Sono così stanca e tu,
tu non mi culli neppure un po'.
Ed io vorrei qualcuno che mi sollevasse la testa quel tanto che basta da lasciarmi respirare,
mentre il resto del mio corpo fluttua nell'acqua caldissima.
Vorrei questo,
che mi tenessi questa testa così pesante
giusto il tempo che io riesca a sentirmi leggera.
Vorrei tanto dormire.
Ho tanto sonno, ma non è sonno, è una stanchezza irrimediabile
alla quale non puoi provvedere neppure tu.
Non che lo faresti,
ma sarebbe più semplice.
Ed invece, no, qui è tutto così complicato ed io faccio fatica a muovere le dita e a ricordarmi tre cose,
tre cose,
tre
cose.
Sono così stanca da non riuscire a ridere neppure con te,
perché non riesco
e soffro
.
Ma tu non ci sei ed io, semplicemente, non ci sono.
Ho così sonno, ma non è sonno...è stanchezza...va bene, lo avevamo già detto.
venerdì 25 agosto 2017
mercoledì 23 agosto 2017
Pretesti dell'ultimo minuto.
Perché un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.
Senza Risposta.
Il solo gesto in grado di salvarmi
sarebbe l'abbraccio
che non ti ho mai permesso di darmi,
sarebbe l'abbraccio
che non ti ho mai permesso di darmi,
la sola presenza in grado di contenermi
sarebbe quella delle tue mani
pronte a raccogliermi.
Perché se mi dovesse cadere
una sola lacrima, io,
qui, mi sgretolo.
venerdì 18 agosto 2017
A piedi.
"Non dire una parola che non sia d'amore."
Ci sono verbi declinabili al riflessivo, verbi riflessivi e poi c'è questa forma verbale che mi lascia interdetta sull'azione del verbo:
-deridersi.
Perché esiste 'deridere', ma non mi appartiene.
'Deridersi', si.
Le uniche parole che ti abbia mai scritto, non sono d'amore.
Mi derido - riflessivo improprio-.
E chissà quante volte sia stato tu, a deridermi e quante volte lo avresti fatto, se solo sapessi, se solo pensassi, se solo capissi.
Anche se non si tratta di comprensione, dovresti folleggiare, che è diverso.
*se solo folleggiassi cazzo.
Io con te, in quarta, non ci sono mai partita.
Perché non me lo hai mai permesso.
Avrei voluto, eccome se lo avrei voluto (!).
Se fossi partita in bicicletta, ad esempio, avrei subito capito di aver commesso uno degli errori più grandi che posso immaginare di commettere.
O forse no.
Non è il mezzo, sono io.
Sono io a dover trovarmi al limite per potermi dire che ciò che faccio non mi appartiene e ciò che sono è ben diverso.
Con te, sarebbe stato diverso.
Molto.
Tutto sarebbe stato diverso.
Sai perché?
Perché tu, non mi avresti dato modo e spazio.
Avrei preferito che tu fossi più coglione, lo vorrei tantissimo, vorrei che tu fossi abbastanza coglione da volermi.
Ma sai, se lo fossi, forse, non ti vorrei io, così tanto.
O forse è solo una storia che mi racconto per comodità.
Perché non mi vuoi.
Perché non ti vuoi confondere in me.
Perché è tanto brutto provare tutto quello che provo, per qualcuno che si scorda che esisti.
Peccato però.
Perché per te, mi sarei fatta 1200 km a piedi, senza partire in quarta e sai, quanto io ami farlo.
Ed eccoti qui, eccezione delle mie eccezioni da giudizio.
Terapista d'urto.
Ed eccomi qui, a pensare a te.
Per il quale attraverserei la morale, sorridendo ed andando oltre.
Parto in quarta.
Devo smetterla.
Ho già bruciato troppe auto.
Ci sono verbi declinabili al riflessivo, verbi riflessivi e poi c'è questa forma verbale che mi lascia interdetta sull'azione del verbo:
-deridersi.
Perché esiste 'deridere', ma non mi appartiene.
'Deridersi', si.
Le uniche parole che ti abbia mai scritto, non sono d'amore.
Mi derido - riflessivo improprio-.
E chissà quante volte sia stato tu, a deridermi e quante volte lo avresti fatto, se solo sapessi, se solo pensassi, se solo capissi.
Anche se non si tratta di comprensione, dovresti folleggiare, che è diverso.
*se solo folleggiassi cazzo.
Io con te, in quarta, non ci sono mai partita.
Perché non me lo hai mai permesso.
Avrei voluto, eccome se lo avrei voluto (!).
