino a quando non sarò in grado di sostenere la delusione derivante dalla mancanza di tatto che per tutta la vita ha accompagnato ogni mia inclinazione negativa o semplicemente, il fallimento.
Ed eccomi qui, ancora una volta, dopo mesi, a considerare una mia colpa, questo corpo che mi appartiene e decide in qualche modo di non appartenermi.
Succede che i mesi passano veloci e tu ti convinci razionalmente che non esistano colpe e non avresti potuto fare nulla di diverso rispetto a quello che hai fatto e le cose succedono, così.
Ti chiedi ogni giorno se non sei stata in grado di ascoltare la voce del tuo corpo ed i segnali che ha tentato di inviarti, ti chiedi anche se quei segnali, li hai ignorati, per paura, timore, mancanza di voglia o presunta mancanza di tempo.
Ogni tanto ti assolvi.
Quasi sempre ti incrimini.
E poi.
Poi succede che qualcuno che hai vicino, vive qualcosa di simile a te ed allora tutto cambia e non riesci a smettere di inviarle pensieri positivi e piangi, piangi del suo dolore, che è anche il tuo, piangi del suo stato e del momento che vive e tu hai vissuto.
Senza sapere fino in fondo cosa possa provare, senza avere i mezzi per poterle cullare quel dolore che tu hai dovuto vivere in solitudine, che tu hai scelto di vivere in solitudine, perché hai preferito il silenzio alle parole sbagliate.
Io ho potuto sceglierlo e mi chiedo se anche lei avrebbe voluto farlo e provo a starle accanto camminando in punta di piedi e a testa bassa, seguendola con lo sguardo, da lontano, la giusta posizione che mi appartiene, non essendo la sua famiglia o una sua amica.
La guardo e quindi so.
I miei amati Greci che mi insegnano a vivere nel 2017, con la loro grammatica.
E vorrei abbracciarla e piangere con lei e dirle di non sentirsi colpevole, perché se un braccio rotto, è un braccio rotto, quello che ci succede, non è sempre limpido:
una ferita è una ferita, la puoi fasciare e stare attenta a non prendervi colpi.
Una pustola, freme e pulsa e diviene la piaga della tua anima, rottura di una natura contro la quale non sapevi di essere incazzata.
Spiegami come hai fatto ad abbandonarmi?
Perché hai scelto di punirmi?
Cosa hai fatto al mio corpo?
Un paio di mesi prima, è tutto a posto, tutto funziona e svolgiamo al meglio ogni nostra regolare funzione umana.
Un paio di mesi dopo, scopri che il tuo essere donna, si è silenziosamente ammaccato.
E tutto crolla.
Crollano le certezze.
Perché io lo so che il mio essere non dipende dalla procreazione,
so che non era e non è il momento, so che per essere madri non basta un utero, talvolta non basta neppure metterlo al mondo, un figlio.
Eppure, quella che manca, è la scelta.
Mi sento tradita da un corpo che non mi ha avvertita e non rispetta la mia libertà di scelta,
mi sento ferita da un insieme di organi giovani e controllati, curati, che hanno deciso di non essere più quello che dovrebbero, così, da un giorno all'altro.
E ti chiedi chi tu sia.
Cosa tu possa fare.
Se questo ti ha cambiata davvero per sempre e fino a quando riuscirai a trattenere le lacrime davanti ai figli degli altri, davanti alle scelte di altri.
Diventerò una di quelle antiabortiste che non tollera la fellatio in quanto assassinio di spermatozoi?
Sarò una perbenista estrema che crederà che i figli vengano quando vogliano e porterò avanti campagne contro la contraccezione?
Sarò un'acida di quelle che davanti ai bambini che piangono, tirerà dritto?
Vorrei capire perché.
Non c'è un motivo.
E lo so che ci sono cose peggiori e che non posso fasciarmi la testa.
So che ormai siamo nel 2017 e tutto è in divenire.
So anche che sono fortunata e sono sana e sono forte e sono parte di quella popolazione privilegiata che ha la facoltà di curarsi e rivolgersi ad una medicina oculata e moderna.
Però sono ferita.
Ed incazzata.
E rivolgo al mio corpo parole di rabbia e di odio, di sofferenza e di fastidio.
Perché a me?
Ebbene si, me lo sono chiesta.
Perché ora?
Perché?
Non ho risposte.
Passano i mesi ed accetto i cambiamenti, ma non riesco ad accettarli.
Pensavo che sarei riuscita a superare tutto con forza ed ironia, ma poi accade che qualcuno soffra per motivi simili ai tuoi e rivivi tutto.
E se hai la fortuna di scegliere le parole giuste, è solo perché hai la sfortuna di sentire parte del suo dolore.
E se hai la possibilità di starle accanto, la sfrutti, a costo di essere fuori luogo.
Perché in tutto questo, qualcosa di positivo ci sarà e forse è proprio questo: attraversare un dolore e viverlo giorno per giorno, per poter accarezzare da lontano, il dolore di un'altra.
Non sarò un'antiabortista.
E neppure contraria alla contraccezione.
Tanto meno riuscirei a non avvicinarmi ad un bambino triste.
Il mio disagio, deve essere solo mio.
Lo condivido con i pochi eletti, che considero in grado di capirmi, senza pensare a quanto io sia vittimista o superficiale, con chi mi getta un'occhiata ogni tanto, ma non mi impedisce di vivere una vita normale, con quelli che quando piagnucolo davanti ai loro figli, sanno che piango lacrime di gioia.
Io non sono il mio corpo.
Questo corpo che ha deciso di tradirmi e di lasciarmi priva delle mie libertà, questo corpo autoritario che pensa di poter influire così tanto sulle mie decisioni.
Non la sono.
Sai che c'è caro mio?
C'è che io non mi voglio sentire incompleta e non sarai tu a rendermi tale.
C'è che nonostante il dolore, il fastidio e la debolezza, io voglio fare tutto quello che voglio ed altro ancora e se dovrò stare sdraiata a maledire qualcuno, maledirò solo la mia cocciutaggine e non il limite imposto da te.
C'è che la vita, cazzo, va avanti, eccome se va avanti, che tu voglia o no.
Sono una donna e sarò sempre una donna a prescindere da quello che i miei organi riproduttivi vogliano o meno fare.
Pigri di merda.
Inadempienti.
Insensibili.
Irresponsabili.
Truffaldini.
Forse sarete causa del mio dolore, ma non del mio malessere.
Perché in quell'abbraccio immaginario che ho stretto ieri a distanza e con qualche messaggio, proprio nel mezzo di quell'abbraccio, io l'ho detto : "il tuo corpo ti ha tradita, ma ti prego, non tradire te stessa".
Ora e sempre, più forte di prima.
domenica 16 luglio 2017
Click.
Attendeva quel click come si attende il primo vagito del proprio figlio:
dolorante, sudata, preoccupata, spaventata e con tutta sè stessa.
Di lì a poco, lo avrebbe sentito, il primo vagito di sua figlia, quella figlia voluta
nonostante tutto e nonostante tutti.
Capitata come capitano tutte le cose belle della vita, per caso e per gioia.
A quella figlia avrebbe dato il nome della rinascita, quello della luce e della vita,
l'avrebbe chiamata come l'alba dalle dita di rosa, per fortuna però, nella versione abbreviata.
Ma tutto questo, non lo sapeva ancora, perchè ancora non era accaduto.
In quel momento, non sapeva in realtà neppure tutto ciò che era accaduto e tutto ciò che era
accaduto a lei.
Non esisteva più: per lei era solo attesa e batticuore.
Nell'attesa di quel click, sentiva il braccio di lui attorno alle sue spalle e voleva ricordarsi di questa
sensazione per sempre, avrebbe voluto che quella pelle le rimanesse addosso per poterla sentire la sera, per poterla accarezzare,
nel dolore, per poterla esaminare da vicino e riconoscervi una parte di sè.
Nell'attesa di quel click sentiva solo l'abbraccio di suo padre. Il primo.
Forse l'aveva già abbracciata, anzi, le piace pensare che quelle mani furono le prime a stringerla appena nata,
nascondendola e proteggendola, mentre attenda il suo primo respiro a pieni polmoni.
Un click, un'attesa a cuore aperto ed in totale apnea.
Sorride, un po' troppo.
E mentre sorride pensa a come dovrà giustificare il turbinio di emozioni alla donna che l'aspetta a casa
e che giudica tutto quello che lei sente e critica persino quell'incontro.
Un padre, il proprio padre, si dovrebbe incontrare tutti i giorni, facendo colazione o davanti alla porta del bagno,
si dovrebbe conoscere a memoria l'odore del proprio padre e le scuole frequentate e la cadenza delle sue parole.
Un padre, dovrebbe essere un papà e non uno spermatozoo che ti abbandona.
L'attesa di un click ed il dolore di tutta la propria vita:
sperare che questo istante duri per sempre per continuare ad avere accanto mio padre
e
sperare che questo istante finisca subito perchè lui mi ha abbandonata ed io non voglio amarlo.
Non lo sapeva, con quei riccioli lunghi e il sorriso troppo sorriso, che quell'uomo aveva rinunciato a sè stesso, rinunciando a lei.
CHe quell'uomo aveva combattuto anche quando non sapeva più chi era il suo nemico, per riprendersela.
Che quell'uomo l'amava così tanto da non credersi all'altezza di essere suo padre ed averla lasciata a chi le poteva dare
una vita migliore.
Perchè sulla carta era così e così ci era stato raccontato, fino a quel momento, avevamo sempre creduto all'ipotesi di una
vita migliore.
Non sapevamo ancora che quella vita migliore, ci aveva sottratti, alla nostra.
Magari non migliore, ma semplicemente alla nostra vita.
Click.
Il sorriso scompare.
Vorrei cercarti, ma dovrei odiarti.
Non mi hai voluta, non ti voglio io.
Ho una madre e mi basta.
Ti voglio bene.
Non vorrei.
Click.
Non te ne andare.
Non lasciarmi andare.
Lotta per me.
Prendimi.
Dammi una ragione per rimanere.
Vattene.
Click.
Non si può smettere di essere figlie.
Click.
Sarai sempre mio padre.
Click.
A presto.
Click.
CI sentiamo?
Non credo.
Non lo potevano sapere, ma non potremmo saperlo neppure noi, perchè le foto, parlano, ma non hanno voce,
raccontano, senza parole, ritraggono, ma non si spiegano.
CLick.
dolorante, sudata, preoccupata, spaventata e con tutta sè stessa.
Di lì a poco, lo avrebbe sentito, il primo vagito di sua figlia, quella figlia voluta
nonostante tutto e nonostante tutti.
Capitata come capitano tutte le cose belle della vita, per caso e per gioia.