Se fossi partita in bicicletta, ad esempio, avrei subito capito di aver commesso uno degli errori più grandi che posso immaginare di commettere.
O forse no.
Non è il mezzo, sono io.
Sono io a dover trovarmi al limite per potermi dire che ciò che faccio non mi appartiene e ciò che sono è ben diverso.
Con te, sarebbe stato diverso.
Molto.
Tutto sarebbe stato diverso.
Sai perché?
Perché tu, non mi avresti dato modo e spazio.
Avrei preferito che tu fossi più coglione, lo vorrei tantissimo, vorrei che tu fossi abbastanza coglione da volermi.
Ma sai, se lo fossi, forse, non ti vorrei io, così tanto.
O forse è solo una storia che mi racconto per comodità.
Perché non mi vuoi.
Perché non ti vuoi confondere in me.
Perché è tanto brutto provare tutto quello che provo, per qualcuno che si scorda che esisti.
Peccato però.
Perché per te, mi sarei fatta 1200 km a piedi, senza partire in quarta e sai, quanto io ami farlo.
Ed eccoti qui, eccezione delle mie eccezioni da giudizio.
Terapista d'urto.
Ed eccomi qui, a pensare a te.
Per il quale attraverserei la morale, sorridendo ed andando oltre.
Parto in quarta.
Devo smetterla.
Ho già bruciato troppe auto.
Il circolo del non detto.
Che se non ti annovero fra cazzate è solo perché tu,
non la saresti
mai.
Confonditi, con me.
non la saresti
mai.
Confonditi, con me.
giovedì 10 agosto 2017
Russia e modernità.
Il mio amato Fedor ha provato ad insegnarmelo in migliaia e migliaia di pagine, con centinaia di nomi - all'apparenza, ma non solo, tutti uguali-, con esempi, racconti, omicidi, confessioni, pensieri dell'autore e pensieri del personaggio, punto di vista interno e punto di vista esterno, laterale, imparziale e carico di giudizio: il bene e il male sono proprio dell'essere umano, è l'uomo che sceglie cosa porre in atto e quando farlo.
Per questo Fedor rimarrà nel mio cuore.
Perché mi ha insegnato ciò che la psicanalisi cura da almeno mezzo secolo e le favole ti inculcano erroneamente da sempre(quasi, ma la ricostruzione filologica della favola è complicata): i buoni ed i cattivi non esistono.
Io, per comodità e per stupidità, continuo a suddividere il mondo secondo un criterio profondamente sbagliato, lo faccio inconsapevolmente e solitamente mi aspetto dagli altri gli stessi comportamenti che adotterei io, cosa totalmente fuorviante ed illusoria.
Così, la delusione e la sofferenza.
Ed il sentirsi sciocca.
Ma Fedor, ha sempre ragione, devo impararlo.
Per questo Fedor rimarrà nel mio cuore.
Perché mi ha insegnato ciò che la psicanalisi cura da almeno mezzo secolo e le favole ti inculcano erroneamente da sempre(quasi, ma la ricostruzione filologica della favola è complicata): i buoni ed i cattivi non esistono.
Io, per comodità e per stupidità, continuo a suddividere il mondo secondo un criterio profondamente sbagliato, lo faccio inconsapevolmente e solitamente mi aspetto dagli altri gli stessi comportamenti che adotterei io, cosa totalmente fuorviante ed illusoria.
Così, la delusione e la sofferenza.
Ed il sentirsi sciocca.
Ma Fedor, ha sempre ragione, devo impararlo.
Gatta viva.
Un bianco e nero un po' sfumato,
il filo nero lungo il polpaccio
ed uno sguardo supponente dalle ciglia lunghe.
Un'immagine raffinata, la mia gatta morta.
Un po' meno raffinata è la scelta di rivolgersi,in questi termini ed altri toni, ad una quasi trentenne che vaga con un ukulele azzurro cielo.
Che la sinuosità non mi appartenesse, è risultato evidente già dalle prime lezioni di danza e ginnastica ritmica nelle quali lo scatto della mia rigidità corporea poneva il limite del movimento.
Se dovessi riassumere la mia persona ed il mio atteggiamento nei confronti del mondo, la sensualità non comparirebbe neppure come accenno, mi sono rassegnata dopo essermi vista ridicola e buffa in movenze che non mi appartengono e stridono con l'armonia della mia figura.
Posso accavallare le gambe, ma per comodità e non per seduzione,
posso spostarmi i capelli, per fastidio e non per seduzione,
posso ridere, per fastidio e non per seduzione.