A quella figlia avrebbe dato il nome della rinascita, quello della luce e della vita,
l'avrebbe chiamata come l'alba dalle dita di rosa, per fortuna però, nella versione abbreviata.
Ma tutto questo, non lo sapeva ancora, perchè ancora non era accaduto.
In quel momento, non sapeva in realtà neppure tutto ciò che era accaduto e tutto ciò che era
accaduto a lei.
Non esisteva più: per lei era solo attesa e batticuore.
Nell'attesa di quel click, sentiva il braccio di lui attorno alle sue spalle e voleva ricordarsi di questa
sensazione per sempre, avrebbe voluto che quella pelle le rimanesse addosso per poterla sentire la sera, per poterla accarezzare,
nel dolore, per poterla esaminare da vicino e riconoscervi una parte di sè.
Nell'attesa di quel click sentiva solo l'abbraccio di suo padre. Il primo.
Forse l'aveva già abbracciata, anzi, le piace pensare che quelle mani furono le prime a stringerla appena nata,
nascondendola e proteggendola, mentre attenda il suo primo respiro a pieni polmoni.
Un click, un'attesa a cuore aperto ed in totale apnea.
Sorride, un po' troppo.
E mentre sorride pensa a come dovrà giustificare il turbinio di emozioni alla donna che l'aspetta a casa
e che giudica tutto quello che lei sente e critica persino quell'incontro.
Un padre, il proprio padre, si dovrebbe incontrare tutti i giorni, facendo colazione o davanti alla porta del bagno,
si dovrebbe conoscere a memoria l'odore del proprio padre e le scuole frequentate e la cadenza delle sue parole.
Un padre, dovrebbe essere un papà e non uno spermatozoo che ti abbandona.
L'attesa di un click ed il dolore di tutta la propria vita:
sperare che questo istante duri per sempre per continuare ad avere accanto mio padre
e
sperare che questo istante finisca subito perchè lui mi ha abbandonata ed io non voglio amarlo.
Non lo sapeva, con quei riccioli lunghi e il sorriso troppo sorriso, che quell'uomo aveva rinunciato a sè stesso, rinunciando a lei.
CHe quell'uomo aveva combattuto anche quando non sapeva più chi era il suo nemico, per riprendersela.
Che quell'uomo l'amava così tanto da non credersi all'altezza di essere suo padre ed averla lasciata a chi le poteva dare
una vita migliore.
Perchè sulla carta era così e così ci era stato raccontato, fino a quel momento, avevamo sempre creduto all'ipotesi di una
vita migliore.
Non sapevamo ancora che quella vita migliore, ci aveva sottratti, alla nostra.
Magari non migliore, ma semplicemente alla nostra vita.
Click.
Il sorriso scompare.
Vorrei cercarti, ma dovrei odiarti.
Non mi hai voluta, non ti voglio io.
Ho una madre e mi basta.
Ti voglio bene.
Non vorrei.
Click.
Non te ne andare.
Non lasciarmi andare.
Lotta per me.
Prendimi.
Dammi una ragione per rimanere.
Vattene.
Click.
Non si può smettere di essere figlie.
Click.
Sarai sempre mio padre.
Click.
A presto.
Click.
CI sentiamo?
Non credo.
Non lo potevano sapere, ma non potremmo saperlo neppure noi, perchè le foto, parlano, ma non hanno voce,
raccontano, senza parole, ritraggono, ma non si spiegano.
CLick.
sabato 15 luglio 2017
Dada.
Non mi rileggo, non lo faccio mai.
Ogni volta che ritrovo qualcosa che ho scritto, mi da la nausea.
Forse, sono solo obiettiva ed il mio senso critico non collabora con le mie velleità.
Sicuramente è una fortuna, la mia, conoscere i miei limiti.
comunque, non sono un'esistenzialista, mai stata, anzi.
Io amo il realismo, quello russo, quello polifonico e prolisso,
che lascia spazio a critiche continue nei confronti di tutti, da parte di tutti.
Amo il realismo che si confessa e vede il cattivo nei buoni ed il buono nel cattivo,
senza cappelli bianchi o cappelli neri, che in fin dei conti, anche il bianco
impugnava la pistola e sparava quando nessun motivo è mai davvero valido da giustificare
una violenza.
Neppure l'essenza umana.
Come ride mia madre dicendo alla commessa del negozio di tende, che amo il kitch, istintivamente,
lo ricerco e lo ricreo, dadaista, dice.
Incompresa.
Ma non esistenzialista.
Neppure simbolista, tutto sommato, ma solo perchè non sono in grado, non per volontà.
Mi guardo attorno e da qui posso ammirare le goccioline del mio lampadario e le traiettorie luminose
che percorrono i brillantini sulle mie tende, i soprammobili a forma di animali e quadri di famose
icone gay.
Dovrei aprire un locale di dubbio gusto in questa casa.
Oppure, cambiare arredamento.
Ma amo il sorriso di mia madre mentre racconta alla commessa gli accostamenti improbabili e l'istinto
armonico.
Ogni cosa, anche quella sbagliata, al suo posto, in un'atmosfera raccolta ed armoniosa.
Cosa poteva aspettarsi da una che accostava anfibi e long dress?
Stringate e gonna a tubino?
Tacchi vertiginosi e completo maschile?
L'armonia è noi, gli elementi sono accessori da inserire o nascodere in un cassetto chiuso,
ma l'armonia, la si sente al di là degli elementi.
Ogni volta che ritrovo qualcosa che ho scritto, mi da la nausea.
Forse, sono solo obiettiva ed il mio senso critico non collabora con le mie velleità.
Sicuramente è una fortuna, la mia, conoscere i miei limiti.
comunque, non sono un'esistenzialista, mai stata, anzi.
Io amo il realismo, quello russo, quello polifonico e prolisso,
che lascia spazio a critiche continue nei confronti di tutti, da parte di tutti.
Amo il realismo che si confessa e vede il cattivo nei buoni ed il buono nel cattivo,
senza cappelli bianchi o cappelli neri, che in fin dei conti, anche il bianco
impugnava la pistola e sparava quando nessun motivo è mai davvero valido da giustificare
una violenza.
Neppure l'essenza umana.
Come ride mia madre dicendo alla commessa del negozio di tende, che amo il kitch, istintivamente,
lo ricerco e lo ricreo, dadaista, dice.
Incompresa.
Ma non esistenzialista.
Neppure simbolista, tutto sommato, ma solo perchè non sono in grado, non per volontà.
Mi guardo attorno e da qui posso ammirare le goccioline del mio lampadario e le traiettorie luminose
che percorrono i brillantini sulle mie tende, i soprammobili a forma di animali e quadri di famose
icone gay.
Dovrei aprire un locale di dubbio gusto in questa casa.
Oppure, cambiare arredamento.
Ma amo il sorriso di mia madre mentre racconta alla commessa gli accostamenti improbabili e l'istinto
armonico.
Ogni cosa, anche quella sbagliata, al suo posto, in un'atmosfera raccolta ed armoniosa.
Cosa poteva aspettarsi da una che accostava anfibi e long dress?
Stringate e gonna a tubino?
Tacchi vertiginosi e completo maschile?
L'armonia è noi, gli elementi sono accessori da inserire o nascodere in un cassetto chiuso,
ma l'armonia, la si sente al di là degli elementi.
Sottosopra.
Sottosopra, la realtà dell'assurdo.
In qualche post, poco tempo fa, ho accennato alle mie ore trascorse a testa in giù.
Qualche accenno, ogni tanto, una battuta, un po' di ironia e la consapevolezza che si possa, anzi si debba, ridere di tutto ciò che preoccupa e ci lascia fragili.
Pensatemi adesso, con un enorme pc portatile ( più grandi sono meno costano ovviamente...) che mi potrebbe cascare da un momento all'altro sul naso.
Voi non lo sapete, ma io, amo tantissimo il mio naso.
Una volta una compagna di università me lo ha paragonato al naso della donna che per circa vent'anni è stata appellata 'donna più bella del mondo '.
Un'altra volta mi hanno detto che ho il naso più bello di un'attrice in voghissima.
E poi nelle foto effettivamente, lo noto anche da sola: ho un naso splendido.
Dritto, non troppo lungo, non troppo corto, con un accenno francese, appena.
Non è un naso snob, né altezzoso, ma neppure importante, diciamo anzi, che è stato per lungo tempo, un naso ignorato: mio padre amava i miei occhi e le mie ciglia lunghissime, mia madre, mi ha sempre invidiato le labbra e così, nessuno ha mai preso in carico l'essere del mio naso.
Per fortuna esistono le amiche, a ricordagli che si, è bello, molto bello.
Le gambe in alto, le piante dei piedi contro al muro, le ginocchia leggermente piegate ed aperte ed i capelli che scendono giù dal bracciolo del divano.
Ogni tanto il mio gatto ci gioca, li morde, li mangiucchia e per la maggior parte del tempo, li aggroviglia, ma tanto non ho mai sofferto ' i capelli', quindi...
...anzi, diciamo che inizio a 'soffrirli' adesso che iniziano ad essere lunghi ed ingestibili e vorrei tagliarli e dare nuovo spazio alla nuca e un certo protagonismo al collo.
(I riferimenti mancanti alla mia fisicità sono appositamente evitati, come la peste, dato che odio quasi tutto di me, naso e collo a parte. Anche la schiena è carina, ma strana.)
Quando ogni tanto mi giro su un fianco, vedo la mia pancia lievitare e cadere a seconda del lato in cui mi volto, una scena orrenda e una sensazione di inadeguatezza nei confronti di me stessa. Non abbastanza per spingermi ad iscrivermi in palestra o a scegliere di fare qualcosa di realmente produttivo che non sia deridermi e lamentarmi.
Dovrei trovare una soluzione?
Solitamente quando giungo a pormi questa domanda, capisco che è arrivato il momento di tornare nella posizione A con il bacino attaccato ad una superficie e la pancia ben tesa, quasi inesistente, fra le costole sporgenti.
Una valle di lacrime, insomma.
Questo enorme ed economico pc inizia ad essere bollente e soffro il caldo.
Poi lo ricerco.
Come ieri, quando presa dai brividi ho avuto bisogno di stendermi sotto una coperta di pile, invernale, con le gambe tirate al petto ed i crampi.
Contrazioni, crampi, chiamiamoli come vogliamo.
Io so solo che pensavo di morire.
Sono una donnina lamentevole e lacrimosa.
Non sopporto questo mio lato così debole, non ne posso più di stare ferma, non riesco a stare ferma, tutto è un pretesto per alzarmi e fingere di essere stata costretta a farlo, come se dovessi trovare con me stessa delle scuse per la mia autoindulgenza.
Guardo il soffitto e penso che questa testa sia veramente affollata.
Non di materia cerebrale, eh, sia chiaro, ma di persone.