Con questo, non intendo giustificarmi, né tantomeno attribuire un senso negativo a qualcosa che di negativo ha poco, se non scorto nella visione del pericolo.
Pericolo, io.
Io?
Io rappresento un pericolo solo nell'intima dimensione di chi intravede nella mia giovinezza una dote, in me il riflesso delle sue insicurezze e l'incarnazione dell'opinione del proprio compagno -pessima per altro-.
Perché diciamocelo, giungere all'età della saggezza e permettersi parole scortesi che possano influire sull'opinione di terzi, solo per timore che il proprio compagno di vita possa esserne attratto, beh, è sciocco.
E sgradevole.
A tratti degradante.
Di sicuro, l'immagine della donna che voglio e spero di essere fra vent'anni, non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma in realtà, tutto sommato, non coincide neppure con quella che sono adesso.
In parte me ne compiaccio, devo ammetterlo.
In parte no, anche perché più mi guardo attorno e più scovo nelle portatrici di maturità, tratti estremamente fragili, infantili, prepotenti che vengono riversati su altri.
E ciò che mi infastidisce di più, è la legittimità della mancanza di rispetto.
La gioventù non è una colpa, non è un via libera per gli abusi, non è motivo di gelosia:
essere giovani non significa essere stupidi e non significa soprattutto consentire ad altri comportamenti scorretti, a prescindere dall'età e dalla posizione del prepotente di turno, oltre ovviamente, che del sesso.
Essere giovani presuppone solo avere ancora tempo.
Sta a noi decidere se sprecarlo per divenire solo più vecchie o sfruttarlo per divenire mature.
(E comunque la 'gatta morta' -mamma mia che brutta espressione!- non si prenderebbe mai la responsabilità del proprio pensare e la delicatezza del silenzio che mi sono permessa)
il filo nero lungo il polpaccio
ed uno sguardo supponente dalle ciglia lunghe.
Un'immagine raffinata, la mia gatta morta.
Un po' meno raffinata è la scelta di rivolgersi,in questi termini ed altri toni, ad una quasi trentenne che vaga con un ukulele azzurro cielo.
Che la sinuosità non mi appartenesse, è risultato evidente già dalle prime lezioni di danza e ginnastica ritmica nelle quali lo scatto della mia rigidità corporea poneva il limite del movimento.
Se dovessi riassumere la mia persona ed il mio atteggiamento nei confronti del mondo, la sensualità non comparirebbe neppure come accenno, mi sono rassegnata dopo essermi vista ridicola e buffa in movenze che non mi appartengono e stridono con l'armonia della mia figura.
Posso accavallare le gambe, ma per comodità e non per seduzione,
posso spostarmi i capelli, per fastidio e non per seduzione,
posso ridere, per fastidio e non per seduzione.
Con questo, non intendo giustificarmi, né tantomeno attribuire un senso negativo a qualcosa che di negativo ha poco, se non scorto nella visione del pericolo.
Pericolo, io.
Io?
Io rappresento un pericolo solo nell'intima dimensione di chi intravede nella mia giovinezza una dote, in me il riflesso delle sue insicurezze e l'incarnazione dell'opinione del proprio compagno -pessima per altro-.
Perché diciamocelo, giungere all'età della saggezza e permettersi parole scortesi che possano influire sull'opinione di terzi, solo per timore che il proprio compagno di vita possa esserne attratto, beh, è sciocco.
E sgradevole.
A tratti degradante.
Di sicuro, l'immagine della donna che voglio e spero di essere fra vent'anni, non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma in realtà, tutto sommato, non coincide neppure con quella che sono adesso.
In parte me ne compiaccio, devo ammetterlo.
In parte no, anche perché più mi guardo attorno e più scovo nelle portatrici di maturità, tratti estremamente fragili, infantili, prepotenti che vengono riversati su altri.
E ciò che mi infastidisce di più, è la legittimità della mancanza di rispetto.
La gioventù non è una colpa, non è un via libera per gli abusi, non è motivo di gelosia:
essere giovani non significa essere stupidi e non significa soprattutto consentire ad altri comportamenti scorretti, a prescindere dall'età e dalla posizione del prepotente di turno, oltre ovviamente, che del sesso.
Essere giovani presuppone solo avere ancora tempo.
Sta a noi decidere se sprecarlo per divenire solo più vecchie o sfruttarlo per divenire mature.
(E comunque la 'gatta morta' -mamma mia che brutta espressione!- non si prenderebbe mai la responsabilità del proprio pensare e la delicatezza del silenzio che mi sono permessa)
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