Non soffro di personalità multipla, nonostante i due nomi ogni tanto mi confondano, ma ci sono talmente tanti lati di me stessa e tante prospettive e discordanze che qualche volta ho difficoltà a pensarmi.
A pensarmi nella mia totalità.
Non che sia opportuno pensarsi, ci dovrebbe sempre essere qualcuno a pensarci, dimenticarsi di noi stessi qualche volta è salutare e spesso è bellissimo.
Mi piace l'idea di rifugiarmi da tutto, me stessa compresa.
Prendere le distanze e non concepirmi né sotto forma materiale, né spirituale.
Sono davvero molto brava ad evitare di parlare di ciò che mi preoccupa e mi rende fragile, mi sottopone al dolore e al timore.
Forse è già giunto il momento per riderne.
Ne rido ogni tanto.
Con altri.
Non con me.
Con me è ancora troppo presto forse, oppure, non è il tempo il problema, ma l'azione.
So che pur ridendo, tutto questo, non mi fa ridere.
Mi fa una gran paura.
Così lo esorcizzo usando termini adeguati e scrivo di come ci siano tabù che non permettano di esorcizzare e di quanto tutto questo sia umano ed al contempo arretrato.
Non sono i termini, siamo noi a voler decidere se dare vita ad un tabù o decidere di affrontare le nostre paure.
Se ammetto che tutto questo mi fa soffrire, forse soffrirò ancora di più.
Facciamo finta e ridiamone, ancora un po'.
Ho paura che capovolgendomi, vedendo la realtà dalla consuetudine, io possa frantumarmi da un momento all'altro, senza accorgermene ed iniziare a piangere così tanto da allagarmi la ragione ed annegare il senso della misura.
Non parliamone ancora
e ridiamo
di questo mondo che ormai vedo sottosopra
ed inizia a piacermi quasi.
In qualche post, poco tempo fa, ho accennato alle mie ore trascorse a testa in giù.
Qualche accenno, ogni tanto, una battuta, un po' di ironia e la consapevolezza che si possa, anzi si debba, ridere di tutto ciò che preoccupa e ci lascia fragili.
Pensatemi adesso, con un enorme pc portatile ( più grandi sono meno costano ovviamente...) che mi potrebbe cascare da un momento all'altro sul naso.
Voi non lo sapete, ma io, amo tantissimo il mio naso.
Una volta una compagna di università me lo ha paragonato al naso della donna che per circa vent'anni è stata appellata 'donna più bella del mondo '.
Un'altra volta mi hanno detto che ho il naso più bello di un'attrice in voghissima.
E poi nelle foto effettivamente, lo noto anche da sola: ho un naso splendido.
Dritto, non troppo lungo, non troppo corto, con un accenno francese, appena.
Non è un naso snob, né altezzoso, ma neppure importante, diciamo anzi, che è stato per lungo tempo, un naso ignorato: mio padre amava i miei occhi e le mie ciglia lunghissime, mia madre, mi ha sempre invidiato le labbra e così, nessuno ha mai preso in carico l'essere del mio naso.
Per fortuna esistono le amiche, a ricordagli che si, è bello, molto bello.
Le gambe in alto, le piante dei piedi contro al muro, le ginocchia leggermente piegate ed aperte ed i capelli che scendono giù dal bracciolo del divano.
Ogni tanto il mio gatto ci gioca, li morde, li mangiucchia e per la maggior parte del tempo, li aggroviglia, ma tanto non ho mai sofferto ' i capelli', quindi...
...anzi, diciamo che inizio a 'soffrirli' adesso che iniziano ad essere lunghi ed ingestibili e vorrei tagliarli e dare nuovo spazio alla nuca e un certo protagonismo al collo.
(I riferimenti mancanti alla mia fisicità sono appositamente evitati, come la peste, dato che odio quasi tutto di me, naso e collo a parte. Anche la schiena è carina, ma strana.)
Quando ogni tanto mi giro su un fianco, vedo la mia pancia lievitare e cadere a seconda del lato in cui mi volto, una scena orrenda e una sensazione di inadeguatezza nei confronti di me stessa. Non abbastanza per spingermi ad iscrivermi in palestra o a scegliere di fare qualcosa di realmente produttivo che non sia deridermi e lamentarmi.
Dovrei trovare una soluzione?
Solitamente quando giungo a pormi questa domanda, capisco che è arrivato il momento di tornare nella posizione A con il bacino attaccato ad una superficie e la pancia ben tesa, quasi inesistente, fra le costole sporgenti.
Una valle di lacrime, insomma.
Questo enorme ed economico pc inizia ad essere bollente e soffro il caldo.
Poi lo ricerco.
Come ieri, quando presa dai brividi ho avuto bisogno di stendermi sotto una coperta di pile, invernale, con le gambe tirate al petto ed i crampi.
Contrazioni, crampi, chiamiamoli come vogliamo.
Io so solo che pensavo di morire.
Sono una donnina lamentevole e lacrimosa.
Non sopporto questo mio lato così debole, non ne posso più di stare ferma, non riesco a stare ferma, tutto è un pretesto per alzarmi e fingere di essere stata costretta a farlo, come se dovessi trovare con me stessa delle scuse per la mia autoindulgenza.
Guardo il soffitto e penso che questa testa sia veramente affollata.
Non di materia cerebrale, eh, sia chiaro, ma di persone.
Non soffro di personalità multipla, nonostante i due nomi ogni tanto mi confondano, ma ci sono talmente tanti lati di me stessa e tante prospettive e discordanze che qualche volta ho difficoltà a pensarmi.
A pensarmi nella mia totalità.
Non che sia opportuno pensarsi, ci dovrebbe sempre essere qualcuno a pensarci, dimenticarsi di noi stessi qualche volta è salutare e spesso è bellissimo.
Mi piace l'idea di rifugiarmi da tutto, me stessa compresa.
Prendere le distanze e non concepirmi né sotto forma materiale, né spirituale.
Sono davvero molto brava ad evitare di parlare di ciò che mi preoccupa e mi rende fragile, mi sottopone al dolore e al timore.
Forse è già giunto il momento per riderne.
Ne rido ogni tanto.
Con altri.
Non con me.
Con me è ancora troppo presto forse, oppure, non è il tempo il problema, ma l'azione.
So che pur ridendo, tutto questo, non mi fa ridere.
Mi fa una gran paura.
Così lo esorcizzo usando termini adeguati e scrivo di come ci siano tabù che non permettano di esorcizzare e di quanto tutto questo sia umano ed al contempo arretrato.
Non sono i termini, siamo noi a voler decidere se dare vita ad un tabù o decidere di affrontare le nostre paure.
Se ammetto che tutto questo mi fa soffrire, forse soffrirò ancora di più.
Facciamo finta e ridiamone, ancora un po'.
Ho paura che capovolgendomi, vedendo la realtà dalla consuetudine, io possa frantumarmi da un momento all'altro, senza accorgermene ed iniziare a piangere così tanto da allagarmi la ragione ed annegare il senso della misura.
Non parliamone ancora
e ridiamo
di questo mondo che ormai vedo sottosopra
ed inizia a piacermi quasi.
Nomen Omen
Ed eccoci qui, alla resa dei conti.
Per i primi (quasi!!!) trent'anni della mia vita, ho creduto che il nomen omen fosse quello greco-eroico-ciclico, lasciandomi condizionare da un destino dettato da lettere di un alfabeto che porto impresso sulla pelle.
Dopo sette giorni, quindici ore e nove minuti trascorsi a testa in giù, escludendo tutti i casi improvvisi e necessari non calcolati, inizio a puntare tutto sul primo.
Quello che qui non ho mai citato, in quanto, mio primo nome.
A questo punto vorrei fare riferimenti a Cosimo di Rondò ed alla sua vita trascorsa sugli alberi,
parallelismo della mia attuale vita 'a testa in giù'.
Che Calvino facesse parte della mia vita, me ne sono accorta attorno ai dodici anni, dopo aver letto - e riletto- tutto quello che abbia scritto, ma non ho mai pensato all'influenza esercitata su di me.
Che abbia puntato tutto sul nome sbagliato?
Può essere, tranquillamente.
In fin dei conti, nonostante mi piaccia credermi empatica, sento le emozioni, ma continuo a non comprendere le persone.
Posso descriverle.
Posso interpretarle, come sempre, ma a modo mio e solitamente il mio modo di interpretare dista notevolmente dalla realtà dei fatti e dal modus vivendi altrui.
Interpreto laddove le parole non sono altro che segni.
Erro idealizzando un mondo di parole interpretabili in quanto sincere.
Nutro le emozioni e lascio che mi tocchino la pelle e la carne, con dolcezza, rabbia, dolore, passione ed orrore.
Questa volta i miei organi sono dilaniati dall'ennesimo sbaglio.
Che abbia confuso una eta ed una epsilon?
Che abbia volutamente male interpretato ciò che non era di mio gusto?
Può essere.
Anzi, lo è.
Qualcuno dice che non si vede il mondo per ciò che è, ma per ciò che siamo.
Lo confermo.
Sono sempre stata brava ad elencare i miei errori ed i miei difetti.
I miei ex fidanzati mi hanno sempre rimproverata il fatto di mostrare il peggio per poter essere il meglio ed è così: ti metto davanti la mia bruttura, per vedere se sei in grado di cogliere i barlumi di bellezza che come in ogni anima, risplendono anche nella mia.
Le mie amiche ridono dell'autoironia e mi ricordano ogni volta in cui perdo di vista me stessa, i miei pregi.
Difficilmente parlo dei miei pregi, perché difficilmente li colgo.
Ne ho uno.
Uno solo.
Fin troppo evidente.
La lealtà.
(Onestà dichiarata e ammirevole, costantemente associata a franchezza o a sincerità.)
Io, dai nomen omen interscambiabili e decisamente assurdi, sono leale.
E lo dico quasi con fierezza.
Scrivo questo 'quasi' con una vena di amarezza in volto, una crepa che mi sale dall'angolo del sorriso rivolto verso il basso e mi risale la tempia destra.
Lealtà non è sinonimo di stupidità, di bontà o di incapacità di porre limiti invalicabili.
Lealtà è sinonimo di sé stesso.
Adesso, non so se sia una dote ammirevole la mia, ma so che mi appartiene ed è innata:
che tu sia mio amico o conoscente o sconosciuto, io ti sono leale perché non mordo la mano che ha stretto la mia, non freno la voce che ha pronunciato parole di conforto o consiglio e soprattutto, non pugnalo alle spalle, mai.
Ho sempre preferito scagliare lance in pieno volto con il rischio di riceverne altre, dritte in cuore.
Quando parli con me, sai con chi stai parlando e quando mi ferisci, sai chi stai ferendo.
Niente doppi giochi, niente filtri, ciò che sono me lo leggi in faccia, con tutti i miei difetti e le mie complicazioni.
E se siamo così intimi da condividere la stupidità o il mero pettegolezzo, tu , da me, non puoi aspettarti dolore volontariamente inflitto.
Involontariamente, quello si, ma chiedo scusa quando me ne accorgo o ne vengo avvisata, e rimedio, rimedio sempre anche quando significa rinunciare a qualcosa di fondamentale.
Ho rinunciato alla persona che amo, per lealtà. Verso di lui e verso me stessa probabilmente.
Così quando al centro commerciale B mi chiede se l'ho più sentito, sorrido e le dico di sì, che l'ho sentito, così come si sentono le persone, parlando del più e del meno.
E non le dico che mi mangio le mani ogni volta che compongo il suo numero o lui compone il mio, perché essere leali significa anche nascondere al mondo quello che il mondo non potrebbe accettare.
Ed allora ti proteggo, ti proteggerò sempre, da B, dal mondo, dalle indiscrezioni e dallo scandalo, ti proteggerò per sempre da me e dal mio nomen omen, qualunque esso sia.
E non importa se scrivere di te sia come strapparsi i lembi di una ferita ancora sanguinante e lacerante, perché non l'ho scelto io, di nascere leale.
E se la mia onestà pare sacrificio, andrà bene anche così, perché tu non sai e nessuno saprà, solo io, chiudendo gli occhi, saprò il peso e l'onere della mia natura, quella natura fumina e celere, quella natura che per quanto io possa contrastare, avrà sempre l'ultima parola sui miei comportamenti razionali e su quelli folli.
Che nessuno sappia, che nessuno veda, che a te ci penso io, amore mio.
Amore.
Mio.
Perché si può amare anche da soli, anche quando amare perde corporeità e forse senso, quando amare non porta a nulla, quando però, non si può fare altro.
Forse sono io, a non riuscire a limitarmi e dilago e bagno i muri, scorro sotto gli stipiti delle porte e intrido i tappeti di un amore che non ha compimento e ragione di essere.
Così ti sto accanto, quando me lo permetti, se me lo permetto, per amarti come una madre, come una figlia, come una sorella, come un'amica, senza smettere, mai, neppure per un istante solo, di desiderarti, come persona.
Lealtà.
Lealtà significa proteggere la tua migliore amica da tutto, persino da sé stessa.
Lealtà significa perdere.
Sempre.
Perdere.
E allora sono una perdente.
Ma leale.
Perché in questo caos di valori ed etica, ma anche di morale, che fra i miei vari difetti ormai trovo anche un becero moralismo, credo ancora nel valore della lealtà.
E se sono dalla tua parte, la sarò per sempre, anche quando non mi sentirai o non mi vedrai o crederai di avermi persa o di sentirmi lontana, io sarò quella di sempre, perché sì, mi si legge in faccia quello che sono e forse va bene anche così.
Io ho tanto bisogno di persone dalle quali aspettarmi ciò che mi aspetto, persone che indipendentemente dalle cazzate che dico, faccio o scrivo, sono qui per me.
E sorprendentemente ci sono.
Ed io le amo.
Le amo oggi e le amerò per sempre.
Per questo voglio essere una persona dalla quale si sa già cosa ci si può aspettare.
Perché serviamo anche noi con la nostra stupidità marchiata in volto, presi sottogamba, derisi da un metodo che scavalca tutto e tutti, noi futili, noi oggetti dell'utilitarismo.
Perché quando scelgo, è per sempre.
E le poche volte in cui scelgo la parola 'fine', è davvero, per sempre.
Nomen omen?
Libera scelta.
Per i primi (quasi!!!) trent'anni della mia vita, ho creduto che il nomen omen fosse quello greco-eroico-ciclico, lasciandomi condizionare da un destino dettato da lettere di un alfabeto che porto impresso sulla pelle.
Dopo sette giorni, quindici ore e nove minuti trascorsi a testa in giù, escludendo tutti i casi improvvisi e necessari non calcolati, inizio a puntare tutto sul primo.
Quello che qui non ho mai citato, in quanto, mio primo nome.
A questo punto vorrei fare riferimenti a Cosimo di Rondò ed alla sua vita trascorsa sugli alberi,
parallelismo della mia attuale vita 'a testa in giù'.
Che Calvino facesse parte della mia vita, me ne sono accorta attorno ai dodici anni, dopo aver letto - e riletto- tutto quello che abbia scritto, ma non ho mai pensato all'influenza esercitata su di me.
Che abbia puntato tutto sul nome sbagliato?
Può essere, tranquillamente.
In fin dei conti, nonostante mi piaccia credermi empatica, sento le emozioni, ma continuo a non comprendere le persone.
Posso descriverle.
Posso interpretarle, come sempre, ma a modo mio e solitamente il mio modo di interpretare dista notevolmente dalla realtà dei fatti e dal modus vivendi altrui.
Interpreto laddove le parole non sono altro che segni.
Erro idealizzando un mondo di parole interpretabili in quanto sincere.
Nutro le emozioni e lascio che mi tocchino la pelle e la carne, con dolcezza, rabbia, dolore, passione ed orrore.
Questa volta i miei organi sono dilaniati dall'ennesimo sbaglio.
Che abbia confuso una eta ed una epsilon?
Che abbia volutamente male interpretato ciò che non era di mio gusto?
Può essere.
Anzi, lo è.
Qualcuno dice che non si vede il mondo per ciò che è, ma per ciò che siamo.
Lo confermo.
Sono sempre stata brava ad elencare i miei errori ed i miei difetti.
I miei ex fidanzati mi hanno sempre rimproverata il fatto di mostrare il peggio per poter essere il meglio ed è così: ti metto davanti la mia bruttura, per vedere se sei in grado di cogliere i barlumi di bellezza che come in ogni anima, risplendono anche nella mia.
Le mie amiche ridono dell'autoironia e mi ricordano ogni volta in cui perdo di vista me stessa, i miei pregi.
Difficilmente parlo dei miei pregi, perché difficilmente li colgo.
Ne ho uno.
Uno solo.
Fin troppo evidente.
La lealtà.
(Onestà dichiarata e ammirevole, costantemente associata a franchezza o a sincerità.)
Io, dai nomen omen interscambiabili e decisamente assurdi, sono leale.
E lo dico quasi con fierezza.
Scrivo questo 'quasi' con una vena di amarezza in volto, una crepa che mi sale dall'angolo del sorriso rivolto verso il basso e mi risale la tempia destra.
Lealtà non è sinonimo di stupidità, di bontà o di incapacità di porre limiti invalicabili.
Lealtà è sinonimo di sé stesso.
Adesso, non so se sia una dote ammirevole la mia, ma so che mi appartiene ed è innata:
che tu sia mio amico o conoscente o sconosciuto, io ti sono leale perché non mordo la mano che ha stretto la mia, non freno la voce che ha pronunciato parole di conforto o consiglio e soprattutto, non pugnalo alle spalle, mai.
Ho sempre preferito scagliare lance in pieno volto con il rischio di riceverne altre, dritte in cuore.
Quando parli con me, sai con chi stai parlando e quando mi ferisci, sai chi stai ferendo.
Niente doppi giochi, niente filtri, ciò che sono me lo leggi in faccia, con tutti i miei difetti e le mie complicazioni.
E se siamo così intimi da condividere la stupidità o il mero pettegolezzo, tu , da me, non puoi aspettarti dolore volontariamente inflitto.
Involontariamente, quello si, ma chiedo scusa quando me ne accorgo o ne vengo avvisata, e rimedio, rimedio sempre anche quando significa rinunciare a qualcosa di fondamentale.
Ho rinunciato alla persona che amo, per lealtà. Verso di lui e verso me stessa probabilmente.
Così quando al centro commerciale B mi chiede se l'ho più sentito, sorrido e le dico di sì, che l'ho sentito, così come si sentono le persone, parlando del più e del meno.
E non le dico che mi mangio le mani ogni volta che compongo il suo numero o lui compone il mio, perché essere leali significa anche nascondere al mondo quello che il mondo non potrebbe accettare.
Ed allora ti proteggo, ti proteggerò sempre, da B, dal mondo, dalle indiscrezioni e dallo scandalo, ti proteggerò per sempre da me e dal mio nomen omen, qualunque esso sia.
E non importa se scrivere di te sia come strapparsi i lembi di una ferita ancora sanguinante e lacerante, perché non l'ho scelto io, di nascere leale.
E se la mia onestà pare sacrificio, andrà bene anche così, perché tu non sai e nessuno saprà, solo io, chiudendo gli occhi, saprò il peso e l'onere della mia natura, quella natura fumina e celere, quella natura che per quanto io possa contrastare, avrà sempre l'ultima parola sui miei comportamenti razionali e su quelli folli.
Che nessuno sappia, che nessuno veda, che a te ci penso io, amore mio.
Amore.
Mio.
Perché si può amare anche da soli, anche quando amare perde corporeità e forse senso, quando amare non porta a nulla, quando però, non si può fare altro.
Forse sono io, a non riuscire a limitarmi e dilago e bagno i muri, scorro sotto gli stipiti delle porte e intrido i tappeti di un amore che non ha compimento e ragione di essere.
Così ti sto accanto, quando me lo permetti, se me lo permetto, per amarti come una madre, come una figlia, come una sorella, come un'amica, senza smettere, mai, neppure per un istante solo, di desiderarti, come persona.
Lealtà.
Lealtà significa proteggere la tua migliore amica da tutto, persino da sé stessa.
Lealtà significa perdere.
Sempre.
Perdere.
E allora sono una perdente.
Ma leale.
Perché in questo caos di valori ed etica, ma anche di morale, che fra i miei vari difetti ormai trovo anche un becero moralismo, credo ancora nel valore della lealtà.
E se sono dalla tua parte, la sarò per sempre, anche quando non mi sentirai o non mi vedrai o crederai di avermi persa o di sentirmi lontana, io sarò quella di sempre, perché sì, mi si legge in faccia quello che sono e forse va bene anche così.
Io ho tanto bisogno di persone dalle quali aspettarmi ciò che mi aspetto, persone che indipendentemente dalle cazzate che dico, faccio o scrivo, sono qui per me.
E sorprendentemente ci sono.
Ed io le amo.
Le amo oggi e le amerò per sempre.
Per questo voglio essere una persona dalla quale si sa già cosa ci si può aspettare.
Perché serviamo anche noi con la nostra stupidità marchiata in volto, presi sottogamba, derisi da un metodo che scavalca tutto e tutti, noi futili, noi oggetti dell'utilitarismo.
Perché quando scelgo, è per sempre.
E le poche volte in cui scelgo la parola 'fine', è davvero, per sempre.
Nomen omen?
Libera scelta.
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